La gara delle paure

Mi è capitato, come credo a molti, di conoscere persone spaventate dall’idea di finire attaccate a un respiratore. Ma ho anche sentito persone parecchio preoccupate delle conseguenze che un vaccino potrebbe avere sul loro organismo – e ancor più su quello dei loro giovani figli – da qui a cinque, dieci anni e oltre.

Non che di psicologia ci capisca molto, ma non so quanto funzioni il razionalizzare le varie paure. Non penso che abbia senso metterle in gara, addirittura squalificandone qualcuna. Non sono convinto, cioè, che lo scontro tra chi ha grande fiducia nel vaccino e chi no porti a qualcosa di buono.

Alcuni osservatori internazionali, qualche mese dopo lo scoppio della pandemia, elogiarono l’Italia per la sua reazione. Mi colpì chi – un giornalista del New York Times, mi sembra – parlò di un paese unito come non mai dai tempi della sua unificazione formale, avvenuta nell’Ottocento.

Mi colpì perché mi sembrò una valutazione po’ eccessiva. Oggi mi sembra completamente scentrata, per non dire platealmente assurda. In Italia mi pare che ci sia una conflittualità esasperata ed è qui che s’innesta la mia paura più grande.

Certo, mi preoccupa la questione sanitaria e non meno quella economica – i posti lavoro che si perdono, l’aumento della povertà, delle tensioni sociali – e anche quella psicologica, soprattutto sui giovani.

Ma la paura principale che suscita in me il protrarsi della pandemia a qualcosa a che fare con ciò che è successo in Rwanda e nella ex Iugoslavia negli anni Novanta del secolo scorso. Cioè con il fatto qualcuno ha cominciato a massacrare persone con cui, per diverso tempo, era riuscito a convivere.

Non sono così ingenuo da non riconoscere le specificità di ogni storia. Credo però che queste violenze non siano esplose da un giorno all’altro e che un clima dove ci si dà contro come si sta facendo in Italia sia un pessimo inizio in quella direzione.

Forse sarebbe meglio cominciare con l’accettare le nostre paure e, con le nostre, anche quelle degli altri.

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