Tra alcuni miei contatti Linkedin vedo circolare la proposta di donare tramite Airbnb, il che potrebbe non essere la cosa migliore da fare. L’idea che anima questa iniziativa – senz’altro lodevole, nelle intenzioni – è semplice: in Ucraina, come in quasi tutti i paesi del mondo, ci sono persone che affittano propri appartamenti tramite Airbnb. Appartamenti che in questo periodo restano vuoti o comunque non accolgono clienti.

Ma se io voglio aiutare qualche persona che vive in Ucraina ad affrontare la tragedia che l’ha colpita, posso acquistare uno o più soggiorni in un Airbnb – anche se poi non ci vado – così che al proprietario dell’alloggio arrivino direttamente un po’ di soldi. Un gesto concreto che dimostra anche vicinanza.

Forse, però, ci sono modi migliori per intervenire.

Il popolo ucraino sta subendo un’aggressione e sta soffrendo e le donazioni sono un modo per aiutarlo. E, in effetti, di donazioni per la popolazione ucraina ne stanno arrivando molte. Sono soldi che servono: nel giro di breve tempo milioni di persone hanno abbandonato il proprio paese – un evento raro anche tra le tante sciagure che si scatenano sul pianeta – e c’è bisogno immediato di aiutarle. Donare a qualunque organizzazione che lavora – bene – sull’emergenza profughi, a mio parere, è positivo.

Diverso è il discorso di chi invece vuole aiutare le persone che sono ancora in Ucraina. È una cosa certamente difficile da fare, nel contesto terribile che vediamo. Se si vuole fare questo, secondo me

è meglio sostenere chi è già in Ucraina da tempo

Ci sono associazioni e ONG che sono dal paese da diversi anni, anche decenni, che già conoscono la situazione, già sono radicate e molto probabilmente sono le più rapide ed efficaci nell’aiutare le vittime di questa aggressione. Non solo: sono le associazioni che meglio di altre potranno contribuire alla ricostruzione, nel momento in cui questa inizierà.

Personalmente ho scelto e raccomando WeWorld, che è presente in Ucraina – tramite un’associazione partner – dal 2004. Ma penso che anche Soleterre sia una buona scelta, che pure opera nel paese da circa vent’anni e continua a dare il suo contributo. Ci sono sicuramente altre associazioni che non conosco, in ogni caso credo che sostenere realtà già sul posto sia un buon criterio in generale (anche Il Post fa una scelta di questo tipo). Il che non toglie, sia chiaro, che anche un’associazione che parte adesso possa fare qualcosa di utile.

Ma allora, donare soldi a una famiglia ucraina host di Airbnb non è il modo migliore di rispettare il criterio ‘sostieni chi già è sul posto’?

Provo a spiegare la mia perplessità con questa analogia. Immaginiamo di arrivare in un villaggio di qualche angolo del mondo dove tutte le famiglie soffrono la fame. Abbiamo in mano una busta con dei soldi, ma non sappiamo a chi darla. Ripeto, tutte le famiglie patiscono, tutte hanno bambini da nutrire. Ma a un tratto ci accorgiamo di una cosa: tutte le famiglie sono vestite allo stesso modo, con abiti marroni. Tranne una: una famiglia è vestita di rosso ed ecco allora che facciamo la nostra scelta. Diamo i soldi alla famiglia vestita di rosso, seguendo un unico criterio, quello della maggiore visibilità.

Ai nostri occhi, oggi, tra le tante persone che soffrono in Ucraina, chi è nella rete di Airbnb è più visibile. Aiutare una persona o una famiglia tramite questo sistema è senz’altro un gesto nobile e concreto ma, secondo me, resta preferibile fare una donazione a chi interviene per aiutare un maggior numero di persone e famiglie e lo fa sapendo dare priorità ai casi più urgenti, al chi più ha bisogno, per quanto sia difficile dare priorità in situazioni come quella ucraina.

Personalmente, confido che organizzazioni con esperienza, professionalità e la conoscenza, maturata nel tempo, del paese, riescano a dare il miglior aiuto possibile.

* * *

Airbnb, come azienda, ha dato vita a un’attività di sostegno agli ucraini, diversa però da quella sopra raccontata. In sostanza, chiede alle persone host di mettere a disposizione alloggi per i rifugiati.

Se mi permetto di discettare sulla raccolta fondi in occasione dell’emergenza Ucraina è perché ho passato molti anni – come volontario e come lavoratore – in alcune ONG che si occupano di diritti umani e giustizia sociale. Il che non fa di me un esperto ma mi ha permesso di conoscere persone molto esperte, da cui mi faccio spiegare le cose.

Il 20 febbraio sono stato ospite di Padri eterni, una trasmissione su Radio 24 dedicata alla paternità e a quello che ci gira intorno. Non perché hanno invitato me, ma è davvero una bella trasmissione, con pochi fronzoli e molto pragmatica. L’approccio di Federico Taddia e Matteo Bussola, i due conduttori, lo sintetizzerei così: fare i padri è bellissimo, ma è anche dannatamente complicato. Parliamone.

L’occasione per invitarmi è stata l’uscita di Più idioti dei dinosauri e tra le cose che mi hanno chiesto Federico e Matteo c’è stata questa: come reagisce tuo figlio, quando parlate di cambiamento climatico? Ho traccheggiato, perché di cambiamento climatico, Cosimo e io, ancora non abbiamo parlato. O meglio, ancora non ne abbiamo parlato nei modi espliciti in cui ne parlo nel libro. E non so quando e come lo farò.

Certo, mio figlio e io commentiamo il caldo che c’è, soprattutto in questi mesi invernali. Notiamo preoccupati che sono tre mesi che non piove. Quando a geografia studia le fasce climatiche ragioniamo sul fatto che quella situazione lì, quella raccontata sui libri, non è definita una volta per tutte, sta cambiando.

Però – mi dico – non ha ancora dieci anni mio figlio. Davvero dovrei parlargli delle difficoltà che la crisi climatica potrebbe sbattergli in faccia tra qualche anno? Non è una domanda retorica, non ho la risposta.

Ma vedo quanto sono consapevoli ragazzə poco più grandə di lui, adolescenti o poco più che di crisi climatica ne sanno molto più di me. Ragazzə che, capito come stanno le cose, sono preoccupatə.

Sarà così anche per mio figlio? Questione di quattro-cinque anni e avrà chiarezza su quanto la crisi climatica gli romperà le scatole? Se sì, posso e devo fare qualcosa, per fare in modo che questo passaggio non sia troppo traumatico?

Per il momento, pilatescamente, attendo. A sette anni ha conosciuto il lockdown da pandemia, ora ne ha nove e sta ancora in classe con la mascherina. Meglio aspettare un po’.

E comunque adesso c’è la guerra il che mi fa pensare che, forse, il problema non è solo mio. Forse sono tante le persone che non vogliono parlare di crisi climatica perché fino a poco tempo fa sono state angosciate dal covid e adesso sono angosciate dalla guerra anche se, per via della faccenda del gas russo, qualche collegamento tra questa guerra e l’emergenza climatica c’è.

In una vignetta delle Peanuts Charlie Brown dice che «il segreto della vita è sostituire una preoccupazione con un’altra». Pandemia e guerra non sono ‘preoccupazioni’, sono tragedie. Ma gareggiano nel contendersi la nostra attenzione e il turno della crisi climatica, nel pretendere la nostra angoscia, sembra non sia ancora arrivato.

Il problema, comunque, non si risolve ma nemmeno si rimanda. Di questa guerra, mio figlio e io, come ne possiamo parlare? Qualche risposta la trovo di nuovo in una puntata di Padri eterni, quella del 27 febbraio, in cui interviene anche la responsabile dei progetti educativi di Emergency. L’ascolto, ma mi viene da pensare, per quanto mi riguarda, che il segreto della vita, forse, è sostituire una sensazione di inadeguatezza con un’altra.

Mi bastano i pochi minuti quotidiani di Cecilia Sala. Mi Bastano le foto pubblicate da Il Post, come quella in cui un padre che resta a combattere, passa il figlio alla madre, al di là di una cancellata.

Non mi bastano per capire – per quello non so cosa serva – mi bastano per far apparire il resto irrilevante e  farmi sentire impotente. Eppure, impotente o meno, mi unisco allə tantə che sulla criminale aggressione dell’Ucraina scrivono, dicono la loro. Come se avessi da spiegare qualcosa di determinante, come se avessi trovato il modo di giustificare quello che continuo a fare.

C’è un popolo aggredito, ci sono case, scuole e asili bersagliati, ci sono bambini uccisi.

Ma continuo con la mia vita fatta di famiglia, lavoro, sostegno al libro che ho scritto ed è uscito da poco. Vorrei dare un senso a questo andare avanti, dire che può contribuire a migliorare questa situazione. Ma in realtà solo una cosa mi sembra chiara: “bisognava pensarci prima”.

Vorrei che quei politici europei che sino a ieri hanno osannato la figura di Vladimir Putin scomparissero dalla scena pubblica. Ma vorrei seguissero la stessa sorte anche le persone che hanno messo la politica energetica del nostro paese nelle mani di un dittatore sanguinario.

Dieci anni fa il 27% del gas che utilizzavamo proveniva  dalla Russia. Adesso siamo al 45% (*). Eppure, dieci anni fa il regime di Putin aveva già massacrato migliaia di persone in Cecenia. Aveva già aggredito la libertà di pensiero e di stampa nel suo paese. Chi ha voluto aumentare – anziché diminuire fino a zero – la dipendenza dell’Italia da questi criminali?

«Forse la soluzione c’era o ci sarebbe stata facendo delle cose non adesso, ma qualche anno fa», dice Francesco Costa nella puntata di Morning del 2 marzo scorso.

Forse, dico anche io, devo trovare le cose da fare per non ritrovarci di nuovo a dire ‘bisognava pensarci prima’. Forse è l’unico modo sensato per affrontare la situazione. Se è così, pretendere da chi ci governa di mettere seriamente mano alla transizione ecologica, togliendo di mezzo ostacoli burocratici, smettendola di farsi condizionare da chi ancora vorrebbe fare soldi con gas e petrolio, è delle cose da fare.

Per non trovarci, di nuovo, tra pochi anni, a maledire la nostra dipendenza da risorse nelle mani di dittatori e criminali e un clima completamente fuori controllo.

* * *

Ci sono tante associazioni che stanno aiutando i profughi e le vittime di guerra. Io ho scelto di fare una donazione a We World, che è attiva in Ucraina, tramite un’associazione partner tedesca, dal 2004.

(*) quanto sia importante il gas naturale, nel produrre l’energia elettrica del nostro paese, lo si vede dai dati del Gestore Servizi Energetici, in questa tabella. In sintesi: siamo al 43%. Poco meno della metà, dunque, arriva dalla Russia. Detta ancora più semplice, 2 kwh su 10 – circa, eh? – li compriamo da Putin.

Nella prima metà di febbraio tre persone hanno fatto lo sciopero della fame davanti al Ministero della Transizione Ecologica. Il loro obiettivo è ottenere un incontro pubblico con il ministro Cingolani per parlare della crisi climatica (in fondo al post riassumo la vicenda).

Le tre persone si chiamano Laura Zorzini, Beatrice Costantino e Peter Bon. Laura, più di Beatrice e Peter, ha colpito l’attenzione dei media italiani che si sono affrettati a definirla ‘la Greta italiana’.

Un’altra.

Digitando ‘greta italiana’ sul motore di ricerca Ecosia, già solo alla prima pagina vengono fuori Federica Gasbarro, Marilena Russo, Alice, Ariane, Miriam Martinelli.

Come fa notare Nicolas Lozito nella sua newsletter di sabato 19 gennaio l’essere associati a Greta Thunberg non è la cosa più piacevole che possa capitare. Spesso e volentieri significa tirarsi addosso critiche e insulti.

In ogni caso, questo tirare in ballo Greta Thunberg ogni volta che
s’incontra un’attivista per il clima mi pare un’ossessione.

Ossessione che però non hanno lə attivistə del movimento.

Per scrivere Più idioti dei dinosauri ho dialogato con esponenti di Fridays For Future e nelle nostre a volte lunghe e ripetute chiacchierate, non abbiamo mai menzionato Greta Thunberg. Mi rendo conto che il mio è un osservatorio limitato, non faccio statistica. Però, nei confronti di questa donna, mi sembra che la mia generazione (diciamo sopra i quaranta, via) abbia un approccio sballato (al di là dei cafoni che la insultano, ovviamente).

Forse, più cresciamo più abbiamo la tendenza a classificare, a inscatolare. Un po’ perché ci piace fare quelli che hanno capito come va il mondo (e questo è male). Un po’ per semplificare, per risparmiare tempo (e questo non è male). Ma il rischio di sbagliare è grosso: tra le donne definite via via la ‘Greta italiana’, si trovano persone sia con la metà degli anni della svedese sia con dieci anni in più. Le differenze nei percorsi di studio e di carriera sono enormi. Come si fa a mettere tutto in un mazzo unico, solo perché queste persone condividono il genere e l’attivismo contro la crisi climatica?

Ma credo ci sia un problema ancora più grande:

parlare di Greta Thunberg è un modo per eludere il problema.

È un modo per discutere di una persona, anziché di quello che dice.

Cosa che allə attivistə non credo stia bene. Loro mi pare abbiano un approccio più pragmatico: non interessa discutere di Greta Thunberg, a loro interessa ragionare sul modo con cui limitare le emissioni di gas serra.

(Nota. Si potrebbe obiettare che una delle persone citate come la Greta italiana si sia voluta associare a Greta Thunberg addirittura richiamandola nella copertina di un suo libro. Ma nel novembre del 2021, su Telegram, Fridays For Future Italia ha chiarito che non si tratta di un’attivista del loro movimento).

La protesta di fronte al MITE

In Italia da qualche tempo abbiamo un Ministero per la Transizione Ecologica, chiamato anche MITE. Detta in breve, questo ministero dovrebbe guidare quei tanti processi necessari per far sì che il nostro paese continui a crescere senza però far crescere i gas serra in atmosfera.

Secondo alcune (parecchie?) persone il MITE non sta facendo bene il proprio lavoro e tra queste ci sono Laura Zornini, Beatrice Costantino e Peter Bon, che partecipano alle attività di Ultima Generazione. Queste tre persone si sono piazzate davanti alla sede del MITE, che si trova sulla Cristoforo Colombo, abbastanza all’inizio e hanno iniziato uno sciopero della fame con l’obiettivo di chiedere al ministro Cingolani un incontro pubblico.

Laura Zornini ha avuto problemi di salute che ne hanno causato anche il ricovero e forse è per questo motivo che più di Beatrice e Peter ha ottenuto un po’ di attenzione da parte dei media.

Il tema dell’incontro richiesto, come si può immaginare, è: che vogliamo fare, per affrontare il disastro che incombe?  Incontro che è stato concesso per il 2 marzo ore 18.00. Questo il contesto della situazione, a cui credo si debba aggiungere che il 2 febbraio alcuni attivisti di Ultima Generazione hanno imbrattato l’ingresso della sede del MITE, e che qualche giorno dopo le forze dell’ordine hanno portato i manifestanti in caserma. Insomma, il confronto non è stato proprio facile.

Al Festival di Sanremo 2022 la multinazionale del cane a sei zampe ha sparato i colpi grossi. Però l’impegno di Eni per mostrarsi attenta alla società in cui opera parte da lontano. È un impegno fatto di tante piccole azioni meno eclatanti ma capillari e, forse, con un impatto non meno profondo di quella andata in scena durante lo spettacolo più visto della televisione italiana.

Esponendosi in modo così plateale Eni si è attirata anche le critiche. Il vero vincitore di Sanremo è il greenwashing, scrive «Il Domani», ed è solo una delle voci che hanno avuto da dire sulla beatificazione dell’Eni come azienda in prima linea contro il disastro ambientale.

Quando invece Eni mette il proprio nome in iniziative prestigiose ma inevitabilmente meno seguite, di critiche sembra ne arrivino meno. Tra queste iniziative – alcune molto belle, a mio parere – due mi colpiscono in modo particolare.

Uno è il premio Vivere a spreco zero. Per le buone pratiche di economia circolare e sviluppo sostenibile. Nel 2021, il premio è arrivato alla nona edizione e a questo link si può vedere di cosa si tratta. Vi partecipano, come organizzatori e ospiti, personalità importanti, alcune delle quali sono in prima linea contro la crisi climatica, com’è il caso, per il 2021, di Luca Mercalli.

Scorrendo la pagina del sito si arriva all’elenco dei reference partner. Ci sono le banche di credito cooperativo e c’è il CONAI, consorzio nazionale che si occupa del ricupero e del riciclo degli imballaggi. E poi c’è Eni. Ma come si può associare una gigantesca impresa leader mondiale nel settore degli idrocarburi alle ‘buone pratiche di economica circolare e sviluppo sostenibile’?

In un’altra pagina c’è il dettaglio dei premi: da qualche anno Eni è associato al premio “Categoria saggistica, pagine di sostenibilità”, premio che nel 2021 è stato vinto da La pianta del mondo di Stefano Mancuso e nel 2020 da La rivolta della natura, di Eliana Liotta. Di nuovo, che premi sulla sostenibilità siano assegnati da una multinazionale del petrolio non suona un po’ strano?

Un altro caso è forse più indiretto. Il Festival della Letteratura di Mantova, evento bellissimo, non ha come obiettivo il promuovere la sostenibilità o la lotta al cambiamento climatico. Credo abbia invece lo scopo di promuovere la bella letteratura e l’incontro tra scrittori e lettori. Nonostante ciò, che il primo sponsor a comparire nella home page del festival sia proprio Eni, un po’ mi colpisce.

Insomma, la mia sensazione è che Eni si voglia accreditare come azienda seria, responsabile, attenta alle varie dimensioni del ‘vivere bene’, da quelle culturali a quelle ambientali. E credo abbia il diritto di farlo. Ma penso che dovrebbe farlo non a colpi di sponsorizzazioni e tappeti verdi, bensì spiegando come pensa di combattere la crisi climatica continuando a estrarre petrolio, o perché pensa che puntare così tanto sul gas naturale sia una buona idea.

«Daniele, ma perché non l’intitolate Il cambiamento climatico spiegato a mio figlio?».

«Non saprei, Luca: è che mi vengono in mente diversi titoli del tipo ‘qualcosa spiegato a mio figlio’. Non credo sia una buona idea».

«Dici che è troppo inflazionato?».

«No, Luca, dico che un titolo del genere potrebbe far pensare che io ci abbia capito qualcosa, in questa faccenda dell’emergenza climatica».

Luca mi guarda perplesso. «Daniele, perdona: mi stai dicendo che hai scritto un libro su un argomento di cui non hai capito nulla?».

Bene, adesso ho confuso le idee anche a lui. O forse no, perché, inconsapevolmente il mio amico Luca ha centrato il punto: ho cominciato a scrivere Più idioti dei dinosauri non per spiegare cosa sta succedendo ma, al contrario, per capirci di più, in quello che sta succedendo. Ho scritto questo libro per conoscere i guai che la crisi climatica causerà alla vita di mio figlio.

Beh, in realtà l’ho fatto anche per un altro motivo: per cercare adulti – genitori ma non solo – che hanno questi miei stessi pensieri. L’idea che mandiamo i giovani e le giovani in un futuro incerto, che diventerà sempre più difficile, è terrificante. Non riesco a gestirla da solo.

Il titolo di questo post è dichiaratamente copiato.
L’immagine viene di conseguenza.

Does anybody else in here, feel the way I do?

 

Più idioti dei dinosauri è un racconto in cui, però, ci sono diverse informazioni scientifiche e dati. Ho cercato il più possibile di citare le fonti come parte del racconto stesso. Per dire dove ho trovato quelle informazioni e dati che non sono riuscito a inserire nel libro, invece, ho scritto questo – ahimè lungo – post.

A caccia dell’ombra

Qui affermo che mio figlio e io siamo particolarmente apprezzati dalle zanzare. Che queste bestiacce si accaniscano di più contro alcune persone, credo che lo notiamo tutti. Sul perché ciò accada ci sono varie ipotesi ma accidenti se ho trovato il modo per far sì che Cosimo e io usciamo dal menù preferito di quelle maledette. In ogni caso, che i più colpiti siano circa il 20% delle persone, l’ho letto su questo studio: Joseph Stromberg, Why Do Mosquitoes Bite Some People More Than Others? Smithsonian.com, 12.7.2013

Capitolo I – Tutto un mondo da visitare

L’Alberto che ci ha condotto nella passeggiata veneziana è Alberto Fiorin, autore di bellissimi libri sulla bicicletta tra cui guide per vacanze in bici. Qui alcuni suoi titoli.

Di stime sulla crescita dell’acqua del mare a Venezia se ne trovano diverse e, consultandole, mi sembra si possa dire che un innalzamento di un metro, come ordine di grandezza, sia molto probabile. In ogni caso, tra le varie analisi e ricerche, si può consultare questa, realizzata da un gruppo coordinato da Fabrizio Antonioli, dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulganologia. Ricerca in cui non si parla solo di Venezia, ma di una trentina di altre città italiane costiere che sono a rischio di venire sommerse. Antonioli lo si può ascoltare in questo video di Vice.com.

Per conoscere le altitudini dei vari punti della terra, e di conseguenza capire quali punti hanno più possibilità di finire sommersi, con l’innalzamento dell’acqua del mare, si può consultare questa mappa. Sulla crescita prevista dell’acqua a New York, si può consultare questa fonte e anche questa.

Le informazioni su Yellowstone, sull’isola di Pasqua e sulle isole di Pasqua le ho tratte in particolare da una serie di articoli comparsi sul sito del New York Times dedicati a patrimoni UNESCO a rischio per via della crisi climatica. Tra questi c’è l’articolo di Marguerite Holloway, Your Children’s Yellowstone Will Be Radically Different, The New York Times, 15 novembre 2018. Per consultare questi articoli occorre essere abbonati al sito del giornale newyorchese.

Capitolo II – Muoversi

Olga e Pedro si perdono dietro a numeri e percentuali citati in questo rapporto. Numeri che possono cambiare, come un po’ tutti quelli che riguardano la stima delle emissioni di gas serra. Per essere aggiornati sulla situazione, si possono consultare le pagine dedicate dall’Unione europea alla questione.

La Rossella mia compagna di università che cito è Rossella Prandi, qui la sua pagina linkedin. Come si vede, il suo lavoro consiste proprio nel valutare la qualità dell’aria. Il dato sul calcolato risparmio della CO2 grazie alla TAV arriva dal Quaderno 15 dell’Osservatorio Nuova Linea Torino Lione, pagina 103.

La stima di quanto aumenterebbe la richiesta di energia elettrica nell’Unione europa se l’80% delle automobili diventasse di colpo elettriche è un altro di quei dati in evoluzione. Comunque l’ho trovato qua. I dati sulle turbolenze nei viaggi aerei causati dall’aumento della CO2 li ho trovati in questo articolo del New Scientist.

Ma ‘ste auto elettriche… beh, oltre al sito di Quattroruote,  volendo c’è anche questo articolo, che spiega perché  siano vantaggiose, in tema di minori emissioni di CO2 e affronta anche la strana teoria secondo cui ci sarebbero dei diesel puliti come una brezza primaverile.

Capitolo III – Di città in città

Le stime su quanto le città contribuiscano al cambiamento climatico nel 2010 e, in prospettiva, nel 2030, si possono trovare in questo documento della Banca Mondiale (in mezzo a un sacco di altre informazioni: quei numeretti lì stanno precisamente a pagina 23) che a sua volta cita l’Agenzia Internazionale per l’Energia.

Le tesi di Edward Glaeser sono riassunte in questo articolo: How Skyscrapers Can Save The City, pubblicato su The Atlantic. Le tesi di Elena Granata sul reinventare gli spazi in cui viviamo si trovano anche in un libro uscito presso Einaudi: Placemaker. Gli inventori dei luoghi che abiteremo.

Capitolo IV – Immortali

Le posizioni di Rex Tillerson, in modo più articolato e completo di quanto abbia fatto io nel libro, sono riassunte in questo articolo di Mashable. L’evoluzione della malaria con l’aumentare della crisi climatica è descritta in questo articolo su The Lancet.

Capitolo V – Calorie

Dean, la Pontiac del ’55 Omaha, Tucson, Giuseppe, la vecchia millecento eccetera… si riferiscono a Statale 17, di Francesco Guccini, nella versione dell’Album Concerto con i Nomadi. I dati sulle rispettive permanenze nell’atmosfera di Metano e Anidride Carbonica me li ha forniti Giulio Betti. Peraltro, vale la pena seguirlo su twitter, Giulio. Volendo c’è anche questo articolo di Skeptical Science, che spiega questa faccenda della permanenza in atmosfera della CO2.

Il giochino della BBC che permette di misurare l’impatto di ogni cibo, a seconda di quanto lo si consuma, lo si trova qui.  Le valutazioni sulle emissioni del settore agroalimentare della FAO si trovano qui. La stima su quanto i diversi settori contribuiscano alle emissioni di gas serra è una roba che trovo davvero complicata, la fanno in molti, tra cui l’EPA, l’agenzia per la protezione dell’ambiente degli Stati Uniti. La stima su quanto il pesce che consumiamo sia di allevamento ma l’ha comunicata Francesco Calefato che in quel di Biella, città in cui vivo, non ha solo una pescheria, ma propone un approccio consapevole e rispettoso dell’ambiente al consumo di pesce.

Su come cambierà la produzione di mais al crescere della temperatura media, si può consultare questo articolo (ma ce ne sono davvero un’infinità, e dicono tutta la stessa cosa: la produzione di questo alimento va a diminuire, con l’aumento del calore della superficie terrestre). Lo studio che confronta l’impatto sul cambiamento climatico delle diverse diete (onnivora, vegetariana, vegana) è stato pubblicato su Nature.

La storia del caffè senza caffè è stata raccontata anche su Elle.

Ma in questo capitolo, me sciagurato, c’è anche un errore di sostanza. A pagina 92 è scritto:

Sì, c’è il problema della birra e ci sarebbe anche quello del vino, poiché ci sono studi secondo cui la metà circa delle vigne mondiali rischia di sparire, se nel 2050 la temperatura della Terra sarà aumentata del 56%.

quel ‘del 56%’ va sostituito con ‘due gradi centigradi’. Il riferimento è qui.

 

Capitolo VI – Figli

L’articolo di Bastian Berbner si può leggere su Internazionale n. 1337 del 13 dicembre 2019. La lista delle cause di morte l’ho presa dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Qui c’è come sono andate le cose nel primo ventennio del ventunesimo secolo.

Che l’mpatto climatico procapite sia molto diverso a seconda del paese in cui ci si trova, l’ho letto per la prima volta nel libro Factfullness di Hans Rosling. La valutazione delle emissioni di una persona vissuta tra il 1960 e il 2020 l’ho trovata riassunta in questo articolo de Il Sole 24 Ore, che a sua volta si rifà a dati della Banca Mondiale.

L’articolo di Anna Momigliano che cito nel libro – e che davvero mi ha fatto pensare moltissimo – si può leggere qui, su Rivista Studio.

A proposito di come la situazione è cambiata e potrà ancora evolvere in Cina – dal punto di vista della produzione di energia – ho trovato questa grafica che mi pare sintetica e interessante.

Sull’aumento – molto rilevante, secondo alcune ipotesi – delle zone aride, a causa del cambiamento climatico, riporto un articolo di Le Scienze e uno di Valori. L’idea che le terre come il Sahara possano aumentare moltissimo è argomentata in Future of the human climate niche, articolo pubblicato dal PNAS, che è il Proceedings of the National Academy of United States. Registro però che c’è anche chi dice che non sarà così: voglia il cielo che abbiano ragione loro, almeno su questo.

L’articolo di David Wallace-Wells che cito si intitola Parenting the Climate Change Generation, l’ha pubblicato il New York Magazine, io l’ho letto su Medium.

Capitolo VII – Più idioti dei dinosauri

Svante Arrhenius non è stato il primo a capire che esiste l’effetto serra. Nel libro scrivo che è stato uno dei primi ma, a scanso di equivoci, lo ripeto qui. A rendersi conto che esiste questo effetto è stata probabilmente Eunice Newton Foote (il cognome non è un caso: pare fosse una discendente del buon Isaac, in qualche modo), a metà dell’800. Qui c’è un breve riassunto della storia. Ma Svante Arrhenius, che è arrivato parecchi anni dopo, mi ricorda Armando…

Le dichiarazioni con cui Michael O’Leary, CEO di Ryan Air, dice di non credere nel cambiamento climatico, si possono trovare qui e qui. E poi c’è la notizia secondo cui Ryan Air è il decimo emettitore di gas serra nell’Unione europea. Che le due cose siano in relazione?

Per il tema del negazionismo, fondamentale è il lavoro di Stella Levantesi: I bugiardi del clima. Potere, politica, psicologia di chi nega la crisi del secolo, Laterza.

Questa è Musica ribelle di Eugenio Finardi. I risultati della ricerca del professor Gerardo Ceballos sono riassunti in questo articolo sul sito della BBC. Il link al sito di PornHub con la campagna sulle api magari non lo metto, però non me la sono inventata, questa storia: l’ho letta su Il Post.

La strana – almeno per me – storia della Statua della Libertà mezza affondata per via dell’innalzamento del livelli del mare, è raccontata in dettaglio in questo articolo.

Capitolo VIII – Non scendo più

Piantare alberi per combattere il cambiamento climatico è una cosa che va di moda in un modo straordinario. Di conseguenza, se uno digita su un motore di ricerca – ovviamente, per stare in tema, suggerisco il motore di ricerca ecosia, che pianta alberi proporzionalmente a quanto viene usato – ‘alberi’ e ‘cambiamento climatico’ insieme, esce pazzo. Chi volesse trovare il testo originale e integrale della Trillon Tree Declaration che cito nel libro, lo trova qui.

Questo invece è il documentario di WeWorld a cui faccio ampio riferimento in Fuga sugli alberi.

Il TED con il professor Vacchiano che cito è questo. Una sintesi della ricerca sull’impatto positivo degli alberi in ambito urbano, curata dalla professoressa Rita Balardi, è pubblicata qui.

Capitolo IX – Soldi

La stima di Moody’s sui soldi che costerà il cambiamento climatico la si trova in un sacco di posti, ad esempio sul Washington Post. La storia delle banche che non finanziano la trivellazione dell’Alaska si trova nella newsletter di Bill McKibben del 26 novembre 2020. La bancarotta della Pacific Gas and Electric Company mi sembra sia spiegata sufficientemente bene da Wikipedia.

Sul tema dei sussidi all’industria fossile, le informazioni provengono da questa sezione del sito del Fondo Monetario Internazionale. Banking on Climate Chaos è il rapporto del 2021 (con dati del 2020) che permette di sapere quanto gli istituti di credito finanzino il settore dei combustibili fossili.

Il misuratore della Carbon Footprint che mi ha mandato in confusione, affermando che la mia impronta è decisamente superiore a quella dell’italiano medio, è questo.

Capitolo X – Conversioni

La notizia secondo cui Eni avrebbe cominciato a trivellare in Alaska la si può trovare in un sacco di posti: Reuters, Nasdaq, Repubblica. I documenti che spiegano il programma di Eni verso la sostenibilità si possono trovare soprattutto a questo indirizzo; il rapporto che ho consultato, in particolare, è Neutralita carbonica nel lungo termine. Eni for 2019. Che l’Eni sia uno dei principali sponsor del Festival Letteratura di Mantova si vede già dalla home page del Festival, scorrendo le pagine del sito si vedono che gli eventi dedicati a discutere del cambiamento climatico non sono pochi.

Capitolo XI – Che tocca fare per campare

Più volte, nello scrivere il libro, mi sono chiesto: ma questi numeri ha senso che li metta, oppure saranno cambiati nel giro di poco, al punto che la stessa fonte dove li ho presi non si troverà più? Con questo approccio ne ho tolti davvero tanti, di numeri che avevo inserito nella prima stesura. Ma uno, ahimè, l’ho lasciato: quello che riguarda il numero di posti di lavoro persi, nel mondo, a causa della pandemia. Avrei fatto meglio a lasciare un’indicazione di massima, primo perché le stime sono davvero tanto diverse, a seconda delle varie fonti, secondo perché è un dato in evoluzione continua: a gennaio 2022, quando esce Più idioti dei dinosauri, siamo ancora in piena pandemia le cui conseguenze su economia e lavoro sono davvero difficili da stimare. L’ho fatta lunga, chiedo scusa. La fonte a cui più mi sono affidato, sulla questione, è comunque è l’Organizzazione Internazionale per il Lavoro e qui c’è un articolo che riassume i suoi dati, a luglio 2020.

Qui c’è il sito della Carbon Engineering che produce mega aspiratori per togliere la CO2 dal cielo. E a questo sito c’è il progetto Desarc Maresanus che favorisce la capacità di assorbire la CO2 del mare e al tempo stesso cerca di contrastarne l’acidità. Il lavoro di Andrea Crisanti contro le zanzare assassine è raccontata nella puntata di Radio3 Scienza del 6 agosto 2019.

Per saperne di più sul grafene e le possibilità che offre soprattutto nel campo delle batterie, c’è questo articolo de Il Corriere.

Giovanni Mori lo si può ascoltare nel suo podcast, Emergenza Climattina, ma vale la pena seguirlo un po’ ovunque: su facebook, in particolare, ma anche su Twitter.

Capitolo XII – Attivista

Michael Brune, direttore del Sierra Club ha scritto un post sul razzismo di John Muir, padre nobile dell’ambientalismo e fondatore dello stesso Sierra Club. Il testo di Brune e parte del dibattito che ha suscitato lo si può leggere qui.

I dati sui fenomeni estremi in Italia arrivano dal libro Terra bruciata di Stefano Liberti e lui, a sua volta, li ha presi da European Severe Weather Database.

Sul sito di Fridays For Future Italia si trovano le interviste a Fousseny Traore e Jon Bonifacio. La frase del professor Rajul Pandya sul fatto che il cambiamento climatico non sia la priorità di nessuno ma colpisca le priorità di tutti, l’ho sentita nel podcast TILClimate e in particolare in questo episodio.

Capitolo XIII – Compleanno tra le nuvole

Il TED della professoressa Kate Marvel si intitola è del 31 luglio 2017 e s’intitola Can clouds buy us more time to solve climate change? L’articolo del 20 luglio 2020 che he perfeziona la stima della crescita della CO2 con la temperatura è questo.

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