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Reuben Garrett Lucius Goldberg nasce a San Francisco il 4 luglio del 1883. È il terzo di sette figli, ma solo in quattro sopravvivono all’infanzia. I genitori lo fanno studiare, sino alla laurea: nel 1904 diventa ingegnere.

A dimostrazione che quel pezzo di carta vale, il ragazzo – che nel frattempo ha preso a farsi chiamare Rube – trova subito lavoro. Lo assume l’azienda che gestisce il sistema idrico e fognario della città. Un posto sicuro, dove mette a frutto i suoi studi. Ma solo per sei mesi, dopo i quali si licenzia e va a lavorare per un grande giornale della sua città, il San Francisco Chronicle.

Tre anni dopo, nel 1907, cambia costa  e va a lavorare al New York Evening Mail, dove diventa uno dei più famosi fumettisti degli Stati Uniti d’America.

Rube Goldberg non è entrato nel mondo del giornalismo per scrivere di cronaca o per redigere reportage. Lui realizza vignette, brevi strisce. Si misura con argomenti di attualità e politica, prende posizione, al punto che si fa anche un discreto numero di nemici.

Nel 1948 vince il Premio Pulitzer, nella categoria Editorial Cartooning. Conquista il riconoscimento riassumendo in un’immagine l’entrata del pianeta nell’incubo della guerra nucleare.

E la laurea?

È diventato ingegnere per niente? Anni di studio e soldi dei suoi genitori buttati dalla finestra? Nemmeno per sogno, perché il motivo per cui Rube Goldberg diventa davvero famoso, in tutto il mondo e ben al di là della sua morte, è strettamente connesso alla sua laurea.

Le Rube Goldberg’s Machine mettono in gioco la cinematica, la statica, la dinamica, l’idraulica e anche l’elettronica, non disdegnando riferimenti all’ornitologia e addirittura alla psicologia.

Le Macchine di Rube Goldberg realizzano meravigliosamente un obiettivo: rendere assurdamente complicate delle cose estremamente semplici. Me ne guardo bene dal dire che ciò sia una cosa che fanno molti ingegneri ma, certo, se sono così belle è grazie a una lucida mente da ingegnere.

Rube Goldberg queste macchine si è limitato a progettarle, molti altri hanno invece cercato di realizzarle. Digitando su You Tube «Rube Goldberg Machine», escono ad oggi circa 387.000 risultati. Dalla fine degli anni ’80, poi, c’è l’appuntamento periodico dei Rube Goldberg Contests, in cui diverse squadre si sfidano nella realizzazione di una macchina a tema.

Dunque, chi si sente chiedere «E la laurea?», solo perché il suo lavoro sembra aver poca attinenza con i temi a cui ha dedicato i suoi neuroni migliori, oggi può rispondere raccontando la storia di Rube Goldberg. O, nel pieno spirito delle macchine che portano il suo nome, spiegare che lavorare nel settore dei propri studi, sarebbe stato troppo semplice.

 

p.s. la foto di questo post è tratta da un’attività di formazione incentrata sulle Macchine di Rube Goldberg che propone, Spell, la società per cui lavoro.

bagno dinsieme 1

What we want
And what we need
Has been confused
(REM – Finest Worksong)

Lo scarico del lavandino da tempo fatica a svolgere la sua funzione principale. L’acqua va giù solo dopo svariati minuti. Con lo sturalavandino pneumatico sono già intervenuto più volte, senza successo. I prodotti liquidi, il cui potere sbloccante è magnificato dalla pubblicità, li rifuggo come la peste: o sai cosa davvero intasa i tuoi tubi e usi il solvente adatto o rischi di produrre danni tremendi.

Dunque, armato degli attrezzi necessari e con l’assistenza di mio figlio – assistenza un po’ intermittente, com’è comprensibile per un bimbo che compirà cinque anni solo tra due mesi – sabato faccio quello che va fatto: smonto e ripulisco i tubi di scarico.

L’intervento è un successo, perché ho modo di constatare la concretezza del problema, nonché rimuovere lo zozzume. Il rimontaggio, a sua volta, non è particolarmente problematico. Alla fine raggiungo quell’appagamento che mi porta a dire “la laurea in fisica non so, ma il diploma di perito tecnico industriale certo non l’ho sprecato”.

La casa d’epoca

Senonché, a tarda ora, noto il gocciolio proveniente da un altro tubo. Uno di quelli d’ingresso, quello che porta l’acqua calda, a essere precisi. Prima, trafficando, l’avevo smosso e ora, proprio nel punto in cui è collegato al muro, sta gocciolando. Il sintomo non è granché e forse neanche il problema. Magari è solo la guarnizione da cambiare.

Smonto, e ottengo la conferma: la guarnizione è da cambiare, ma anche tutto quello che ci sta intorno. Il precario equilibrio in cui il tubo si trovava è stato alterato dal mio intervento in zone adiacenti. Il pezzo in questione è roba d’antiquariato: il fascino delle vecchie case. Fatto sta che dopo qualche mia manovra, il tubo cede, definitivamente. Mi dò del cretino, ma con moderazione: qualcosa dovevo provare a fare e, inoltre, il dramma credo si sia consumato prevalentemente a causa delle critiche condizioni dell’oggetto sotto i miei ferri.

tubo muro 1Finalmente domenica

La mia idiozia, semmai, sta nel fare questi lavori di domenica. I negozi sono chiusi, eccezion fatta per Leroy Merlin, che però è un po’ fuori mano. Quindi, vallo a trovare un tubo nuovo. Ma, in fondo, l’obiettivo è arrivare a lunedì. Oggi dobbiamo poter usare l’acqua senza allagare casa, il che sarà possibile se riesco a tappare quel buco nel muro dov’era attaccato il vecchio tubo. Dai che una pezza la si rimedia.

La toppa che non toppa

Ovviamente il tappo adatto, quello che si avvita, non ce l’ho. Così provo diverse soluzioni, che coinvolgono fil di ferro, nastro adesivo del genere a super tenuta – quello grigio da 5-7 euro al rotolo, per chi lo conosce – vecchie e nuove guarnizioni, rondelle, teflon. Ho pure l’idea di utilizzare la plastilina con cui gioca Cosimo. È tutto inutile: basta aprire poco il rubinetto centrale che i tappi saltano o si lacerano. La pressione, che spesso è incerta, in questa vecchia casa, spazza via tutto.

Il tempo stringe, anche perché ho promesso a Cosimo che l’avrei portato al parco. Così mi chiedo cosa farebbe George al mio posto, la scimmia che si trova di fronte a problemi che spesso e volentieri lui stesso ha generato. Ma, soprattutto, mi chiedo di cosa davvero ho bisogno.

Quello che voglio, quello che mi serve

camera bici muro

 

 

Il mio problema è tappare il buco o evitare di allagare la casa quando abbiamo bisogno di usare l’acqua? La seconda, soprattutto confidando in una soluzione definitiva nel giro di 24 ore. E dunque, considerato che a tappare quel buco proprio non ce la faccio, posso a venire a patti con l’acqua che esce? E così le faccio una proposta. «Cara acqua, esci pure ma, se non hai niente in contrario, ti mando nella vasca da bagno».

Enantiodromia idraulica

Tra i modi per affrontare conflitti che ho imparato da Paolo Vergnani, c’è quello dell’enantiodromia. La parola si deve a Eraclito, filosofo greco vissuto a cavallo tra il V e il IV secolo Avanti Cristo. È la corsa agli opposti, è il ribaltare la propria strategia difensiva: se non ce la fai a spingere, prova a tirare.

In idraulica l’ho applicata in questo modo: visto che non ero assolutamente in grado di impedire all’acqua di uscire, le ho offerto un tappeto rosso (leggi camera d’aria di bicicletta), salvo mandarla dove mi tornava comodo.

Ma si può applicare in modo più ampio, nella convivenza con altri esseri umani. Magari a cominciare dall’impresa che traffica nell’alloggio del vicino. Protestare per il rumore che fa alle 7.30 del sabato mattina non servirà a molto, gli operai hanno un lavoro da fare per qualcuno che li paga, che non sei tu. Prova, piuttosto, a offrire loro il caffè.

Funziona? Alle volte sì, alle volte no. Che è già meglio dei risultati che si ottengono con l’altra strada, quello dello scontro: quella non funziona mai.

 

 

gauss laterale 4

Di recente ho scoperto il concetto di «pensiero laterale». A dire il vero ne avevo già sentito parlare qualche anno fa, ma sospettavo che si trattasse di una roba new age da cui stare alla larga. Ora che ne so di più, mi sono fatto un’idea abbastanza precisa: è una roba new age da cui stare alla larga.

In realtà il concetto è importante, è il chiamarlo così che mi lascia perplesso. D’altra parte, il professor Edward De Bono, considerato il padre del pensiero laterale, è un intellettuale di alto profilo.

Funziona più o meno in questo modo: di fronte a un problema, non ci si deve buttare a testa d’ariete, lo si deve approcciare da angoli diversi. Di lato, appunto.

In rete si trova una marea di esercizi connessi al pensiero laterale, che ricordano il signor Brando protagonista della rubrica Suspense! sulla Settimana Enigmistica.

Centosessanta anni prima

Alla fine del ‘700, a Braunschweig, una cittadina a 70 km da Hannover, insegnava un maestro piuttosto severo. Costui, tra l’altro, usava dare ai suoi alunni delle lunghe somme da eseguire. I numeri da addizionare erano di solito cento, come 1, 2, 3…, 99, 100, o come 7, 11, 15 …, 395, 399, 403.

Un maestro che somministra esercizi del genere a me, più che alla severità, fa pensare alla pigrizia. Mi sembra di vederlo, sprofondato nella lettura del giornale o in altre attività più o meno rilassanti mentre i bimbi sudano su queste infinite sommatorie.

Un giorno il maestro si trova in aula un bambino dal nome Carl Friedrich e la cuccagna finisce. Il piccolo, anziché lanciarsi alla disperata nel fare cento somme, osserva la sequenza di numeri. Dopo averci pensato un po’, esegue meno di cinque conti e consegna il risultato al maestro. Convinto che il ragazzino sia uno sbruffoncello che ha tirato a indovinare – e a cui infliggerà adeguata punizione – l’insegnante continua tranquillo a fare quel che stava facendo. Prima di guardare i risultati, infatti, aspetta che tutti abbiano consegnato.

Ma quel bimbo di dieci anni, che di cognome faceva Gauss, il risultato l’aveva azzeccato. Si era reso conto che, nelle serie ideate dal maestro, la distanza da un numero al successivo era sempre la stessa e dunque, ottenere in poco tempo il risultato corretto, era un obiettivo alla portata di tutti, figuriamoci per lui.

Dubito che il maestro abbia ricordato quello come un giorno sfortunato, perché ben presto capì di aver per le mani un talento eccezionale. Anzi, convinse i genitori a fargli continuare gli studi e l’umanità gliene rende merito perché, anche grazie a lui, Carl Friedrich Gauss divenne il più grande matematico di sempre, tempi odierni inclusi.

Pensiero laterale o pazienza?

Il Gauss bambino applicò il pensiero laterale, in quell’occasione? Bisognerebbe chiedere a De Bono, ma direi di sì. Anziché affrontare il problema come facevano tutti gli altri – mettendosi a fare le tante somme una dopo l’altra – Carl Friedrich si prese un po’ di tempo per analizzare la situazione e vedere se c’era un altro approccio possibile. Insomma, prese la faccenda di lato.

Ma è proprio qui che stanno i miei dubbi sul modo con cui viene chiamato questo approccio. In fondo, Gauss fece quello che tutti dovrebbero fare sempre, di fronte a un problema: lo analizzò.

L’analisi richiede tempo, e forse questo è il nodo cruciale. Perché se non sei un genio come Gauss, di tempo ce ne può volere parecchio.

E allora ci facciamo prendere dall’ansia: vogliamo la soluzione e ci buttiamo a fare la prima cosa che ci viene mente, o a percorrere la solita strada già battuta diverse volte, senza però chiederci se, in questa occasione, quella strada porta dove ci serve andare.

Insomma, ho la sensazione che chiamare parlare di ‘pensiero laterale’ sia un modo per dare una connotazione artistico-creativa a quello che, in realtà, è un misto di pazienza, approccio analitico e sana cultura del dubbio. Che, forse, dovrebbe essere il modo con cui ci poniamo sempre di fronte a qualcosa che non riusciamo a capire.

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Carl Friedrich Gauss, puntata di Wikiradio del 23 febbraio 2017