La foto è di Genaro Servín da Pexels

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Quanti chilometri all’anno fai in auto? Quante volte alla settimana mangi la carne? Quante tazzine di caffè mandi giù, ogni giorno? E vogliamo parlare di quante docce — o peggio, bagni — fai e con frequenza? Di come scegli le cose ai supermercati — peraltro: perché vai nei supermercati e non nei mercati biologici? — di quanti rifiuti produci e quanto bene li ricicli?

In sintesi, la domanda è una: qual è il tuo personale contributo allo sfascio del pianeta in cui viviamo? Una domanda che sembra centrale, vista l’emergenza climatica in cui viviamo.

Uno degli attacchi portato alle attiviste e agli attivisti di Fridays For Future è questo: protestate, chiedete azioni in difesa del vostro futuro ma a cosa rinunciate voi, in prima persona?

Lasciamo da parte il fatto che molte di queste ragazze e molti di questi ragazzi avrebbero un’ottima risposta, perché si spostano in bici o con i mezzi pubblici — ne conosco alcuni che, ventenni, non hanno ancora la patente mentre io, a diciotto anni e un giorno ero lì che davo l’esame — sono attenti a ciò che mangiano, ai rifiuti che producono e via dicendo. Non è questo il punto.

Abbiamo presente quella domanda che, immancabilmente, si sente rivolgere chi chiede un trattamento giusto — cioè rispettoso dei diritti umani — nei confronti dei migranti? Sì, proprio la classica «perché non te li prendi a casa tua?». La domanda «e tu a cosa rinunci per salvare il clima?» sta sullo stesso piano.

Nel caso delle migrazioni ci sono governi e istituzioni che non sono capaci o proprio non vogliono affrontarle seriamente, in modo concreto e pragmatico. Dall’altro c’è bisogno di mettere mano al modo con cui produciamo l’energia di cui necessitiamo, al modo con cui ci spostiamo, al modo con cui consumiamo il territorio e ci alimentiamo.

«Finché ci concentreremo sui comportamenti individuali non ci avvicineremo a una soluzione», scrive Jaap Tielbeke su , in un articolo ripreso da Internazionale del 21 agosto 2020.

«Qualche tempo fa su Twitter mi è comparso un annuncio con dei consigli su come risparmiare energia — scrive Tielbeke — Potevo comprare un frigorifero più efficiente, lavare i vestiti a trenta gradi e asciugarli al sole. Per preparare il caffè non dovevo usare più acqua del necessario. Trovo sempre irritante questo tipo di sciocchezze pseudoambientaliste, ma mi sono proprio infuriato quando ho visto da chi proveniva il messaggio: Exxon Mobil, una delle più grandi aziende petrolifere al mondo, che ogni anno spende miliardi per estrarre combustibili fossili ed è al centro di vari casi giudiziari per aver ingannato i cittadini nel tentativo di ostacolare le politiche contro il cambiamento climatico».

Se non fosse abbastanza chiaro il messaggio, si pensi che la British Petroleum aveva messo a disposizione di chiunque, sul proprio sito, uno strumento per calcolare la propria carbon footprint, cioè la quantità di gas serra che emettiamo noi singoli cittadini.

È il ribaltamento di una celeberrima esortazione evangelica. La crisi climatica vi spaventa?

Possiamo rivedere in modo drastico il nostro menù, ma se la politica agricola dell’Unione Europea incentiva gli allevamenti intensivi — Tielbeke cita Greenpeace, secondo cui si tratta di circa un quinto del budget europeo totale — che io mangi o meno gli hamburger di manzo è abbastanza irrilevante (almeno per quanto riguarda le emissioni di gas serra: sulla mia salute dovrebbe essere ormai chiaro che meno ne mangio meglio è).

Dunque l’impegno individuale è un’inutile perdita di tempo? Niente affatto, a mio parere, purché rispettiamo almeno alcune condizioni.

La prima è che deve trattarsi di un’apertura al confronto, non di una chiusura nella propria sfera privata. Se porto via i soldi dalla mia banca perché ho scoperto che finanzia le attività estrattive di combustibile fossile, glielo devo dire. Devo scrivere ai contatti che trovo disponibili e chiedere conto delle loro scelte (beh, se il vostro patrimonio è dell’ordine di quello di Warren Buffett è possibile che non abbiate bisogno di scrivere alla banca, capace che vi cercano loro, se manifestate l’intenzione di chiudere il conto).

La seconda è che deve avere una valenza educativa per noi stessi, prima di tutto. Non ha senso rinunciare alla carne se poi, in un solo giorno, beviamo un litro di latte di mucca e mandiamo giù sei o sette tazze di caffè (sto scrivendo queste righe con Spotify in sottofondo e ogni tanto parte una pubblicità con lui che porta a lei il caffè a letto: quindici tazzine, che tanto c’è il sottocosto, nel supermercato che ha realizzato lo spot).

Capire i meccanismi che stanno dietro al modo con cui ci alimentiamo è molto importante e infatti organizzazioni come Fair Trade — che, tra parentesi, non ha preso molto bene l’articolo di Tielbeke in questione — non si crogiolano nel dire «ah, come siamo bravi noi che vendiamo prodotti che rispettano ambiente e lavoratori!», ma promuovono un cambiamento delle peggiori prassi del commercio internazionale.

Allo stesso modo, quando scegliamo di girare per i quartieri con i nostri figli esclusivamente in bici, a piedi o con i mezzi non lo facciamo per sentirci più belli, perché siamo quelli che non inquinano. Piuttosto, vogliamo toccare e fare toccare con mano come può essere bella la città in cui viviamo e perché vale la pena battersi per migliorare.

In ultimo, è una questione di coerenza. Nel momento in cui chiediamo ai nostri governi di eliminare i sussidi alle attività di estrazione di combustibili fossili — ed è davvero il caso di farlo, che diamine: sono 16 miliardi di euro che ogni anno vanno in fumo — siamo più credibili se, tra l’altro, scegliamo per le nostre case un fornitore di energia rinnovabile al 100%.

Insomma, immaginate un personaggio politico che si professa cattolico e promuove i valori della famiglia che definisce tradizionale: quale credibilità avrebbe se avesse alle spalle divorzi e figli concepiti fuori dal matrimonio? Ok, esempio sbagliato, ma ci siamo capiti.