errore oxfam

Ho fatto qualche donazione a Oxfam, dunque sono nel loro database. Così, in seguito alla vicenda che potremmo definire «scandalo di Haiti», ho ricevuto una mail a firma del direttore di Oxfam Italia. Apprezzo il gesto e non dubito della sincera passione che anima il firmatario di questo testo.

Dirò di più: non dubito di Oxfam e della necessità di sostenere le sue azioni, cosa che non smetterò di fare. Quello che mi interessa, ora, è ragionare su come una delle più grandi organizzazioni che lotta contro la povertà affronta un errore.

Penso che i modi con cui si fronteggiano gli errori si possano, tra l’altro, dividere in due categorie: coloro che tendono a nasconderli – se ci riescono e fino a quando ci riescono – e coloro che, invece, ne parlano apertamente, senza remore. Sembrano due modi diametralmente opposti, ma non è detto che lo siano.

A fare la differenza, è quello che succede dopo che l’errore è diventato di dominio pubblico. Nella mail che ho ricevuto, il direttore di Oxfam Italia scrive:

Ciò che mi ferisce e mi addolora è che il comportamento di pochi abbia messo in cattiva luce e danneggiato il lavoro di un’organizzazione che, con le sue 22 affiliate, opera in 90 paesi del mondo portando soccorso e lottando per e al fianco di 20 milioni di persone povere e vulnerabili, la maggior parte donne e bambine.

Che però, a me, non sembra un argomento rilevante.

Ragionando così, Rete Ferroviaria Italiana e Trenord, potrebbero replicare al tragico incidente di Pioltello dicendo una cosa tipo «siamo rammaricati che il disastro di un solo treno possa far dimenticare che ogni giorno portiamo a destinazione, incolumi, 5 milioni e mezzo di passeggeri» (peraltro, avrebbero dalla loro il fatto che i treni italiani sono tra i più sicuri, in Europa).

Ma non lo possono fare, perché ci si aspetta che un treno non faccia mai perdere la vita ai suoi passeggeri. Se questo accade, è perché s’è sbagliato qualcosa.

Allo stesso modo, ci si aspetta che una Ong impegnata in un paese dove è avvenuto un terremoto, non abbia operatori che alimentano il mercato della prostituzione, che approfittano di donne e ragazze in drammatica situazione di bisogno. Dire che lo scandalo è la conseguenza del «comportamento di pochi», a mio avviso non ha molto senso. Perché non deve accadere mai, punto a capo.

In un’intervista rilasciata alla BBC, Winnie Byanyima, la direttrice esecutiva internazionale di Oxfam viene incalzata dal giornalista che le chiede se ha consapevolezza della ‘scala del fenomeno’. Lei ribadisce il concetto di ‘comportamenti marginali’, pur non sminuendone la gravità. La direttrice risponde infatti che ci sono quasi diecimila persone che lavorano in 90 paesi per l’organizzazione da lei guidata, che la maggioranza di queste fa le cose per bene, che Oxfam non morirà perché fa cose importanti di cui il mondo ha bisogno.

Ma così facendo, chi non nasconde il proprio errore rischia di comportarsi in modo simile a chi invece cerca di celarlo. Perché mettere avanti il proprio “essere buoni” è come autoassolversi. È come dire «abbiamo sbagliato, ok, ma chiediamo scusa. Ricordatevi però che noi facciamo del bene». Il che è vero, e capisco la tendenza a farlo: si vogliono salvaguardare i progetti in corso, com’è giusto. Però, rispondere in questo modo rischia di non favorire la comprensione dell’errore.

Non serve – almeno ai miei occhi – confermare che Oxfam sia un’organizzazione importante e utile. Serve invece capire come in un’organizzazione importante e utile siano potute accadere cose di questo genere.

Occorre capire come fosse possibile che persone reclutate da Oxfam – anche in posizione di vertice, poiché tra gli indagati vi è l’allora direttore responsabile delle operazioni ad Haiti, che pure afferma di non aver mai pagato prostitute – si siano comportate in questo modo.

Come fosse possibile che non vi fossero controlli efficaci per far rilevare il problema immediatamente, e stroncare sul nascere la cosa. Saranno stati pochi, a compiere atti vergognosi, ma nessuno, tra gli altri tanti, se n’è accorto? A dire il vero, pare che uno di questi colleghi avesse ricevuto minacce, se non fosse stato zitto, ma ciò suscita un’altra domanda: in Oxfam hanno spazio le intimidazioni mafiose?

Nell’intervista sopra citata, la direttrice Byanyima annuncia un’indagine ad alto livello che analizzi quello che lei definisce un «sistema poroso». Sistema che ha permesso di lavorare in Oxfam a persone che non ne condividono i valori e le pratiche.

A mio parere, la chiave sta qua. Da quanto capisco, Oxfam ora si muoverà lungo due linee: la prima, capire come sono andate le cose; la seconda, trovare il modo per impedire che tali vicende si ripetano.

A fare la differenza, in questa vicenda, sarà quanta chiara, trasparente e pragmatica Oxfam sarà, nel muoversi lungo queste due linee.