bagno dinsieme 1

What we want
And what we need
Has been confused
(REM – Finest Worksong)

Lo scarico del lavandino da tempo fatica a svolgere la sua funzione principale. L’acqua va giù solo dopo svariati minuti. Con lo sturalavandino pneumatico sono già intervenuto più volte, senza successo. I prodotti liquidi, il cui potere sbloccante è magnificato dalla pubblicità, li rifuggo come la peste: o sai cosa davvero intasa i tuoi tubi e usi il solvente adatto o rischi di produrre danni tremendi.

Dunque, armato degli attrezzi necessari e con l’assistenza di mio figlio – assistenza un po’ intermittente, com’è comprensibile per un bimbo che compirà cinque anni solo tra due mesi – sabato faccio quello che va fatto: smonto e ripulisco i tubi di scarico.

L’intervento è un successo, perché ho modo di constatare la concretezza del problema, nonché rimuovere lo zozzume. Il rimontaggio, a sua volta, non è particolarmente problematico. Alla fine raggiungo quell’appagamento che mi porta a dire “la laurea in fisica non so, ma il diploma di perito tecnico industriale certo non l’ho sprecato”.

La casa d’epoca

Senonché, a tarda ora, noto il gocciolio proveniente da un altro tubo. Uno di quelli d’ingresso, quello che porta l’acqua calda, a essere precisi. Prima, trafficando, l’avevo smosso e ora, proprio nel punto in cui è collegato al muro, sta gocciolando. Il sintomo non è granché e forse neanche il problema. Magari è solo la guarnizione da cambiare.

Smonto, e ottengo la conferma: la guarnizione è da cambiare, ma anche tutto quello che ci sta intorno. Il precario equilibrio in cui il tubo si trovava è stato alterato dal mio intervento in zone adiacenti. Il pezzo in questione è roba d’antiquariato: il fascino delle vecchie case. Fatto sta che dopo qualche mia manovra, il tubo cede, definitivamente. Mi dò del cretino, ma con moderazione: qualcosa dovevo provare a fare e, inoltre, il dramma credo si sia consumato prevalentemente a causa delle critiche condizioni dell’oggetto sotto i miei ferri.

tubo muro 1Finalmente domenica

La mia idiozia, semmai, sta nel fare questi lavori di domenica. I negozi sono chiusi, eccezion fatta per Leroy Merlin, che però è un po’ fuori mano. Quindi, vallo a trovare un tubo nuovo. Ma, in fondo, l’obiettivo è arrivare a lunedì. Oggi dobbiamo poter usare l’acqua senza allagare casa, il che sarà possibile se riesco a tappare quel buco nel muro dov’era attaccato il vecchio tubo. Dai che una pezza la si rimedia.

La toppa che non toppa

Ovviamente il tappo adatto, quello che si avvita, non ce l’ho. Così provo diverse soluzioni, che coinvolgono fil di ferro, nastro adesivo del genere a super tenuta – quello grigio da 5-7 euro al rotolo, per chi lo conosce – vecchie e nuove guarnizioni, rondelle, teflon. Ho pure l’idea di utilizzare la plastilina con cui gioca Cosimo. È tutto inutile: basta aprire poco il rubinetto centrale che i tappi saltano o si lacerano. La pressione, che spesso è incerta, in questa vecchia casa, spazza via tutto.

Il tempo stringe, anche perché ho promesso a Cosimo che l’avrei portato al parco. Così mi chiedo cosa farebbe George al mio posto, la scimmia che si trova di fronte a problemi che spesso e volentieri lui stesso ha generato. Ma, soprattutto, mi chiedo di cosa davvero ho bisogno.

Quello che voglio, quello che mi serve

camera bici muro

 

 

Il mio problema è tappare il buco o evitare di allagare la casa quando abbiamo bisogno di usare l’acqua? La seconda, soprattutto confidando in una soluzione definitiva nel giro di 24 ore. E dunque, considerato che a tappare quel buco proprio non ce la faccio, posso a venire a patti con l’acqua che esce? E così le faccio una proposta. «Cara acqua, esci pure ma, se non hai niente in contrario, ti mando nella vasca da bagno».

Enantiodromia idraulica

Tra i modi per affrontare conflitti che ho imparato da Paolo Vergnani, c’è quello dell’enantiodromia. La parola si deve a Eraclito, filosofo greco vissuto a cavallo tra il V e il IV secolo Avanti Cristo. È la corsa agli opposti, è il ribaltare la propria strategia difensiva: se non ce la fai a spingere, prova a tirare.

In idraulica l’ho applicata in questo modo: visto che non ero assolutamente in grado di impedire all’acqua di uscire, le ho offerto un tappeto rosso (leggi camera d’aria di bicicletta), salvo mandarla dove mi tornava comodo.

Ma si può applicare in modo più ampio, nella convivenza con altri esseri umani. Magari a cominciare dall’impresa che traffica nell’alloggio del vicino. Protestare per il rumore che fa alle 7.30 del sabato mattina non servirà a molto, gli operai hanno un lavoro da fare per qualcuno che li paga, che non sei tu. Prova, piuttosto, a offrire loro il caffè.

Funziona? Alle volte sì, alle volte no. Che è già meglio dei risultati che si ottengono con l’altra strada, quello dello scontro: quella non funziona mai.

 

 

astrid mod

Gli alberghi che accettano cani ormai sono molti e cominciano a diffondersi anche quelli che non solo li accolgono, ma gli riservano trattamenti speciali. Con speciali s’intende non spazi adeguati per scorrazzare, che quella è roba banale, ma servizi di lusso quali massaggi, lozioni e terme.

Poi c’è la diffusione del veganesimo, dei negozi di animali e per animali, ci sono leggi sempre più pressanti contro i maltrattamenti degli esseri viventi non umani. Insomma, la nostra sembra l’epoca in cui, come non mai, gli esseri diversi dai sapiens – per parlare alla Madagascar – godono di rispetto e considerazione.

Eppure, nella mia esperienza registro una cosa controcorrente.

La crociera è un esercizio in cui le persone devono fingere di essere su una nave che sta per affondare. Possono mettersi in salvo, perché sono nei pressi di un’isola, ma di questo pezzo di terra non sanno assolutamente nulla. Escono infatti da due giorni di tempesta che li ha fatti finire chissà dove e gli ha tolto ogni strumento per orientarsi.

Prima di salire sulla scialuppa di salvataggio, possono decidere di portarsi una cosa, e una sola, per tutto il gruppo. La scelta deve avvenire tra un elenco di cose più o meno utili, come una cassetta con pochi e semplici attrezzi, dei viveri sufficienti per una settimana, qualche pistola con munizioni e via dicendo.

In mezzo a quest’elenco si trova pure un cagnolino da compagnia. Non c’è nessun motivo per scegliere questa bestiola, a parte il riconoscere alla sua vita un valore: lasciarlo sulla nave, infatti, equivarrebbe a condannarlo a morte.

Nei primi periodi in cui proponevo questo esercizio – eravamo negli anni Novanta – il cane ricopriva sempre un ruolo da protagonista. Aveva un gruppo di supporter molto agguerrito, che lo teneva in ballo sino alla fine e talvolta lo faceva pure vincere.

Lo scontro tra il partito del cane e gli altri era molto interessante, se si vogliono mettere in evidenza i processi decisionali nei gruppi: i primi difendevano un valore, un affetto, agivano di pancia. I secondi facevano leva sulla ragione: con un cacciavite posso scolpire il legno; con una pistola posso difendermi, cacciare, sparare nell’acqua e ammazzare un grosso pesce; con dei viveri posso sopravvivere quel che basta per organizzarmi, e poi i soccorsi arrivano (che diamine, siamo nel XXI secolo)…

Alle volte i primi, i cinofili, invadevano il terreno dei secondi, e trasformavano quel sacchetto di pelo nel cane di Superman: sapeva cacciare, trovava le sorgenti d’acqua, faceva scappare le bestie feroci…

Tutto, pur di far salire il cagnolino sulla scialuppa. Anche mettersi d’accordo con quelli che vogliono i viveri: va bene, se nel giro di un paio di giorni, sull’isola non troviamo del cibo, potete mangiarvi il cane. Meglio rischiare di doverlo uccidere tra qualche tempo che aver la certezza di farlo morire subito.

Schermata 2016-07-13 alle 23.24.26Da una decina di mesi a questa parte sono tornato a proporre questo gioco, ma il quadrupede sembra passato di moda. Qualcuno che lo sceglie c’è sempre, ma la sua posizione è isolata, timida, e non fa molta strada. Ho anche provato a giocare sporco, infilando il muso del cane con i suoi occhioni imploranti. Niente da fare.

In più di venti occasioni in cui ho fatto svolgere questo esercizio, il cane ha vinto una volta sola – un’aula anomala: erano in cinque, quando non sono mai meno di una dozzina – nelle altre è sempre stato escluso dopo neanche due minuti di discussione.

Non ho la minima idea del perché ciò succeda.

I gruppi a cui lo propongo non hanno caratteristiche particolari, mi sembrano rappresentativi della società in cui viviamo. Quella società, come scritto in apertura, che venera i quadrupedi domestici come accadeva a Bastet, in Egitto, un tremila anni fa.

Schermata 2016-07-14 alle 00.19.32O, forse, la spiegazione potrebbe essere questa: se davvero ci trovassimo in questa situazione, non avremmo mai il coraggio di far morire il cagnolino. Il che vorrebbe dire che, vent’anni fa, immedesimarci in un gruppo di amici in crociera ci riusciva più facile.

Bè, grazie: allora c’era Love Boat.

La crociera lo uso nel corso sul Lavorare in gruppo, ma anche in quello per Sopravvivere ai conflitti.