Almeno sino ai primi di marzo, i miei pensieri principali erano questi tre: famiglia, lavoro, cambiamento climatico. C’era anche spazio per molto altro, e aggiungo che ‘famiglia’ e ‘lavoro’, per me implicano anche parecchio divertimento (sono fortunato, lo so). Nondimeno, in una classifica delle cose che più mi ronzano in testa, l’emergenza climatica sale sul podio, da almeno un paio di anni: ho preso coscienza di quanto sia determinante nel futuro di mio figlio, di altri giovani che amo, come i miei nipoti e di tutti i loro amici.

In pratica, per il momento, questa mia attenzione si è tradotta prima di tutto in letture, in tentativi di capirci qualcosa di più. Mi sono abbonato al New York Times online, dopo aver letto dei suoi straordinari reportage su come il clima che cambia danneggia alcuni patrimoni UNESCO. Ho iniziato a consultare – e sostenere – il Guardian, forse il giornale al mondo più avanzato nel parlare di questa tragedia. Mi sono iscritto a Medium.com, perché è sempre pieno di articoli di buona qualità sull’argomento.

In seconda battuta, ho cercato di fare rete. Ho finalizzato la mia presenza su Twitter al connettermi con persone che, in tutto il mondo, ragionano e si confrontano sul cambiamento climatico. Sono entrato in contatto con alcune attiviste di Fridays For Future di Torino. Così da capire concretamente cosa sia possibile fare.

Poi è arrivata la pandemia e il lockdown. E nella classifica dei miei pensieri, il cambiamento climatico è velocemente sceso di varie posizioni. Non perché abbia cambiato idea. Ho continuato a ritenerlo il problema più importante, a cui dare la massima priorità. Semplicemente, nella mia testa è entrato altro. Il confinamento in casa di mio figlio di sette anni, con la conseguente perdita di lezioni e della socialità. La salute delle persone più anziane della famiglia. La necessità di cambiare il lavoro: no, non di cercare un altro lavoro, ma di trasformare radicalmente quello che facciamo, nella società di cui faccio parte (ci occupiamo di formazione, tramite interventi in aula e grandi eventi. Si può capire che siamo stati un po’ scombussolati, al pari di tanti altri, sia chiaro).

E poi, ho pensato: «ma chi ha voglia di sentir parlare di cambiamento climatico, in questo momento?».

Ci ho messo un attimo a capire che parlavo prima di tutto di me stesso. Dove trovo non tanto il tempo ma soprattutto la voglia e la forza di continuare a mettere la testa anche su questo problema? Non è già abbastanza stressante dover già affrontare il virus e le sue conseguenze’

Ragionandoci la situazione continuava ad apparirmi chiara: la pandemia farà un sacco di danni – più sul piano economico e sociale che su quello sanitario, mi sa – ma ce la lasceremo alle spalle. Il cambiamento climatico no. I suoi danni si estenderanno per secoli e la posta in gioco non è superarlo, è limitare i danni. È rendere la vita degna di essere vissuta nonostante i disastri che stiamo realizzando e proiettando nel futuro.

Eppure, per parecchie settimane, l’ho depriorizzato, il cambiamento climatico. Poi, poche sere fa, pur rendendomi conto che la pandemia è tutt’altro che sconfitta, anzi, il conto più caro forse lo dobbiamo ancora pagare, ho avuto la sensazione che fosse possibile tirare il fiato o almeno guardare oltre l’ossessione del virus. Così ho letto un lungo articolo sulla decisione che molti prendono di non avere figli, perché non vedono un futuro degno di essere vissuto, a causa del cambiamento climatico. Conseguenza, sono andato a letto di pessimo umore, parecchio sconsolato.

Credo che si debbano trovare modi nuovi per parlare di cambiamento climatico. Non vorrei dare eccessivo peso alla mia esperienza personale. Però le urgenze di queste giornate mi hanno distolto dall’emergenza climatica, che pure mi appassiona parecchio da un paio di anni. Perché dovrebbe essere diverso per molte altre persone? Sia chiaro: non parlo di chi è perfettamente consapevole della situazione ma sceglie di non occuparsene o di negarla, come fanno vari capi di stato e dirigenti di grandi imprese. Questi sono personaggi che si fanno i conti in tasca e pensano di guadagnarci di più, personalmente, negando o minimizzando.

No, parlo di chi non si occupa di problemi più ampi e magari più grandi — come appunto ail cambiamento climatico, ma non solo — perché ha altro per la testa. O perché non riesce a caricarsi anche queste cose sulle spalle.

Se perdi il lavoro — ed è solo un esempio — fatichi a pensare al livello del mare che sale. E anche se ci pensi, fatichi a vedere il ruolo che puoi giocare nell’impedire che chilometri di coste vadano sott’acqua.

Per queste persone — che sono esattamente come me, che di fronte al problema nell’immediato trascuro quello in arrivo, anche se parecchio più grande — credo sarebbe utile un nuovo tipo di comunicazione. Su come debba essere, non ho ancora le idee chiarissime. Penso di aver però capito come non deve essere. E quelle poche cose che mi pare di aver capito, forse, valgono per tutte le situazioni di difficoltà ed emergenza.

  1. Il tono apocalittico non serve. Lo usiamo spesso, e forse nel caso del cambiamento climatico ha senso farlo, perché la situazione è parecchio brutta: per titolare qualche articolo o post ci può pure stare. Ma solo lì. Non vado forte in teologia, però mi pare che di fronte all’Apocalisse puoi solo star lì ad aspettare di sapere se vai a finire tra i buoni o tra i cattivi. Qui è diversa, qui ci sono un sacco di cose da fare, altro che aspettare.
  2. Anche se le difficoltà fanno paura — e sa il cielo stellato quante cose che fanno paura arrivano con il cambiamento climatico — non sono le paure a farci fare le cose giuste. Una facile conferma arriva dai molti politici che trovano consenso puntando sulle paure. Ne conosciamo uno che, una volta ottenuto il potere in questo modo, riesce a costruire qualcosa?
  3. Frasi che finiscono con «… ma a nessuno importa!» vanno abolite. Perché sono traducibili come ‘io che la dico sono la formica consapevole e responsabile, tu che la ascolti sei la scriteriata cicala che pensa solo a godersela e non capisci cosa succede’. Non credo sia il modo migliore per farsi ascoltare.
  4. Lasciamo l’affascinante figura di Cassandra nella mitologia greca. Primo, è raro che ci sia una sola persona che ha capito come stanno le cose (nel caso del cambiamento climatico si tratta di una sterminata comunità scientifica che si occupa della questione). Secondo, Cassandra era condannata a non essere ascoltata, poteva anche tacere e passare il suo tempo a gozzovigliare con amici, tanto era lo stesso. Di nuovo, non è la situazione in cui ci troviamo noi.
  5. Cerchiamo la massima concretezza, parlando di cose altamente probabili ed evitiamo le immagini suggestive ma irrealistiche. Cosa facciamo di fronte a uno scenario tremendo ma poco probabile? All’inizio siamo colpiti dal ‘tremendo’, poi ci spostiamo sul ‘poco probabile’ e ci ammosciamo. Per capirci, l’immagine con la pianura padana allagata a fine secolo, che s’è vista girare in rete, è inverosimile. All’opposto, una pianura padana arsa dal sole e infestata da zanzare che portano malattie anche mortali è decisamente più probabile (e non meno inquietante, secondo me).
  6. Beh, qualcuno che sta facendo una comunicazione che va nella giusta direzione, a mio avviso già c’è. Vale la pena ascoltare il podcast Emergenza Climattina di Giovanni Mori.
  7. Le giovani e i giovani di Fridays For Future sono un altro esempio straordinario. Anche nel periodo più difficile della pandemia, non hanno mai mollato un colpo, e appena hanno potuto sono tornate in piazza. Parlano con nettezza e durezza verso istituzioni e imprese, come dev’essere. Ma sono inclusivi e dialoganti con le persone comuni, anche con quelle che li sbeffeggiano. E, soprattutto, anche laddove usano messaggi duri, apparentemente apocalittici (vedi punto 1) invitano sempre e comunque all’azione. Ci possono insegnare molto e, almeno per quanto mi riguarda, gli sono grato perché è da loro che arriva il più bel segnale di speranza che posso trovare in giro.

 

Questo nuovo tipo di comunicazione credo sia da costruire (e, personalmente, credo che il podcast di Giovanni Mori vada nella giusta direzione). Ma penso sia chiaro cosa si deve evitare, adesso. Se da un lato i messaggi verso i capi di stato, le forze politiche e il mondo dell’industria devono essere chiari, netti, senza sconti, credo che verso il cosiddetto grande pubblico si debbano trovare modi nuovi di raccontare la situazione.

Vorrei veder cancellata quella chiusura di molte frasi di denuncia, quella che purtroppo è molto gettonata, e fa così «… ma a nessuno importa!», messaggio traducibile come ‘io che ti dico questa cosa sono la formica coscienziosa e responsabile, tu che mi ascolti sei quella dannata cicala che pensa solo a godersela e non capisce come stanno le cose’.

Credo siano messaggi che non fanno molta strada. Detta più in generale, forse è il momento di mandare al diavolo la comunicazione che lavora sulle paure.