Scelte difficili

Il parco nell'università di Butare (2004)

Un giorno della primavera del 1994, la Radio Televisione Libera delle Mille Colline dichiara che Philip Gaillard è belga. Sono i giorni del genocidio dei tutsi e tra le vittime ci sono anche coloro che dei tutsi vengono considerati amici. Tra questi vi sono i belgi, ex colonizzatori e ancora presenti in buon numero nel paese.

La Radio Televisione Libera delle Mille Colline è la punta di diamante di un sistema d’informazione al servizio dei genocidi rwandesi. Se dai microfoni di questa emittente si dice che il tizio tal dei tali è un belga, le milizie sanno di doverlo uccidere.

Philippe Gaillard viene infatti fermato da un gruppo di massacratori. Lo conoscono bene, in Rwanda, perché è il capo della Croce Rossa nel paese. Dal giorno in cui sono iniziate le violenze, Gaillard correre da una parte all’altra, cercando di salvare il maggior numero di persone possibile. Non è la prima volta che viene fermato dai miliziani, ma questa volta rischia di essere ucciso davvero.

In Belgio non ci sono montagne

Gaillard mantiene la calma e chiede di poter infilare una mano in tasca. Estrae il suo portafoglio, da cui fa uscire una foto: c’è lui, con la sua famiglia, davanti alla loro casa. Sullo sfondo, l’arco alpino. «Vedete? Le vedete queste montagne? In Belgio non ci sono montagne. Io sono svizzero, e questa è la mia casa, in Svizzera».

Gli assassini credono alla foto, e non alle farneticazioni della radio estremista. Ma Gaillard sa che un tal colpo di fortuna non è destinato a ripetersi. Così va alla stazione radio che, incredibilmente, trasmette una smentita. «Dobbiamo ammettere di esserci sbagliati. Philip Gaillard è svizzero. Beh, ci sono pochi dubbi su questo: è troppo coraggioso, troppo intelligente e troppo motivato per essere un belga».

Chi è rimasto e chi è arrivato

Di operatori umanitari, in Rwanda, a partire dal 1994 ne sono andati molti. Diversi sono arrivati in terreni relativamente – ripeto: relativamente – tranquilli, vale a dire in zone già conquistate dal Fronte Patriottico Rwandese e dove, quindi, la furia genocida era stata interrotta.

Molte meno, però, sono le organizzazioni che al 6 aprile ’94 – vale a dire quando l’uccisione del presidente rwandese Habyarimana dà il via ai massacri – sono nel paese. E meno ancora sono quelle che, dopo quella data, in Rwanda ci rimangono.

Tra queste vi sono Oxfam e Medici Senza Frontiere, che vedono entrare nelle loro sedi squadre di assassini in cerca di tutsi. E, naturalmente, la Croce Rossa Internazionale che, al termine del genocidio, conta 56 vittime tra i suoi operatori. Ma anche 9.000 persone curate, nella capitale Kigali, 1.200 operazioni chirurgiche, 25.000 tonnellate di cibo distribuite. Alla fine, il totale delle persone salvate dalla Croce Rossa, è enorme: circa 100.000.

Ma c’è un altro dato, più difficile da contabilizzare: i tanti sopravvissuti al massacro che chiamano i loro figli ‘Gaillard’.

Scelte difficili

I caschi blu di stanza in Rwanda hanno dotato Gaillard di una radiotrasmittente, per chiamare urgentemente in caso di pericolo. Ma Gaillard approfitta dell’aiuto dei soldati ONU una sola volta. «L’unica arma per la nostra sicurezza è il dialogo. È molto più efficace delle scorte armate, dei giubbotti antiproiettile, delle autoblindate». Gaillard, infatti, parla con tutti, peggiori tagliagole inclusi. Perché è pragmatico, vuole raggiungere il risultato, che è salvare il maggior numero possibile di persone.

Per scrivere il libro sul genocidio in Rwanda ho parlato con diversi operatori umanitari. Mi hanno aiutato molto a capire, non so però quanto sono riuscito a rendere giustizia a quel che hanno fatto. Credo che, per loro, la cosa più difficile non fosse l’affrontare ogni giorno grandi pericoli. Credo fosse fare delle scelte.

Quando s’imbattevano nelle montagne di cadaveri, gli operatori della Croce Rossa trovavano dei sopravvissuti. E dovevano decidere per quale persona ‘valesse la pena’ provare a fare qualcosa, e per quale no. Scelte difficili anche solo da pensare, figuriamoci raccontarle.

Eppure c’è chi riusciva a farle tutti i giorni.

Il pediatra

Enrico Frontini, pediatra del CUAMM, arriva in Rwanda nel maggio del ’94. Si insedia a Nyamata, villaggio che adesso è libero ma dove è avvenuto uno dei massacri peggiori. Il suo lavoro consiste nel curare bambini abbandonati e, poi, nel cercare di ricongiungerli a qualche famigliare sopravvissuto. Con pochi fondi e l’aiuto di poche persone Frontini riesce a salvare oltre 2.000 bambini.

Enrico Frontini mi ha raccontato dei bambini che, letteralmente, gli sono morti tra le braccia. Del senso di impotenza che lo coglieva, ma che doveva mettere da parte per andare avanti con il suo lavoro, cercando di salvarne altri, di bambini. È sorprendente come, nel cercare di raccontare il genocidio in Rwanda, mi sia imbattuto in persone che, nonostante abbiano fatto miracoli, si sentissero in difetto per non aver potuto fare di più. Mentre coloro che avevano compiuto i peggiori sbagli, si sentivano con la coscienza perfettamente a posto. Ma sulla efficientissima rimozione dei sensi di colpa operata da chi ha la più grande responsabilità su quel massacro, scriverò a parte.

La lezione

Credo che quello del Rwanda nel 1994 sia stato tra i più difficili contesti in cui intervenire, per degli operatori umanitari. Eppure, chi in quel contesto ha operato, l’ha fatto nel rispetto di alcuni principi, tra cui la neutralità e il rifiuto delle armi. Sia chiaro: rispettare quei principi significava essere concreti, pragmatici. Significava avere più possibilità di salvare le persone a rischio di violenze e uccisioni.

Nelle recenti settimane, in Italia, intorno a questi principi c’è stato un ampio dibattito. Il ministro degli interni italiani ha fatto pressione affinché le ONG impegnate nelle operazioni di salvataggio di naufraghi nel mar Mediterraneo aderissero a un codice di comportamento. Un codice che, nei fatti, vìola proprio quei principi che sono stati tenuti fermi anche in una situazione estrema come quella del Rwanda.

Per questo, alcune ONG hanno deciso di non firmarlo, questo codice. Dire di no, in questo caso, potrebbe rientrare tra le scelte difficili, perché il rischio è di non poter più operare, di non poter più intervenire in favore di chi rischia di affogare. Eppure, questa scelta andava fatta. Non in nome  di astratti ideali, ma del pragmatismo che, prima di ogni altra cosa, anima la maggior parte degli operatori umanitari. Se si conoscesse un po’ di più la storia del genocidio dei tutsi, credo che non ci sarebbero stati dubbi in proposito.

#RwandaIstruzioniPerUnGenocidio

Rwanda, di nuovo, 30 luglio 2017

 

 

 

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