E se smettessimo di supporre?

Foto di Kevin Bidwell da Pexels
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Jonathan Franzen ha deciso che quella per il clima era una battaglia in cui si vinceva o si perdeva, come una partita di pallacanestro. Bisogna usare il passato perché, nella visione di Franzen, quella partita si è già giocata, ed è stata persa. Questa, a mio avviso, è la prima debolezza del pamphlet E se smettessimo di fingere? pubblicato in Italia da Einaudi.

La mia prima sensazione è che Franzen ragioni come quegli ambientalisti che pure critica. Se la prende infatti con chi dice che abbiamo ancora dieci anni – o quel che è – per salvare il pianeta, perché a suo dire, quei dieci anni non ce li abbiamo più. Lui dà per scontato che l’aumento della temperatura non starà sotto i 2 °C e quindi la partita è persa, fine della storia.

Al di là del valutare se sulla questione specifica della temperatura abbia torto o ragione, quello che non mi convince è l’idea che se si arriva a 1,9 °C siamo salvi, ma se arriviamo a 2,1 °C, siamo spacciati. Franzen non scrive precisamente questo, a onor del vero, ma il suo ragionamento mi pare questo: c’è una soglia, e quella soglia siamo destinati a superarla. La battaglia è persa.

A me sembra un modo un po’ troppo lineare di pensare all’emergenza climatica. Le catastrofi si vedono già oggi, così come le loro tragiche conseguenze su milioni di persone. Ma ciò non toglie che si possano fare un sacco di cose per impedire alcune (molte?) tragiche conseguenze ancora da venire ed evitare grandi sofferenze. Probabilmente i ghiacciai delle Alpi oramai ce li siamo giocati, con gravi conseguenze sulla disponibilità d’acqua nella pianura padana. Quelli della Groenlandia ancora no.

Adattamento contro mitigazione

Credo che la situazione sia più complicata di come appare da questo libro. Non migliore né peggiore di come la dice Franzen, ma più complicata: la partita è aperta, e lo sarà sempre, perché sempre ci sarà qualcosa da fare per impedire tragedie e sofferenze.

Per Jonathan Franzen, invece, ormai non vale più la pena spendere soldi in treni ad alta velocità che «potrebbero anche non essere adatti al Nord America» (il perché non siano adatti non lo so, l’autore non lo scrive). E questo perché «ogni miliardo di dollari speso in treni ad alta velocità è un miliardo che non viene messo da parte per prepararsi ai disastri, per risarcire i paesi inondati o per futuri aiuti umanitari».

Trovo un po’ spiazzante contrapporre le spese per la mobilità in treno a quelle per la risposta ai disastri o agli aiuti umanitari. A me, alle spese per il cosiddetto ‘adattamento’ – quello che si deve fare per gestire i danni prodotti dal cambiamento climatico – non vengono da contrapporre quelle per la cosiddetta ‘mitigazione’, cioè quello che si deve fare per limitare i danni prodotti dal cambiamento climatico.

Altre spese da tagliare potrebbero essere quelle militari. Mi scuso per il riferimento iper banale e super scontato, maè anche vero che sempre di difesa si parla.

In sintesi, mi sembra che Franzen affermi che qualsiasi azione sul versante della mitigazione sia inutile, mentre sul versante dell’adattamento ci siano enormi possibilità di fare qualcosa di concreto. Su questa seconda parte mi convince. Qualsiasi sia lo scenario che verrà a delinearsi, ad attendere l’umanità c’è una situazione difficile. Mio figlio che ora ha otto anni vivrà in un mondo più ostile di quello che ho conosciuto io, su questo non mi faccio grandi illusioni. Per cui, riuscire, a costruire società migliori, più democratiche, in cui ci si prende cura di chi e di ciò che ci sta vicino, come scrive Franzen, secondo me è fondamentale.

Contro l’attivismo e contro la scienza

La parte iniziale di questo libro Franzen la dedica ai suoi dissidi con ambientalisti, che non sono pochi e sono piuttosto intensi. Ma Franzen si lascia andare anche a un giudizio sui giovani che protestano per il clima che io trovo piuttosto strano. Afferma che «un settantenne americano benestante ha già inflitto la sua parte di danni all’atmosfera, e non dovrà subirne gli effetti».

Chi li subirà, invece,  sono i più giovani che hanno tutto il diritto di essere arrabbiati. Però «ciò non significa che, se fossero stati al posto del settantenne americano, non si sarebbero comportati esattamente come lui. La loro protesta è legittima, ma non rispecchia un’innata superiorità morale». Non capisco cosa c’entri la morale, ma neppure seguo il ragionamento. È un po’ come dire che  Nelson Mandela è nato nero ed è diventato leader della lotta all’apartheid. Ma ciò non significa che se fosse nato bianco non sarebbe stato uno degli oppressori.

La critica di Franzen non risparmia neppure gli scienziati. L’autore specifica che «le persone che non danno ascolto alla scienza climatica sono il peggio del peggio», ma mi sembra che lui non si faccia scrupolo di rifiutare ciò che dicono gli scienziati che si occupano di clima, quando affermano qualcosa che non condivide.

Nel libro è contenuta anche un’intervista rilasciata a Wieland Freund per «Die Literarische Welt». Freund chiede a Franzen: «Molti ricercatori assicurano che la crisi climatica si può ancora fermare. Secondo te non è così? Perché non credi alle loro argomentazioni?». La risposta di Franzen è netta: «Dobbiamo considerare chi sta parlando: se non è un lobbista o un attivista – in altre parole, se è sincero – qualunque climatologo specificherà che evitare gli scenari peggiori è possibile in teoria».

Insomma, chi non condivide la sentenza di Franzen sul fatto che la battaglia per il clima è perduta, non può essere un climatologo. È un mentitore.

Supporre di aver capito

La mia sensazione è che Franzen faccia una supposizione un po’ audace: suppone di aver capito tutto quello che c’è da capire, sulla crisi climatica. Nonostante sia un argomento di grande complessità, sembra avere pochi dubbi. Sia chiaro: su alcune cose non è lecito avere dubbi. La temperatura della terra sta aumentando in modo velocissimo, e ciò sta avvenendo per colpa delle attività degli esseri umani che producono gas serra. Non è di questo che si sta parlando.

Si sta parlando, però, di tutte quelle cose che si possono ancora fare per gestire i tanti differenti aspetti che riguardano il cambiamento climatico. A cominciare dalle cose che è possibile fare per limitare i danni, che sono tanti: su molte di queste cose, il dibattito è aperto, la ricerca è in corso. Bollare tutto ciò come inutile, perché tanto la battaglia ormai è persa, secondo me è un atteggiamento un po’ supponente.

Credo sia un’ottima cosa che grandi scrittori come Franzen, Jonathan Safran Foer e Fred Vargas abbiano scritto sull’emergenza climatica. Penso però che occorra maggior accortezza: un romanziere, per quanto abbia studiato e approfondito l’argomento, non riuscirà a raggiungere la competenza di chi, per mestiere e passione, si occupa di questi argomenti dotato di strumenti matematici e scientifici adeguati.

Credo, allora, che il loro ruolo debba essere quello di accompagnare noi lettori in questo campo così complesso. Penso ci debbano aiutare ad accostarci alla scienza, a farci ragionare sulle conseguenze di ciò che è stato scoperto e che si sta via via scoprendo. Ma se invece assumono il tono di chi dice «ho capito come stanno le cose, e adesso ve le spiego», secondo me, sbagliano.

E se smettessimo di supporre di aver capito tutto?

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