Democrazia chiama scienza

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Sono convinto che la scienza possa fare un gran bene alla democrazia. Per questo, la frase «la scienza non è democratica» suona abbastanza male alle mie orecchie.

Il post di Roberto Burioni

Ultimamente s’è vista in giro parecchio, questa frase. Ciò a seguito del dibattito suscitato da Roberto Burioni, medico nonché docente di immunologia. Sulla sua pagina facebook Burioni ha spiegato, dopo aver cancellato i commenti a un suo post, che il suo tentativo è di spiegare «in maniera accessibile come stanno le cose» e che la sua pagina, appunto, «non è un luogo dove della gente che non sa nulla può avere un civile dibattito per discutere alla pari con me». A conclusione del post, Burioni scrive «qui ha diritto di parola solo chi ha studiato e non il cittadino comune. La scienza non è democratica».

Credo che Burioni abbia fatto bene a chiarire le regole da seguire a casa sua (che tali sono le nostre pagine facebook, in affitto dal signor Zuckerberg, ma pur sempre casa nostra). Ed è comprensibile che non voglia buttare via il suo tempo discutendo con persone che dicono cose a vanvera contro i vaccini o farneticano dicendo che gli africani portano la meningite.

Ma sulla frase «la scienza non è democratica» ho alcuni dubbi, per due ordini di ragione: il primo dal punto di vista della scienza, il secondo dal punto di vista della democrazia.

Fatti, non opinioni!

Coloro che sostengono che la scienza non è democratica argomentano dicendo che, nel metodo scientifico, non ci sarebbe spazio per le opinioni. Spazio che, invece, ovviamente le opinioni debbono poter trovare negli ambiti democratici. Ma è proprio vero, che nella scienza le opinioni non possono entrare? Forse non si chiamano ‘opinioni’, forse si chiamano ‘ipotesi’, ma penso che non faccia molta differenza.

Isaac Newton e Christiaan Huygens, nel ‘600, diedero contributi fondamentali alla scoperta di come funziona la luce, contributi che studiamo ancora oggi. Ma, secondo Newton, la luce in fondo era composta di particelle, mentre secondo Huygens era un’onda.  Tre secoli dopo, la teoria quantistica diede in qualche modo ragione a entrambi, poiché la luce – come anche le particelle di materia – ha comportamenti sia corpuscolari sia ondulatori.

E a proposito di teoria dei quanti, Albert Einstein, Erwin Schroedinger, Niels Bohr, Max Born e Werner Heisenberg, sono tra i suoi padri più nobili. Solo che secondo Einstein e Schroedinger, la teoria era incompleta e la cosiddetta interpretazione di Copenhagen – elaborata e sostenuta dagli altri tre – andava rifiutata. La questione non è ancora del tutto chiusa, a un secolo di distanza.

Insomma, nei dibattiti tra i più grandi fisici della storia, lo scambio di opinioni ha trovato spazio eccome, e alle volte è andato ben oltre le loro stesse esistenze.

Il punto qualificante è che queste opinioni le si devono poi mettere alla prova. Ma davvero questa è una prerogativa della scienza? Qui subentra la seconda categoria di considerazioni.

Cosa pensiamo, della democrazia?

Se intendiamo la democrazia come una cosa in cui ognuno può dire la fesseria che vuole, e il suo parere vale come quello di chiunque altro, beh, allora abbiamo un’idea della democrazia un po’ riduttiva. La libertà di esprimersi certo è un caposaldo delle vite democratiche, ma che tutti i pareri abbiano lo stesso valore non lo direi.

È vero, secondo le regole del gioco, che quando si va a votare il mio voto vale come quello di illustri accademici, grandi scrittori, imprenditori di successo. Però la democrazia non è che si riduce all’andare a votare una volta ogni tanto e finita lì.

La democrazia implica informazione, istruzione, confronto, dialogo. Implica anche, che in certi contesti non tutti possono parlare: non è che se io prendo il treno e vado a Roma, poi posso entrare in Parlamento e dire quello che voglio quando voglio, solo perché sono un cittadino italiano. Non posso farlo, e a nessuno credo venga da pensare che ciò sia antidemocratico.

Contro l’oscurantismo

La democrazia è una faccenda parecchio complicata di cui  la scienza, anzi il metodo scientifico, deve fare parte. E più il ruolo della scienza è importante, più la democrazia è di qualità. Perché chi è abituato a utilizzare il metodo scientifico ha sviluppato un’attitudine all’osservazione, non salta alle conclusioni, cerca più di un riscontro alle proprie affermazioni, non ha timore a convivere con i dubbi, sa che le certezze sono poche (e pure quelle poche vanno spesso prese con le molle).

Verso quello che non capisce, chi è famigliare con il metodo scientifico, non è diffidente, è incuriosito.

Promuovere il concetto secondo cui «la scienza non è democratica» rischia di far disperdere tutto questo patrimonio, e siccome l’oscurantismo sembra non passare mai di moda, non credo sia proprio una buona idea.

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Due articoli interessanti che ho letto sulla vicenda sollevata dal post di Roberto Burioni e che focalizzano l’attenzione sul rapporto scienza/società sono quello di Antonio Scalari su Valigia Blu e quello di Federico Boem su Botta di Classe.

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