Molte ore oppure ore diverse?

Caffè pupazzi ora

In  uno spot, molto diffuso in questi mesi, una signora è nella sua auto, unica vettura in uno sterminato parcheggio. Sta aspettando che suo marito esca dal supermercato in cui lavora. Lui le ha chiesto di andarlo a prendere alle 19.30, ma sono quasi le 21 e lei è ancora lì in attesa. Lei sa cosa sta facendo il suo uomo: sta controllando ogni dettaglio. Perché, dice la signora, «fare bene il proprio mestiere, è questione di sensibilità, e ogni sera l’ultima cosa che controlla è l’orologio».

È un esempio tra i tanti, frutto dell’idea che sopportare un grande carico di lavoro sia una virtù. Il bravo lavoratore alle sette è già in ufficio e non esce mai prima delle otto di sera.

Ma questo modo di pensare, per quanto sia ancora diffuso, è vecchio.

L’idea che chi lavora dodici-quindici ore al giorno sia più meritevole di chi ne lavora sette-otto andava forte diversi decenni fa. Allora c’era un lavoratore ideale, che dedicava tutte le sue risorse migliori all’azienda. Esisteva, in maniera complementare, un partner ideale che passava tutto il suo tempo a occuparsi della famiglia. Va da sé che di solito il primo era un uomo, il secondo una donna.

Oggi non esistono più né l’uno né l’altro. Per fortuna, direi, perché secondo me, quel modello faceva acqua già decenni fa, figuriamoci oggi.

È tutto da dimostrare che il rendimento di chi lavora una dozzina di ore al giorno sia migliore di chi ne lavora sette-otto. Poi, a quale prezzo una persona sta in ufficio – o in riunione, o in missione… – sempre e per moltissimo tempo? Di solito, c’è una famiglia che viene trascurata e un partner che non ha scelta: non può lavorare, non può cercare di realizzarsi fuori dalle mura di casa, perché deve occuparsi dei figli e delle faccende domestiche.

Eppure, molti continuano a credere che lavorare moltissime ore al giorno sia un valore e non un problema.

La dignità passa anche attraverso il lavoro, è vero. Ma non è di un lavoro che schiaccia il resto della vita che c’è bisogno. C’è bisogno di un lavoro che è parte della vita, che si integra con il resto delle cose: affetti, amori, passioni, interessi.

Occorre passare dal lavorare tante ore al lavorare in ore diverse. Se mio figlio esce alle quattro dalla scuola materna, posso andarlo a prendere e stare con lui sino all’ora della nanna. Poi, una volta che s’è addormentato, posso riprendere a lavorare, anche se le nove di sera sono passate da un pezzo.

Alienante? Non rispettoso dei ‘ritmi regolari’ della vita? Beh, l’alternativa sarebbe quella di lavorare sino alle 19, purché qualcun altro si occupi sino ad allora di mio figlio. Poi, una volta che il piccolo si è addormentato, anziché rimettermi a lavorare, potrei guardare un film in televisione. Il che non è sbagliato, perché il film lo vedo insieme a mia moglie, passiamo del tempo insieme noi due e va benissimo. Il problema è se questo modo di fare diventa la regola. Il problema è la rigidità dei tempi di lavoro, è non avere margini di manovra.

Questa è la scommessa del lavoro agile, che in breve significa ‘adattare il lavoro ai ritmi della vita’. È una scommessa, ripeto, perché non è la cosa più facile del mondo. Serve programmazione, autodisciplina, capacità di lavorare per obiettivi, organizzazione del tempo…

grishamIn ogni caso, se non passa l’idea che lavorare dodici (o più!) ore al giorno è un problema – un problema molto serio – non c’è lavoro agile né altre formule magiche che tengano. Bisogna cambiare questa nostra mentalità che ancora premia l’alto carico di lavoro, pena il diventare come i personaggi dei romanzi di Grisham: avvocati che fatturano dalle 70 ore la settimana in su, con l’ambizione di arrivare a guadagnare anche un milione di dollari l’anno.

Salvo non avere la possibilità di spenderli questi gran soldi guadagnati, se non per arredare il proprio ufficio.

 

 

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