Ogni giorno un evento, la nascita o la morte di un personaggio, raccontati in mezz’ora. È la formula di Wikiradio, programma di Radio Tre. Ogni tanto capita anche a me di registrarne qualche puntata. E, una per volta, le inserirò su Diffrazioni.

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Il genocidio in Rwanda, 7 aprile 2014

Il disastro del Challenger28 gennaio 2016wikiradio

La morte di Drazen Petrovic7 giugno 2016

La convenzione delle Nazioni Unite contro la Tortura, 27 giugno 2016

I caschi blu, 7 novembre 2016

L’Unesco16 novembre 2016

Carl Friedrich Gauss, 23 febbraio 2017

Srinivasa Ramanujan, 26 aprile 2017

La pena di morte, 2 ottobre 2017

Ken Saro Wiwa, 10 novembre 2017

Werner Heisenberg, 5 dicembre 2017

Reuben Garrett Lucius Goldberg nasce a San Francisco il 4 luglio del 1883. È il terzo di sette figli, ma solo in quattro sopravvivono all’infanzia. I genitori lo fanno studiare, sino alla laurea: nel 1904 diventa ingegnere.

A dimostrazione che quel pezzo di carta vale, il ragazzo – che nel frattempo ha preso a farsi chiamare Rube – trova subito lavoro. Lo assume l’azienda che gestisce il sistema idrico e fognario della città. Un posto sicuro, dove mette a frutto i suoi studi. Ma solo per sei mesi, dopo i quali si licenzia e va a lavorare per un grande giornale della sua città, il San Francisco Chronicle.

Tre anni dopo, nel 1907, cambia costa  e va a lavorare al New York Evening Mail, dove diventa uno dei più famosi fumettisti degli Stati Uniti d’America.

Rube Goldberg non è entrato nel mondo del giornalismo per scrivere di cronaca o per redigere reportage. Lui realizza vignette, brevi strisce. Si misura con argomenti di attualità e politica, prende posizione, al punto che si fa anche un discreto numero di nemici.

Nel 1948 vince il Premio Pulitzer, nella categoria Editorial Cartooning. Conquista il riconoscimento riassumendo in un’immagine l’entrata del pianeta nell’incubo della guerra nucleare.

E la laurea?

È diventato ingegnere per niente? Anni di studio e soldi dei suoi genitori buttati dalla finestra? Nemmeno per sogno, perché il motivo per cui Rube Goldberg diventa davvero famoso, in tutto il mondo e ben al di là della sua morte, è strettamente connesso alla sua laurea.

Le Rube Goldberg’s Machine mettono in gioco la cinematica, la statica, la dinamica, l’idraulica e anche l’elettronica, non disdegnando riferimenti all’ornitologia e addirittura alla psicologia.

Le Macchine di Rube Goldberg realizzano meravigliosamente un obiettivo: rendere assurdamente complicate delle cose estremamente semplici. Me ne guardo bene dal dire che ciò sia una cosa che fanno molti ingegneri ma, certo, se sono così belle è grazie a una lucida mente da ingegnere.

Rube Goldberg queste macchine si è limitato a progettarle, molti altri hanno invece cercato di realizzarle. Digitando su You Tube «Rube Goldberg Machine», escono ad oggi circa 387.000 risultati. Dalla fine degli anni ’80, poi, c’è l’appuntamento periodico dei Rube Goldberg Contests, in cui diverse squadre si sfidano nella realizzazione di una macchina a tema.

Dunque, chi si sente chiedere «E la laurea?», solo perché il suo lavoro sembra aver poca attinenza con i temi a cui ha dedicato i suoi neuroni migliori, oggi può rispondere raccontando la storia di Rube Goldberg. O, nel pieno spirito delle macchine che portano il suo nome, spiegare che lavorare nel settore dei propri studi, sarebbe stato troppo semplice.

 

p.s. la foto di questo post è tratta da un’attività di formazione incentrata sulle Macchine di Rube Goldberg che propone, Spell, la società per cui lavoro.

What we want
And what we need
Has been confused
(REM – Finest Worksong)

Lo scarico del lavandino da tempo fatica a svolgere la sua funzione principale. L’acqua va giù solo dopo svariati minuti. Con lo sturalavandino pneumatico sono già intervenuto più volte, senza successo. I prodotti liquidi, il cui potere sbloccante è magnificato dalla pubblicità, li rifuggo come la peste: o sai cosa davvero intasa i tuoi tubi e usi il solvente adatto o rischi di produrre danni tremendi.

Dunque, armato degli attrezzi necessari e con l’assistenza di mio figlio – assistenza un po’ intermittente, com’è comprensibile per un bimbo che compirà cinque anni solo tra due mesi – sabato faccio quello che va fatto: smonto e ripulisco i tubi di scarico.

L’intervento è un successo, perché ho modo di constatare la concretezza del problema, nonché rimuovere lo zozzume. Il rimontaggio, a sua volta, non è particolarmente problematico. Alla fine raggiungo quell’appagamento che mi porta a dire “la laurea in fisica non so, ma il diploma di perito tecnico industriale certo non l’ho sprecato”.

La casa d’epoca

Senonché, a tarda ora, noto il gocciolio proveniente da un altro tubo. Uno di quelli d’ingresso, quello che porta l’acqua calda, a essere precisi. Prima, trafficando, l’avevo smosso e ora, proprio nel punto in cui è collegato al muro, sta gocciolando. Il sintomo non è granché e forse neanche il problema. Magari è solo la guarnizione da cambiare.

Smonto, e ottengo la conferma: la guarnizione è da cambiare, ma anche tutto quello che ci sta intorno. Il precario equilibrio in cui il tubo si trovava è stato alterato dal mio intervento in zone adiacenti. Il pezzo in questione è roba d’antiquariato: il fascino delle vecchie case. Fatto sta che dopo qualche mia manovra, il tubo cede, definitivamente. Mi dò del cretino, ma con moderazione: qualcosa dovevo provare a fare e, inoltre, il dramma credo si sia consumato prevalentemente a causa delle critiche condizioni dell’oggetto sotto i miei ferri.

tubo muro 1Finalmente domenica

La mia idiozia, semmai, sta nel fare questi lavori di domenica. I negozi sono chiusi, eccezion fatta per Leroy Merlin, che però è un po’ fuori mano. Quindi, vallo a trovare un tubo nuovo. Ma, in fondo, l’obiettivo è arrivare a lunedì. Oggi dobbiamo poter usare l’acqua senza allagare casa, il che sarà possibile se riesco a tappare quel buco nel muro dov’era attaccato il vecchio tubo. Dai che una pezza la si rimedia.

La toppa che non toppa

Ovviamente il tappo adatto, quello che si avvita, non ce l’ho. Così provo diverse soluzioni, che coinvolgono fil di ferro, nastro adesivo del genere a super tenuta – quello grigio da 5-7 euro al rotolo, per chi lo conosce – vecchie e nuove guarnizioni, rondelle, teflon. Ho pure l’idea di utilizzare la plastilina con cui gioca Cosimo. È tutto inutile: basta aprire poco il rubinetto centrale che i tappi saltano o si lacerano. La pressione, che spesso è incerta, in questa vecchia casa, spazza via tutto.

Il tempo stringe, anche perché ho promesso a Cosimo che l’avrei portato al parco. Così mi chiedo cosa farebbe George al mio posto, la scimmia che si trova di fronte a problemi che spesso e volentieri lui stesso ha generato. Ma, soprattutto, mi chiedo di cosa davvero ho bisogno.

Quello che voglio, quello che mi serve

camera bici muro

 

 

Il mio problema è tappare il buco o evitare di allagare la casa quando abbiamo bisogno di usare l’acqua? La seconda, soprattutto confidando in una soluzione definitiva nel giro di 24 ore. E dunque, considerato che a tappare quel buco proprio non ce la faccio, posso a venire a patti con l’acqua che esce? E così le faccio una proposta. «Cara acqua, esci pure ma, se non hai niente in contrario, ti mando nella vasca da bagno».

Enantiodromia idraulica

Tra i modi per affrontare conflitti che ho imparato da Paolo Vergnani, c’è quello dell’enantiodromia. La parola si deve a Eraclito, filosofo greco vissuto a cavallo tra il V e il IV secolo Avanti Cristo. È la corsa agli opposti, è il ribaltare la propria strategia difensiva: se non ce la fai a spingere, prova a tirare.

In idraulica l’ho applicata in questo modo: visto che non ero assolutamente in grado di impedire all’acqua di uscire, le ho offerto un tappeto rosso (leggi camera d’aria di bicicletta), salvo mandarla dove mi tornava comodo.

Ma si può applicare in modo più ampio, nella convivenza con altri esseri umani. Magari a cominciare dall’impresa che traffica nell’alloggio del vicino. Protestare per il rumore che fa alle 7.30 del sabato mattina non servirà a molto, gli operai hanno un lavoro da fare per qualcuno che li paga, che non sei tu. Prova, piuttosto, a offrire loro il caffè.

Funziona? Alle volte sì, alle volte no. Che è già meglio dei risultati che si ottengono con l’altra strada, quello dello scontro: quella non funziona mai.

 

 

Di recente ho scoperto il concetto di «pensiero laterale». A dire il vero ne avevo già sentito parlare qualche anno fa, ma sospettavo che si trattasse di una roba new age da cui stare alla larga. Ora che ne so di più, mi sono fatto un’idea abbastanza precisa: è una roba new age da cui stare alla larga.

In realtà il concetto è importante, è il chiamarlo così che mi lascia perplesso. D’altra parte, il professor Edward De Bono, considerato il padre del pensiero laterale, è un intellettuale di alto profilo.

Funziona più o meno in questo modo: di fronte a un problema, non ci si deve buttare a testa d’ariete, lo si deve approcciare da angoli diversi. Di lato, appunto.

In rete si trova una marea di esercizi connessi al pensiero laterale, che ricordano il signor Brando protagonista della rubrica Suspense! sulla Settimana Enigmistica.

Centosessanta anni prima

Alla fine del ‘700, a Braunschweig, una cittadina a 70 km da Hannover, insegnava un maestro piuttosto severo. Costui, tra l’altro, usava dare ai suoi alunni delle lunghe somme da eseguire. I numeri da addizionare erano di solito cento, come 1, 2, 3…, 99, 100, o come 7, 11, 15 …, 395, 399, 403.

Un maestro che somministra esercizi del genere a me, più che alla severità, fa pensare alla pigrizia. Mi sembra di vederlo, sprofondato nella lettura del giornale o in altre attività più o meno rilassanti mentre i bimbi sudano su queste infinite sommatorie.

Un giorno il maestro si trova in aula un bambino dal nome Carl Friedrich e la cuccagna finisce. Il piccolo, anziché lanciarsi alla disperata nel fare cento somme, osserva la sequenza di numeri. Dopo averci pensato un po’, esegue meno di cinque conti e consegna il risultato al maestro. Convinto che il ragazzino sia uno sbruffoncello che ha tirato a indovinare – e a cui infliggerà adeguata punizione – l’insegnante continua tranquillo a fare quel che stava facendo. Prima di guardare i risultati, infatti, aspetta che tutti abbiano consegnato.

Ma quel bimbo di dieci anni, che di cognome faceva Gauss, il risultato l’aveva azzeccato. Si era reso conto che, nelle serie ideate dal maestro, la distanza da un numero al successivo era sempre la stessa e dunque, ottenere in poco tempo il risultato corretto, era un obiettivo alla portata di tutti, figuriamoci per lui.

Dubito che il maestro abbia ricordato quello come un giorno sfortunato, perché ben presto capì di aver per le mani un talento eccezionale. Anzi, convinse i genitori a fargli continuare gli studi e l’umanità gliene rende merito perché, anche grazie a lui, Carl Friedrich Gauss divenne il più grande matematico di sempre, tempi odierni inclusi.

Pensiero laterale o pazienza?

Il Gauss bambino applicò il pensiero laterale, in quell’occasione? Bisognerebbe chiedere a De Bono, ma direi di sì. Anziché affrontare il problema come facevano tutti gli altri – mettendosi a fare le tante somme una dopo l’altra – Carl Friedrich si prese un po’ di tempo per analizzare la situazione e vedere se c’era un altro approccio possibile. Insomma, prese la faccenda di lato.

Ma è proprio qui che stanno i miei dubbi sul modo con cui viene chiamato questo approccio. In fondo, Gauss fece quello che tutti dovrebbero fare sempre, di fronte a un problema: lo analizzò.

L’analisi richiede tempo, e forse questo è il nodo cruciale. Perché se non sei un genio come Gauss, di tempo ce ne può volere parecchio.

E allora ci facciamo prendere dall’ansia: vogliamo la soluzione e ci buttiamo a fare la prima cosa che ci viene mente, o a percorrere la solita strada già battuta diverse volte, senza però chiederci se, in questa occasione, quella strada porta dove ci serve andare.

Insomma, ho la sensazione che chiamare parlare di ‘pensiero laterale’ sia un modo per dare una connotazione artistico-creativa a quello che, in realtà, è un misto di pazienza, approccio analitico e sana cultura del dubbio. Che, forse, dovrebbe essere il modo con cui ci poniamo sempre di fronte a qualcosa che non riusciamo a capire.

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Carl Friedrich Gauss, puntata di Wikiradio del 23 febbraio 2017 

«Ma tu ci sei stato, sulla Luna?». Domanda non priva di senso, venendomi posta da un bambino di cinque anni che da circa mezz’ora mi sente parlare di Sistema Solare.

Gli rispondo che no, non ci sono stato, però mi piace osservare il cielo e scoprire le storie che stanno dietro alle luci che vediamo la notte. La sua richiesta, in ogni caso, la traduco così: ma tu che vieni qui a raccontarci queste cose, ne hai esperienza diretta o parli per sentito dire?

D’accordo, forse la mia interpretazione è un po’ forzata, in fondo la curiosità dei bambini è sincera, non è allusiva. Però mi piace pensare che, già così piccoli, i bimbi si attrezzino per fronteggiare i vari ciarlatani che, nella vita, gli toccherà incontrare.

La faccenda è cominciata lo scorso dicembre, quando dalla scuola di mio figlio Cosimo hanno invitato i genitori a proporre attività a integrazione del programma che già viene svolto. Così ho detto alla maestra di Cosimo che mi avrebbe fatto piacere raccontare ai bimbi il Sistema Solare. Quali sono i pianeti e chi sono – e cos’hanno combinato – quei personaggi da cui prendono il nome.

La maestra ne ha parlato con la direttrice, da cui mi è arrivata la risposta. «Bello! Però lo fai per tutte le classi, vero? Non solo per quella di tuo figlio». Ovviamente ho detto di sì e, altrettanto ovviamente, non è che li abbiamo presi tutti insieme, questi bambini, che sarebbero stati troppi: ho incontrato una classe per volta, ciascuna per un’ora.

Il che mi ha permesso di godermi la cosa nel modo migliore possibile.

Sul tema in oggetto – i pianeti e gli dèi che rappresentano – di recente ho fatto un buon ripasso (nel 2015 ho pubblicato un libro su pianeti, costellazioni e i miti a cui gli antichi greci li avevano associati). Sulla modalità didattica, invece, la mia unica esperienza consiste nell’avere un figlio che, oggi, ha quattro anni e mezzo. Così mi sono confrontato con le maestre e poi, alè, a ballare.

Ho fatto prima vedere delle foto che ho scattato al Sole, alla Luna e a Venere, i nostri vicini del cielo più facili da conoscere. Poi ho detto che glieli avrei presentati più a fondo, loro tre e anche gli altri, uno per uno. Per farlo, ho utilizzato delle immagini professionali degli astri, delle rappresentazioni degli dèi su statue, vasi o disegni, e palloni e palline di diverse grandezze che mettevo a terra, via via che arrivava il pianeta da presentare.

Gli incontri sono stati cinque, al termine dei quali ho imparato almeno sette lezioni.

Prima lezione: non esistono confini, per l’ammirazione verso le maestre. Perché avere a che fare con dei bambini così piccoli è un’esperienza che assorbe ogni energia. Non che i bimbi fossero indisciplinati, tutt’altro. È che, davvero, non stacchi il cervello mezzo secondo da quello che sta succedendo intorno a te. Io l’ho fatto per due ore, immagino loro che lo fanno per una giornata, tutti i giorni.

Seconda: l’agilità mentale grazie alla quale questi piccoli fanno i collegamenti tra una cosa e l’altra è splendida. Ho mostrato una foto di Marte in cui si vedeva la calotta di ghiaccio sul polo, e un bambino ha alzato la mano: «Io sul ghiaccio ci sono andato con i miei cugini, con il bob». Insomma, se lasci che i bambini ti interrompano, facciano domande e interventi, fai un po’ più di fatica, ma è mille volte più divertente che andare avanti per la tua strada (e la sensazione è che i bambini apprezzino).

Terza, questa roba dà dipendenza. Tornerei in aula con i piccoli tra una settimana, davvero (e più avanti ci tornerò: s’hanno da conoscere tutti gli animali che affollano il cielo, tra orsi, scorpioni, cigni e via dicendo).

Quarta, è meglio usare solo palle di spugna o comunque morbide. Quelle di gomma più tesa – tipo quelle di pallavolo – è un sacco difficile farle stare a terra: Giove e Saturno se ne andavano sempre a spasso, manco fossero delle comete.

Quinta: non si devono dire bugie, però qualche limitazione alle verità ci può stare. Dire che Saturno è il padre di Giove e che governava prima del figlio ci sta bene. Che Saturno i figli se li mangiava, ecco, quello non l’ho detto. Anche su Giove l’ho fatta semplice: ho detto che era il re di tutti, sul fatto che non riusciva a controllare i suoi impulsi sessuali ho soprasseduto (ok, verità mitologiche, ma pur sempre verità).

Sesta: il mio ego ha avuto una ricarica che durerà credo per mesi. «È lei il maestro delle stelle?», mi ha chiesto una madre a un semaforo. Teneva per mano un bimbo della classe degli azzurri, che aveva parlato a casa del nostro incontro. E scene analoghe si sono ripetute, nei giorni seguenti.

Settima e ultima lezione. «Ieri uno dei bimbi è arrivato a scuola tutto contento e mi ha detto ‘ho visto Venere! ho visto Venere!’». Quando una delle maestre mi ha raccontato questa cosa, sulla faccia mi è venuto un sorriso panoramico, nella testa mi è tornato un pensiero: chi considera la scienza come a un insieme di conoscenze fa un grande errore.

La scienza è un modo di porsi di fronte alle cose, è avere la voglia di osservare.

Pensare che ho fatto venire ad alcuni bambini la voglia di alzare lo sguardo verso l’alto, bè, mi mette a posto per parecchio tempo.

Sono convinto che la scienza possa fare un gran bene alla democrazia. Per questo, la frase «la scienza non è democratica» suona abbastanza male alle mie orecchie.

Il post di Roberto Burioni

Ultimamente s’è vista in giro parecchio, questa frase. Ciò a seguito del dibattito suscitato da Roberto Burioni, medico nonché docente di immunologia. Sulla sua pagina facebook Burioni ha spiegato, dopo aver cancellato i commenti a un suo post, che il suo tentativo è di spiegare «in maniera accessibile come stanno le cose» e che la sua pagina, appunto, «non è un luogo dove della gente che non sa nulla può avere un civile dibattito per discutere alla pari con me». A conclusione del post, Burioni scrive «qui ha diritto di parola solo chi ha studiato e non il cittadino comune. La scienza non è democratica».

Credo che Burioni abbia fatto bene a chiarire le regole da seguire a casa sua (che tali sono le nostre pagine facebook, in affitto dal signor Zuckerberg, ma pur sempre casa nostra). Ed è comprensibile che non voglia buttare via il suo tempo discutendo con persone che dicono cose a vanvera contro i vaccini o farneticano dicendo che gli africani portano la meningite.

Ma sulla frase «la scienza non è democratica» ho alcuni dubbi, per due ordini di ragione: il primo dal punto di vista della scienza, il secondo dal punto di vista della democrazia.

Fatti, non opinioni!

Coloro che sostengono che la scienza non è democratica argomentano dicendo che, nel metodo scientifico, non ci sarebbe spazio per le opinioni. Spazio che, invece, ovviamente le opinioni debbono poter trovare negli ambiti democratici. Ma è proprio vero, che nella scienza le opinioni non possono entrare? Forse non si chiamano ‘opinioni’, forse si chiamano ‘ipotesi’, ma penso che non faccia molta differenza.

Isaac Newton e Christiaan Huygens, nel ‘600, diedero contributi fondamentali alla scoperta di come funziona la luce, contributi che studiamo ancora oggi. Ma, secondo Newton, la luce in fondo era composta di particelle, mentre secondo Huygens era un’onda.  Tre secoli dopo, la teoria quantistica diede in qualche modo ragione a entrambi, poiché la luce – come anche le particelle di materia – ha comportamenti sia corpuscolari sia ondulatori.

E a proposito di teoria dei quanti, Albert Einstein, Erwin Schroedinger, Niels Bohr, Max Born e Werner Heisenberg, sono tra i suoi padri più nobili. Solo che secondo Einstein e Schroedinger, la teoria era incompleta e la cosiddetta interpretazione di Copenhagen – elaborata e sostenuta dagli altri tre – andava rifiutata. La questione non è ancora del tutto chiusa, a un secolo di distanza.

Insomma, nei dibattiti tra i più grandi fisici della storia, lo scambio di opinioni ha trovato spazio eccome, e alle volte è andato ben oltre le loro stesse esistenze.

Il punto qualificante è che queste opinioni le si devono poi mettere alla prova. Ma davvero questa è una prerogativa della scienza? Qui subentra la seconda categoria di considerazioni.

Cosa pensiamo, della democrazia?

Se intendiamo la democrazia come una cosa in cui ognuno può dire la fesseria che vuole, e il suo parere vale come quello di chiunque altro, beh, allora abbiamo un’idea della democrazia un po’ riduttiva. La libertà di esprimersi certo è un caposaldo delle vite democratiche, ma che tutti i pareri abbiano lo stesso valore non lo direi.

È vero, secondo le regole del gioco, che quando si va a votare il mio voto vale come quello di illustri accademici, grandi scrittori, imprenditori di successo. Però la democrazia non è che si riduce all’andare a votare una volta ogni tanto e finita lì.

La democrazia implica informazione, istruzione, confronto, dialogo. Implica anche, che in certi contesti non tutti possono parlare: non è che se io prendo il treno e vado a Roma, poi posso entrare in Parlamento e dire quello che voglio quando voglio, solo perché sono un cittadino italiano. Non posso farlo, e a nessuno credo venga da pensare che ciò sia antidemocratico.

Contro l’oscurantismo

La democrazia è una faccenda parecchio complicata di cui  la scienza, anzi il metodo scientifico, deve fare parte. E più il ruolo della scienza è importante, più la democrazia è di qualità. Perché chi è abituato a utilizzare il metodo scientifico ha sviluppato un’attitudine all’osservazione, non salta alle conclusioni, cerca più di un riscontro alle proprie affermazioni, non ha timore a convivere con i dubbi, sa che le certezze sono poche (e pure quelle poche vanno spesso prese con le molle).

Verso quello che non capisce, chi è famigliare con il metodo scientifico, non è diffidente, è incuriosito.

Promuovere il concetto secondo cui «la scienza non è democratica» rischia di far disperdere tutto questo patrimonio, e siccome l’oscurantismo sembra non passare mai di moda, non credo sia proprio una buona idea.

***

Due articoli interessanti che ho letto sulla vicenda sollevata dal post di Roberto Burioni e che focalizzano l’attenzione sul rapporto scienza/società sono quello di Antonio Scalari su Valigia Blu e quello di Federico Boem su Botta di Classe.

«Sei stato bravo?».

Domanda posta spesso, in questi giorni natalizi, per valutare se il bambino a cui è rivolta merita di ricevere qualche regalo, la notte del 24 dicembre.

La risposta è scontata: son tutti bravi, i bambini e, in ogni caso, trovalo un genitore così terribile da non far arrivare nulla al proprio figlio, perché la sera, all’ora di andare a letto, ha fatto troppi capricci.

Questa farsa di interrogatorio che abbiamo subìto più o meno tutti, da bambini, ci ha segnato nel profondo. Ancora piccoli ci siamo abituati a fare un’equivalenza: quella tra le azioni e chi le esegue. Il bambino che fa un dispetto è un bambino dispettoso, il signore che fa una cosa poco gentile è un signore maleducato.

Attaccare etichette è comprensibile. Non è che possiamo assumere un investigatore privato ogni volta che dobbiamo decidere come comportarci con il  vicino del piano di sopra, con il nostro panettiere, con il collega dell’amministrazione. Così facciamo delle approssimazioni, per orientarci nelle relazioni con le persone che ci circondano.

Un bel regalo di Natale, allora, potrebbe essere questo: la capacità di sospendere il giudizio. Non sulle azioni, ma sulle persone.

In alternativa, un altro bel regalo sarebbero dei colpi di genio.

Nelle scuole di anni fa capitava che, quando doveva assentarsi per qualche minuto, l’insegnante chiamava alla lavagna un alunno e gli metteva il gesso in mano. Poi, indicando la lavagna, lo istruiva: «a destra scrivi i buoni, a sinistra i cattivi».

Il malcapitato si ritrovava in una situazione orribile. Da un lato l’insegnante che gli chiederà conto dell’opera di sorveglianza, dall’altro i compagni che lo minacciano delle peggio cose se farà la spia.

Pochi anni fa, in una classe dove evidentemente il tempo era tornato indietro di qualche decennio, in questa triste condizione si è ritrovato mio nipote Pietro, oggi adolescente.

Al suo rientro, l’insegnante lo ha trovato tranquillamente appoggiato alla lavagna, pennarello in mano. Sullo schermo erano scritte solo due parole, nella colonna dei cattivi.

Praticamente tutti

Ecco, in quel praticamente, c’è il colpo di genio. Riceverne qualcuno, da giocarsi nel corso del 2017, sarebbe un bel regalo di Natale.

Chi per mestiere si occupa di conflitti – com’è il mio caso – ricava dalle vicende politiche (reali o fittizie come quelle di House Of Cards) parecchie ispirazioni. I referendum, mettendo le persone di fronte a una scelta secca – Si o No – creano fronti contrapposti e molto polarizzati, cosa decisamente interessante.

Se poi il referendum è quello sulle riforme istituzionali, di cui si è parlato come pochi altri argomenti negli ultimi anni, ecco che abbiamo di fronte a noi un evento raro e prezioso, una specie di passaggio di cometa di Halley.

Certo, per ragionarvi in modo proficuo, occorre aspettare che la consultazione sia avvenuta da qualche giorno, poiché la polvere che tutto confonde sollevata in quest’occasione è stata davvero tanta.

Cos’è un conflitto

Il primo spunto che offre questo referendum è sulla definizione stessa di conflitto. Se siamo in presenza di un confronto tra differenti opinioni, non c’è conflitto. Questo lo si registra, invece, quando il problema non sta in cosa dice o propone il mio interlocutore ma nel mio interlocutore stesso.

È impossibile sapere quante persone sono andate a votare, il 4 dicembre scorso, conoscendo bene la riforma e quante l’hanno invece fatto per schierarsi da una parte o dall’altra. Ma ciascun elettore lo sa su quali basi ha votato, e quindi sa se ha vissuto questa consultazione elettorale come un confronto di idee o come uno scontro conflittuale.

Chi avesse ancora il dubbio può farsi una semplice domanda: se questa proposta fosse stata avanzata da qualcun altro – cioè non da Matteo Renzi e la sua squadra – avrei votato allo stesso modo? (Naturalmente, bisogna ipotizzare che il ‘qualcun altro’ fosse qualcuno a cui ci sentiamo vicini – nel caso di chi ha scelto NO – o lontani – nel caso di chi ha scelto SI).

Se la risposta che ci diamo è «avrei votato allo stesso modo», significa che non abbiamo vissuto il referendum in termini conflittuali. In caso contrario, avremmo invece interpretato l’appuntamento come una resa dei conti. E saremmo stati in abbondante compagnia.

Iperboli e contraddizioni

Gli appelli a votare SI per sostenere un governo che sta facendo molte cose, gli appelli a votare NO perché così si manda a casa Renzi, si sono sprecati. E non hanno fatto altro che incasinare la situazione, almeno quanto l’enfatizzazione della posta in gioco.

«L’Italia non cambia», han paventato i primi nel caso vincesse il NO. «L’Italia rischia la deriva autoritaria», hanno profetizzato i secondi ci fosse stata la vittoria del SI. Entrambe le  affermazioni sono un tantino iperboliche e hanno contribuito, insieme a dichiarazioni analoghe, ad allontanare la riflessione dal piano razionale.

Osservare alcune contraddizioni emerse nel dibattito, aiuta a far ulteriore luce su quanto accaduto.

Nel fronte del NO, ad esempio, la posizione di principio era la difesa della Costituzione così com’è attualmente. Anche chi diceva «vogliamo cambiarla, ma non così», nella sostanza ha scelto di mantenerla nella forma attuale. Questa posizione – bella, chiara, lineare – cozza con la lamentela (sollevata da diverse persone che hanno votato NO, che proprio alla luce del risultato del 4 dicembre chiedono elezioni al più presto) di non avere un primo ministro ‘eletto’. La Costituzione, però, non prevede questa eventualità: i cittadini eleggono il Parlamento che, in autonomia, elegge un Governo. E finché in Parlamento ci sono i voti per tenere su un Governo, si va avanti: lo dice la Costituzione.

E a proposito di capo del Governo, mi ha colpito anche la contraddizione che ho colto nelle dimissioni di Matteo Renzi. Il suo obiettivo, come primo ministro, era quello di rilanciare il paese. Si può accettare che egli dica che le riforme istituzionali erano indispensabili, per questo rilancio. Pertanto, siccome sono state bocciate, egli ritenga di non poter perseguire il proprio obiettivo.

Anche questo è un pensiero molto limpido. Senonché, nella stessa conferenza in cui annuncia le dimissioni, Renzi rivendica con orgoglio tutta una serie di cose fatte dal suo Governo. Cose che, dal suo punto di vista, hanno contribuito non poco a rilanciare il paese.

Ma, allora, il suo obiettivo lo poteva perseguire anche senza cambiare la Costituzione: magari più faticosamente, ma poteva farlo e l’ha dimostrato nei fatti. Dunque perché dimettersi?

Qualche piccola lezione

Da uno che lavora sui conflitti, però, ci si aspetta non solo l’evidenziazione delle cose che non vanno, ma anche indicazioni su come farle andare.

Ci provo, ma qui – l’ho detto sin dall’inizio – si tratta di trarre delle lezioni, non di risolvere un conflitto che, almeno sulla questione del referendum, si è già esaurito (e ora si è spostato su un altro piano, quello di un nuovo Governo alla guida del paese).

  1. Quando abbiamo un problema con qualcuno, piuttosto che con qualcosa, dobbiamo rendercene conto, riconoscerlo e affrontarlo in quanto conflitto. D’accordo, anche avere un problema su qualcosa – vedi il caso di Piero Pelù con le matite e le schede elettorali – è una situazione da affrontare.

  2. Qualsiasi conflitto richiede una parte di analisi, in cui bisogna astenersi dal giudicare e men che mai ci si deve schierare. Lo so, è difficile resistere alla tentazione di affiancare illustri personaggi come Lucrezia Lante della Rovere, Gigi Buffon, Stefania Sandrelli, Flavio Briatore, Alba Parietti nel sostenere una parte o l’altra. Ma bisogna farlo.

  3. L’analisi di un conflitto richiede tempo, tempo e pazienza. Va detto che, nel caso del referendum del 4 dicembre, il tempo c’è stato, perché se ne è parlato per mesi. Ma possiamo dire che l’abbiamo usato ben poco per analizzare e molto per fare i tifosi sfegatati.

  4. Siccome il tempo che abbiamo a disposizione è comunque limitato, sforziamoci di partecipare a quelle discussioni che vanno nel merito delle questioni e troviamo il coraggio di abbandonare quelle che invece si spostano sul piano della tifoseria poco informata. In questo referendum, i posti dove si discuteva di quanto scritto sulla riforma, e non altro, erano pochi e abbastanza nascosti. Ma c’erano, ed erano a disposizione di chiunque navigasse in rete.

  5. Non usiamo le posizioni di merito per assegnare etichette. Dire che il partigiano vero è quello che vota SI, come ha fatto Maria Elena Boschi, è sbagliato a prescindere (al di là delle importanti considerazioni storiche. Per la cronaca, la ministra ha detto «… dentro ANPI ci sono molti partigiani, quelli veri, quelli che hanno combattuto… che votano sì»).

  6. Le regole sono noiose. Meno ce ne sono, meglio è. Quelle che ci sono, però, vanno prese sul serio. Per capirci, non si può dire «Ricorso se vince il SI con gli italiani all’estero», come ha fatto il comitato per il NO. Se esiste un problema, nelle modalità con cui hanno votato gli espatriati, va affrontato a prescindere dal risultato, dunque anche se vince il NO.

  7. Ragioniamo sulle conseguenze. Proviamo a fare come i matematici, quando dicono «… ipotizziamo per assurdo che…» e vediamo cosa viene fuori. Davvero, però, perdendo un po’ di tempo a fare ipotesi, anche le più strampalate, così da riuscire a comprendere cosa può realmente capitare.

P.S.: queste lezioni si possono applicare anche in contesti diversi, non c’è bisogno di aspettare il prossimo referendum… che poi uno che ha spostato le masse come questo qua, hai voglia ad aspettarlo…

Terzo anno di Fisica, esame di Laboratorio Generale, interrogazione. Già che ci sia una parte orale, in un esame di laboratorio, mi suona bizzarro. Però sono tranquillo: le relazioni sono andate bene, il professore ha dato al mio gruppo un voto molto alto. Immagino che lui e io, adesso, parleremo di quello che è successo in laboratorio(¹).

«Effetto Cerenkov», dice lui. Lo guardo strano, poi biascico qualcosa. «… sssì, è l’effetto che si ha quando, nell’acqua, una particella va più veloce della luce…»(²). «Certo, quello», fa lui seccato. «Sa farmi vedere la sua dimostrazione matematica?»

No. No, proprio non so farle vedere la dimostrazione dell’effetto Cerenkov. Lo sapevo fare, quando ho preparato un esame dell’anno precedente. Lì me l’hanno pure chiesto, all’interrogazione, e avevo risposto a tono, svolgendo da bravo i conti necessari. Ma poi, come centinaia di altre dimostrazioni che avevo appreso quale scimmia ammaestrata, l’avevo dimenticata.

E non immaginavo che mi sarebbe stata richiesta, la dimostrazione dell’effetto Cerenkov, a un esame di laboratorio dove, peraltro, nessuna delle esperienze che avevamo svolto aveva a che fare con questo fenomeno (ti pare che a degli studenti al terzo anno fanno sparare delle particelle a centinaia di migliaia di km al secondo?).

Il mio esame finisce lì, lo ridò qualche mese dopo, una volta capito che al professore in questione, di quello che avevo fatto in laboratorio non gliene fregava niente. Prendo pure un voto decente – inutile dire che l’alto giudizio ricevuto sulle esperienze non fa media, conta solo l’orale – ma esco dall’aula parecchio alterato.

Qualche tempo dopo seguo il corso dal titolo Preparazione di Esperienze Didattiche, tenuto da Paolo Violino, di gran lunga il miglior docente che abbia incontrato. «Qualche perplessità sul modo con cui viene insegnata la fisica qui dentro ce l’ho», si lascia scappare un giorno a lezione.

Ma la sua frase che più mi è rimasta impressa la dice un giorno in cui cazzia me e alcuni miei compagni impegnati in un esperimento.

«Forse qualcuno vi ha detto che in laboratorio si entra per cercare conferma alle teorie. Beh, quel qualcuno si sbaglia: in laboratorio si va a vedere cosa succede quando si prova a fare delle cose».

Da allora, la parola laboratorio l’ho sentita usare un sacco di volte, fuori dal contesto universitario. Ma ho sempre ritenuto che la definizione valida fosse quella lì: il laboratorio è un posto dove si va a vedere cosa succede. Per cui, quando tanti anni fa – che i capelli li avevo ancora – entrando in un Jean Louis David di Roma sono stato accolto con un «benvenuto nel nostro laboratorio!», un po’ mi sono preoccupato. Volevo un taglio classico, non un esperimento.

In contesti organizzativi e aziendali, «facciamo un laboratorio» l’ho sentito dire spesso. Non mi riferisco a imprese scientifiche, naturalmente, che i laboratori ‘da fisici’ o ‘da chimici’ li hanno davvero, ma a compagnie che con queste parole si riferivano a un certo tipo di riunioni, alla costituzione di un gruppo, all’avvio di un progetto.

Solo che, per quel mi sembra, chi quei laboratori li aveva istituiti già sapeva cosa voleva ottenere. Prima che il lavoro cominciasse aveva in mente criteri di successo e di insuccesso. E non c’è nulla di male in ciò, ma il laboratorio è un’altra cosa: non puoi sapere a priori cosa verrà fuori, anzi, sei lì proprio per quello, per osservare che succede.

A proposito dell’osservare: in laboratorio si va a fare delle cose, vero. Ma la maggior parte del tempo la si passa a osservare, appunto, osservare e ancora osservare. E si ragiona su quel che si è visto, e si controllano e ricontrollano i dati raccolti, poi ci si ragiona ancora.

Insomma, ci si pensa un po’, prima di tirare delle conclusioni e questo, senza dubbio, è uno degli insegnamenti più importanti che si ricavano dall’andare in laboratorio.

* * *

(1) Si potrebbe pensare «Ma come? Vai a dare l’esame senza neanche sapere cosa chiede il professore?». Sì, negli anni in cui studiavo e lavoravo mi accadeva abbastanza spesso. Una volta sono pure andato a farmi interrogare da uno che credevo fosse un assistente e invece era solo uno studente fuori corso che ridava l’esame per la quinta volta.

(2) Chi non ha fatto Fisica potrebbe dire «che cretinate vai dicendo? Nulla può andare più veloce della luce! (fatta eccezione per Superman, beninteso)». È vero, ma si parla della velocità della luce nel vuoto. Quando un fascio di luce attraversa l’acqua va meno veloce, e può accadere che, sempre nell’acqua, una particella la sorpassi. Questo è l‘effetto Cerenkov, che è molto scenografico, perché nell’acqua si vede una bella scia blu.

«Non ce la faccio più, sono schiacciata dai rimorsi. Ho fatto troppi debiti per colpa del Lotto».

Nel gennaio del 2005, una cinquantasettenne di Carrara lasciò questa nota nel suo salotto, poi andò a gettarsi in mare. Pochi giorni dopo, in una banca dell’Oltrepo Pavese, si scoprì che un impiegato aveva rubato dai conti correnti di alcuni clienti un milione di euro circa. Non li aveva usati per comprarsi un’auto o una villa: li aveva giocati al Lotto. Sempre in quelle settimane, una vedova di Bologna giocò e perse al Lotto 150.000 euro. Li aveva presi da un fondo che il suo scomparso marito aveva istituito per aiutare suo figlio, medico, ad aprire un ambulatorio privato.

53-quadratoQuella del gioco d’azzardo in Italia è una storia buia, e il suo momento più oscuro lo potremmo chiamare L’attesa del 53 sulla ruota di Venezia.

Il Lotto prevede l’estrazione, su undici diverse ruote, di cinque numeri tra novanta disponibili, per tre volte la settimana. Questo vuol dire che su ogni ruota, ogni
mese, vengono estratti una settantina di numeri.

Probabilmente, dunque, nel giro di un certo tempo, dovrebbero uscire tutti e novanta i numeri. Ma se uno di questi numeri per un bel po’ uno non si fa vedere, ecco che tra i giocatori scatta la follia.

Questo è quanto è successo tra il 2003 e il 2005: sulla ruota di Venezia, il 53 non voleva uscire. Era diventato il re dei ritardatari e più si eseguivano estrazioni in cui non veniva fuori, più i giocatori dicevano «la prossima è la volta buona» e più ci scommettevano soldi.

Quella del 53 sulla ruota di Venezia è una delle storie raccontate in Fate il nostro gioco, scritto da Paolo Canova e Diego Rizzuto. Canova e Rizzuto parlano del gioco d’azzardo – in Italia e non solo – mostrando in maniera comprensibile a tutti quanto questo sia in perdita, per il giocatore. A vincere, è il banco, sempre.

Certo, ci può essere la storia del singolo che ha ‘sbancato’, appunto. Ma è il caso raro, talmente raro da non spostare nulla, in termini di convenienza.

53airFate il nostro gioco – che nasce da un progetto ampio e prezioso – è un libro straordinario e forse è il libro più politico che abbia letto negli ultimi tempi. Politico nel senso che parla di un problema che affligge il nostro paese, dicendo chiaro chi ci guadagna e sottolineando il ruolo ambiguo – per non dire di peggio – dello stato italiano.

Il gioco d’azzardo fa girare tantissimi soldi, imposte incluse. Nel 2015 noi italiani vi abbiamo speso 88 miliardi di euro (1.400 euro a test). L’impresa che svetta in questo settore è Lottomatica, multinazionale sul cui comportamento, talvolta, ci sarebbe qualcosa da dire.

Ad esempio, se andate sul suo sito, vi trovate una sezione dedicata ai numeri ritardatari. Perché? Vorrebbero forse lasciar intendere qualcosa, i signori della Lottomatica? Qualcosa che non si può dire perché falso ma che, in cuor loro, i signori della Lottomatica, sperano che la gente creda, e cioè che su un ritardatario vale la pena giocare un sacco di soldi?

La realtà è che i ‘ritardatari’, rispetto a tutti gli altri numeri, non hanno nulla di diverso. Assolutamente nulla: hanno esattamente la stessa probabilità di uscire rispetto agli altri, non sono numeri più fortunati. E allora, perché metterli in bella mostra sul sito del gioco del Lotto?

Ma se Lottomatica può fare queste cose – e le istituzioni gliele lasciano fare – probabilmente è perché noi italiani siamo un popolo ad alto tasso di analfabetismo scientifico. Il modo con cui ci rapportiamo al concetto di probabilità lo dimostra.

Il mio vicino di pianerottolo fuma un sacco e sta benissimo, quindi il fumo non fa male. In riunione ho sbattuto il pugno sul tavolo e mi hanno ascoltato, quindi a far la voce grossa conviene.  Una compagna di mia cugina non ha neanche il diploma e guadagna 5.000 euro al mese, quindi studiare non serve. Il 10 luglio, in città, c’erano solo 20 gradi, quindi il riscaldamento globale è una frottola.

Basta un evento, uno solo, e crediamo di aver capito come funzionano le cose.

La statistica avrebbe applicazioni quotidiane costanti, pratiche, semplici. Eppure è una disciplina minore. Pure a fisica mi pare che non ce l’abbiano insegnata poi granché, giusto quel che serve per organizzare i dati che escono dagli esperimenti di laboratorio.

Invece sarebbe utile per imparare che le certezze raramente sono assolute e comunque si costruiscono un poco alla volta, nella vita privata come al lavo53-manoro e nella società.

La conoscenza si costruisce osservando, ragionando, provando e riprovando. E se non si ha tempo né voglia, di osservare, ragionare, provare e riprovare? È un peccato, ma probabilmente nessuno può farcene una colpa. Purché non ci si lasci incantare dalle sirene delle risposte semplici e immediate.

P.s. il 53, nella smorfia napoletana, simboleggia il vecchio saggio. Ecco, appunto: cerchiamo di non diventare vecchi e saggi, prima di scoprire che il gioco d’azzardo è una solenne fregatura.