referendum-e-conflitti

Chi per mestiere si occupa di conflitti – com’è il mio caso – ricava dalle vicende politiche (reali o fittizie come quelle di House Of Cards) parecchie ispirazioni. I referendum, mettendo le persone di fronte a una scelta secca – Si o No – creano fronti contrapposti e molto polarizzati, cosa decisamente interessante.

Se poi il referendum è quello sulle riforme istituzionali, di cui si è parlato come pochi altri argomenti negli ultimi anni, ecco che abbiamo di fronte a noi un evento raro e prezioso, una specie di passaggio di cometa di Halley.

Certo, per ragionarvi in modo proficuo, occorre aspettare che la consultazione sia avvenuta da qualche giorno, poiché la polvere che tutto confonde sollevata in quest’occasione è stata davvero tanta.

Cos’è un conflitto

Il primo spunto che offre questo referendum è sulla definizione stessa di conflitto. Se siamo in presenza di un confronto tra differenti opinioni, non c’è conflitto. Questo lo si registra, invece, quando il problema non sta in cosa dice o propone il mio interlocutore ma nel mio interlocutore stesso.

È impossibile sapere quante persone sono andate a votare, il 4 dicembre scorso, conoscendo bene la riforma e quante l’hanno invece fatto per schierarsi da una parte o dall’altra. Ma ciascun elettore lo sa su quali basi ha votato, e quindi sa se ha vissuto questa consultazione elettorale come un confronto di idee o come uno scontro conflittuale.

Chi avesse ancora il dubbio può farsi una semplice domanda: se questa proposta fosse stata avanzata da qualcun altro – cioè non da Matteo Renzi e la sua squadra – avrei votato allo stesso modo? (Naturalmente, bisogna ipotizzare che il ‘qualcun altro’ fosse qualcuno a cui ci sentiamo vicini – nel caso di chi ha scelto NO – o lontani – nel caso di chi ha scelto SI).

Se la risposta che ci diamo è «avrei votato allo stesso modo», significa che non abbiamo vissuto il referendum in termini conflittuali. In caso contrario, avremmo invece interpretato l’appuntamento come una resa dei conti. E saremmo stati in abbondante compagnia.

Iperboli e contraddizioni

Gli appelli a votare SI per sostenere un governo che sta facendo molte cose, gli appelli a votare NO perché così si manda a casa Renzi, si sono sprecati. E non hanno fatto altro che incasinare la situazione, almeno quanto l’enfatizzazione della posta in gioco.

«L’Italia non cambia», han paventato i primi nel caso vincesse il NO. «L’Italia rischia la deriva autoritaria», hanno profetizzato i secondi ci fosse stata la vittoria del SI. Entrambe le  affermazioni sono un tantino iperboliche e hanno contribuito, insieme a dichiarazioni analoghe, ad allontanare la riflessione dal piano razionale.

Osservare alcune contraddizioni emerse nel dibattito, aiuta a far ulteriore luce su quanto accaduto.

Nel fronte del NO, ad esempio, la posizione di principio era la difesa della Costituzione così com’è attualmente. Anche chi diceva «vogliamo cambiarla, ma non così», nella sostanza ha scelto di mantenerla nella forma attuale. Questa posizione – bella, chiara, lineare – cozza con la lamentela (sollevata da diverse persone che hanno votato NO, che proprio alla luce del risultato del 4 dicembre chiedono elezioni al più presto) di non avere un primo ministro ‘eletto’. La Costituzione, però, non prevede questa eventualità: i cittadini eleggono il Parlamento che, in autonomia, elegge un Governo. E finché in Parlamento ci sono i voti per tenere su un Governo, si va avanti: lo dice la Costituzione.

E a proposito di capo del Governo, mi ha colpito anche la contraddizione che ho colto nelle dimissioni di Matteo Renzi. Il suo obiettivo, come primo ministro, era quello di rilanciare il paese. Si può accettare che egli dica che le riforme istituzionali erano indispensabili, per questo rilancio. Pertanto, siccome sono state bocciate, egli ritenga di non poter perseguire il proprio obiettivo.

Anche questo è un pensiero molto limpido. Senonché, nella stessa conferenza in cui annuncia le dimissioni, Renzi rivendica con orgoglio tutta una serie di cose fatte dal suo Governo. Cose che, dal suo punto di vista, hanno contribuito non poco a rilanciare il paese.

Ma, allora, il suo obiettivo lo poteva perseguire anche senza cambiare la Costituzione: magari più faticosamente, ma poteva farlo e l’ha dimostrato nei fatti. Dunque perché dimettersi?

Qualche piccola lezione

Da uno che lavora sui conflitti, però, ci si aspetta non solo l’evidenziazione delle cose che non vanno, ma anche indicazioni su come farle andare.

Ci provo, ma qui – l’ho detto sin dall’inizio – si tratta di trarre delle lezioni, non di risolvere un conflitto che, almeno sulla questione del referendum, si è già esaurito (e ora si è spostato su un altro piano, quello di un nuovo Governo alla guida del paese).

  1. Quando abbiamo un problema con qualcuno, piuttosto che con qualcosa, dobbiamo rendercene conto, riconoscerlo e affrontarlo in quanto conflitto. D’accordo, anche avere un problema su qualcosa – vedi il caso di Piero Pelù con le matite e le schede elettorali – è una situazione da affrontare.

  2. Qualsiasi conflitto richiede una parte di analisi, in cui bisogna astenersi dal giudicare e men che mai ci si deve schierare. Lo so, è difficile resistere alla tentazione di affiancare illustri personaggi come Lucrezia Lante della Rovere, Gigi Buffon, Stefania Sandrelli, Flavio Briatore, Alba Parietti nel sostenere una parte o l’altra. Ma bisogna farlo.

  3. L’analisi di un conflitto richiede tempo, tempo e pazienza. Va detto che, nel caso del referendum del 4 dicembre, il tempo c’è stato, perché se ne è parlato per mesi. Ma possiamo dire che l’abbiamo usato ben poco per analizzare e molto per fare i tifosi sfegatati.

  4. Siccome il tempo che abbiamo a disposizione è comunque limitato, sforziamoci di partecipare a quelle discussioni che vanno nel merito delle questioni e troviamo il coraggio di abbandonare quelle che invece si spostano sul piano della tifoseria poco informata. In questo referendum, i posti dove si discuteva di quanto scritto sulla riforma, e non altro, erano pochi e abbastanza nascosti. Ma c’erano, ed erano a disposizione di chiunque navigasse in rete.

  5. Non usiamo le posizioni di merito per assegnare etichette. Dire che il partigiano vero è quello che vota SI, come ha fatto Maria Elena Boschi, è sbagliato a prescindere (al di là delle importanti considerazioni storiche. Per la cronaca, la ministra ha detto «… dentro ANPI ci sono molti partigiani, quelli veri, quelli che hanno combattuto… che votano sì»).

  6. Le regole sono noiose. Meno ce ne sono, meglio è. Quelle che ci sono, però, vanno prese sul serio. Per capirci, non si può dire «Ricorso se vince il SI con gli italiani all’estero», come ha fatto il comitato per il NO. Se esiste un problema, nelle modalità con cui hanno votato gli espatriati, va affrontato a prescindere dal risultato, dunque anche se vince il NO.

  7. Ragioniamo sulle conseguenze. Proviamo a fare come i matematici, quando dicono «… ipotizziamo per assurdo che…» e vediamo cosa viene fuori. Davvero, però, perdendo un po’ di tempo a fare ipotesi, anche le più strampalate, così da riuscire a comprendere cosa può realmente capitare.

P.S.: queste lezioni si possono applicare anche in contesti diversi, non c’è bisogno di aspettare il prossimo referendum… che poi uno che ha spostato le masse come questo qua, hai voglia ad aspettarlo…

prisma-3

Terzo anno di Fisica, esame di Laboratorio Generale, interrogazione. Già che ci sia una parte orale, in un esame di laboratorio, mi suona bizzarro. Però sono tranquillo: le relazioni sono andate bene, il professore ha dato al mio gruppo un voto molto alto. Immagino che lui e io, adesso, parleremo di quello che è successo in laboratorio(¹).

«Effetto Cerenkov», dice lui. Lo guardo strano, poi biascico qualcosa. «… sssì, è l’effetto che si ha quando, nell’acqua, una particella va più veloce della luce…»(²). «Certo, quello», fa lui seccato. «Sa farmi vedere la sua dimostrazione matematica?»

No. No, proprio non so farle vedere la dimostrazione dell’effetto Cerenkov. Lo sapevo fare, quando ho preparato un esame dell’anno precedente. Lì me l’hanno pure chiesto, all’interrogazione, e avevo risposto a tono, svolgendo da bravo i conti necessari. Ma poi, come centinaia di altre dimostrazioni che avevo appreso quale scimmia ammaestrata, l’avevo dimenticata.

E non immaginavo che mi sarebbe stata richiesta, la dimostrazione dell’effetto Cerenkov, a un esame di laboratorio dove, peraltro, nessuna delle esperienze che avevamo svolto aveva a che fare con questo fenomeno (ti pare che a degli studenti al terzo anno fanno sparare delle particelle a centinaia di migliaia di km al secondo?).

Il mio esame finisce lì, lo ridò qualche mese dopo, una volta capito che al professore in questione, di quello che avevo fatto in laboratorio non gliene fregava niente. Prendo pure un voto decente – inutile dire che l’alto giudizio ricevuto sulle esperienze non fa media, conta solo l’orale – ma esco dall’aula parecchio alterato.

Qualche tempo dopo seguo il corso dal titolo Preparazione di Esperienze Didattiche, tenuto da Paolo Violino, di gran lunga il miglior docente che abbia incontrato. «Qualche perplessità sul modo con cui viene insegnata la fisica qui dentro ce l’ho», si lascia scappare un giorno a lezione.

Ma la sua frase che più mi è rimasta impressa la dice un giorno in cui cazzia me e alcuni miei compagni impegnati in un esperimento.

«Forse qualcuno vi ha detto che in laboratorio si entra per cercare conferma alle teorie. Beh, quel qualcuno si sbaglia: in laboratorio si va a vedere cosa succede quando si prova a fare delle cose».

Da allora, la parola laboratorio l’ho sentita usare un sacco di volte, fuori dal contesto universitario. Ma ho sempre ritenuto che la definizione valida fosse quella lì: il laboratorio è un posto dove si va a vedere cosa succede. Per cui, quando tanti anni fa – che i capelli li avevo ancora – entrando in un Jean Louis David di Roma sono stato accolto con un «benvenuto nel nostro laboratorio!», un po’ mi sono preoccupato. Volevo un taglio classico, non un esperimento.

In contesti organizzativi e aziendali, «facciamo un laboratorio» l’ho sentito dire spesso. Non mi riferisco a imprese scientifiche, naturalmente, che i laboratori ‘da fisici’ o ‘da chimici’ li hanno davvero, ma a compagnie che con queste parole si riferivano a un certo tipo di riunioni, alla costituzione di un gruppo, all’avvio di un progetto.

Solo che, per quel mi sembra, chi quei laboratori li aveva istituiti già sapeva cosa voleva ottenere. Prima che il lavoro cominciasse aveva in mente criteri di successo e di insuccesso. E non c’è nulla di male in ciò, ma il laboratorio è un’altra cosa: non puoi sapere a priori cosa verrà fuori, anzi, sei lì proprio per quello, per osservare che succede.

A proposito dell’osservare: in laboratorio si va a fare delle cose, vero. Ma la maggior parte del tempo la si passa a osservare, appunto, osservare e ancora osservare. E si ragiona su quel che si è visto, e si controllano e ricontrollano i dati raccolti, poi ci si ragiona ancora.

Insomma, ci si pensa un po’, prima di tirare delle conclusioni e questo, senza dubbio, è uno degli insegnamenti più importanti che si ricavano dall’andare in laboratorio.

* * *

(1) Si potrebbe pensare «Ma come? Vai a dare l’esame senza neanche sapere cosa chiede il professore?». Sì, negli anni in cui studiavo e lavoravo mi accadeva abbastanza spesso. Una volta sono pure andato a farmi interrogare da uno che credevo fosse un assistente e invece era solo uno studente fuori corso che ridava l’esame per la quinta volta.

(2) Chi non ha fatto Fisica potrebbe dire «che cretinate vai dicendo? Nulla può andare più veloce della luce! (fatta eccezione per Superman, beninteso)». È vero, ma si parla della velocità della luce nel vuoto. Quando un fascio di luce attraversa l’acqua va meno veloce, e può accadere che, sempre nell’acqua, una particella la sorpassi. Questo è l‘effetto Cerenkov, che è molto scenografico, perché nell’acqua si vede una bella scia blu.

53-von-faber

«Non ce la faccio più, sono schiacciata dai rimorsi. Ho fatto troppi debiti per colpa del Lotto».

Nel gennaio del 2005, una cinquantasettenne di Carrara lasciò questa nota nel suo salotto, poi andò a gettarsi in mare. Pochi giorni dopo, in una banca dell’Oltrepo Pavese, si scoprì che un impiegato aveva rubato dai conti correnti di alcuni clienti un milione di euro circa. Non li aveva usati per comprarsi un’auto o una villa: li aveva giocati al Lotto. Sempre in quelle settimane, una vedova di Bologna giocò e perse al Lotto 150.000 euro. Li aveva presi da un fondo che il suo scomparso marito aveva istituito per aiutare suo figlio, medico, ad aprire un ambulatorio privato.

53-quadratoQuella del gioco d’azzardo in Italia è una storia buia, e il suo momento più oscuro lo potremmo chiamare L’attesa del 53 sulla ruota di Venezia.

Il Lotto prevede l’estrazione, su undici diverse ruote, di cinque numeri tra novanta disponibili, per tre volte la settimana. Questo vuol dire che su ogni ruota, ogni
mese, vengono estratti una settantina di numeri.

Probabilmente, dunque, nel giro di un certo tempo, dovrebbero uscire tutti e novanta i numeri. Ma se uno di questi numeri per un bel po’ uno non si fa vedere, ecco che tra i giocatori scatta la follia.

Questo è quanto è successo tra il 2003 e il 2005: sulla ruota di Venezia, il 53 non voleva uscire. Era diventato il re dei ritardatari e più si eseguivano estrazioni in cui non veniva fuori, più i giocatori dicevano «la prossima è la volta buona» e più ci scommettevano soldi.

Quella del 53 sulla ruota di Venezia è una delle storie raccontate in Fate il nostro gioco, scritto da Paolo Canova e Diego Rizzuto. Canova e Rizzuto parlano del gioco d’azzardo – in Italia e non solo – mostrando in maniera comprensibile a tutti quanto questo sia in perdita, per il giocatore. A vincere, è il banco, sempre.

Certo, ci può essere la storia del singolo che ha ‘sbancato’, appunto. Ma è il caso raro, talmente raro da non spostare nulla, in termini di convenienza.

53airFate il nostro gioco – che nasce da un progetto ampio e prezioso – è un libro straordinario e forse è il libro più politico che abbia letto negli ultimi tempi. Politico nel senso che parla di un problema che affligge il nostro paese, dicendo chiaro chi ci guadagna e sottolineando il ruolo ambiguo – per non dire di peggio – dello stato italiano.

Il gioco d’azzardo fa girare tantissimi soldi, imposte incluse. Nel 2015 noi italiani vi abbiamo speso 88 miliardi di euro (1.400 euro a test). L’impresa che svetta in questo settore è Lottomatica, multinazionale sul cui comportamento, talvolta, ci sarebbe qualcosa da dire.

Ad esempio, se andate sul suo sito, vi trovate una sezione dedicata ai numeri ritardatari. Perché? Vorrebbero forse lasciar intendere qualcosa, i signori della Lottomatica? Qualcosa che non si può dire perché falso ma che, in cuor loro, i signori della Lottomatica, sperano che la gente creda, e cioè che su un ritardatario vale la pena giocare un sacco di soldi?

La realtà è che i ‘ritardatari’, rispetto a tutti gli altri numeri, non hanno nulla di diverso. Assolutamente nulla: hanno esattamente la stessa probabilità di uscire rispetto agli altri, non sono numeri più fortunati. E allora, perché metterli in bella mostra sul sito del gioco del Lotto?

Ma se Lottomatica può fare queste cose – e le istituzioni gliele lasciano fare – probabilmente è perché noi italiani siamo un popolo ad alto tasso di analfabetismo scientifico. Il modo con cui ci rapportiamo al concetto di probabilità lo dimostra.

Il mio vicino di pianerottolo fuma un sacco e sta benissimo, quindi il fumo non fa male. In riunione ho sbattuto il pugno sul tavolo e mi hanno ascoltato, quindi a far la voce grossa conviene.  Una compagna di mia cugina non ha neanche il diploma e guadagna 5.000 euro al mese, quindi studiare non serve. Il 10 luglio, in città, c’erano solo 20 gradi, quindi il riscaldamento globale è una frottola.

Basta un evento, uno solo, e crediamo di aver capito come funzionano le cose.

La statistica avrebbe applicazioni quotidiane costanti, pratiche, semplici. Eppure è una disciplina minore. Pure a fisica mi pare che non ce l’abbiano insegnata poi granché, giusto quel che serve per organizzare i dati che escono dagli esperimenti di laboratorio.

Invece sarebbe utile per imparare che le certezze raramente sono assolute e comunque si costruiscono un poco alla volta, nella vita privata come al lavo53-manoro e nella società.

La conoscenza si costruisce osservando, ragionando, provando e riprovando. E se non si ha tempo né voglia, di osservare, ragionare, provare e riprovare? È un peccato, ma probabilmente nessuno può farcene una colpa. Purché non ci si lasci incantare dalle sirene delle risposte semplici e immediate.

P.s. il 53, nella smorfia napoletana, simboleggia il vecchio saggio. Ecco, appunto: cerchiamo di non diventare vecchi e saggi, prima di scoprire che il gioco d’azzardo è una solenne fregatura.

 

pagina tesi laurea

A tutti, perché, tanto per dirne una, senza gli elettroni che scorrazzano di qua e di là non avremmo la corrente elettrica e tutto quel che ne consegue. Ma è davvero così importante sapere se l’elettrone è più grande o più piccolo dell’atomo?

Secondo una recente indagine di cui si è parlato anche sui media generalisti (l’8 agosto La Repubblica vi ha dedicato un paginone), l’alfabetismo scientifico nel nostro paese è in netto miglioramento.

Dando la possibilità di rispondere ‘vero’, ‘falso’ o ‘non so’, si sono messe di fronte agli intervistati tre affermazioni. La prima, appunto, riguardava l’elettrone, dichiarato più piccolo dell’atomo. Con la seconda si diceva che gli antibiotici combattono sia i virus sia i batteri, mentre la terza affermava che il sole è un pianeta.

Poi si sono mostrate tre immagini: l’elica del DNA, le orbite quantistiche degli elettroni nel modello atomico di Niels Bohr e la nube a forma di fungo prodotta da un’esplosione nucleare. Agli intervistati naturalmente non veniva detto di che si trattava, ma potevano scegliere tra quattro opzioni.

I risultati sono stati i migliori da quando viene svolta questa indagine. Ogni domanda ha ricevuto circa il 60% di risposte corrette. Il 30% degli interpellati ha azzeccato tutte le risposte e il 13% non ne ha presa neppure una.

A mio parere, però, questo sondaggio dice poco sulla cultura scientifica di noi italiani.

Mi pare che le domande esplorino solo il campo del nozionismo. Sarebbe come se per valutare le conoscenze filosofiche si chiedesse se La critica della ragion pura l’ha scritta Manzoni o Kant o Dante.

Le domande di questa inchiesta, forse, dovrebbero essere diverse. Ad esempio, si potrebbe chiedere come valutare se conviene giocare ogni settimana 20 € al lotto. Oppure come decidere se vaccinare o meno i propri figli.

O, ancora, di calcolare quanto tempo si risparmia, in un viaggio di 30 km, andando ai 100 km/h anziché ai 70 (e, di conseguenza, se vale la pena rischiare incidenti gravi, multe, sospensione della patente, per 8 miseri minuti su quasi mezz’ora di viaggio). Ma si potrebbe anche chiedere se il fatto che una persona che fuma due pacchetti di sigarette al giorno sia vissuta sino a 97 anni, significhi che il fumo non fa male.

Ho fatto studi tecnico-scientifici, senza poi lavorare in questi ambiti (a parte un lustro come tecnico di radioprotezione).

Però, negli anni all’istituto tecnico industriale e in quelli a fisica mi sono fatto l’idea che la scienza non sia un insieme di nozioni, bensì uno strumento di conoscenza.

Sarebbe interessante sapere se noi italiani lo sappiamo maneggiare, questo strumento. Perché studiando materie scientifiche s’imparano molte cose più o meno utili in tempi più o meno immediati. Ma si sviluppano anche attitudini come diffidare delle risposte sbrigative, convivere con dubbi e incertezze, il dare il giusto peso agli errori, il valore dell’osservazione, il basarsi sui dati e non solo sulle impressioni.

Sono attitudini che – non sempre con grande successo, lo ammetto – ho provato ad applicare quando lavoravo nel nonprofit e provo ad applicare oggi come consulente e formatore. Ma credo che siano attitudini utili più in generale, nella politica come nelle relazioni famigliari e che, se diffuse, aiuterebbero il nostro paese a essere un po’ migliore.

 

 

cosimo testa girello

Annalisa Monfreda, direttrice di Donna Moderna e Starbene, ha una bella abitudine. Su Medium.com racconta il suo lavoro e ragiona su ciò che avviene nella redazione di un giornale femminile.

L’ultima riflessione l’ha dedicata a un errore commesso dalla sua redazione: il lancio di un sondaggio infelice e indelicato – a suo stesso dire – a poche ore dall’attentato avvenuto a Nizza la sera del 14 luglio. Usando l’hashtag #strageNizza si chiedeva infatti, se si stava pensando o meno di cambiare la mèta delle vacanze. Il racconto di come sono andate le cose è in questo articolo, che mi ha interessato soprattutto nella parte che collega responsabilità personale, processo di delega ed errore.

Monfreda sostiene che sia necessario affrontare quello che è uno dei più grandi problemi nel giornalismo d’oggi, la paura del cambiamento, e che, per fare ciò, sia necessario «distruggere il mito dell’infallibilità», «allenare i giornalisti a dire ho sbagliato, a riflettere sul perché e andare avanti». Insomma, scrive Monfreda,

«le persone devono essere messe nelle condizioni di poter sbagliare».

Aggiungo che qualche tempo prima, grazie alla gentilezza di una società per cui ho lavorato come consulente, il CIAC, ho potuto ascoltare a Ivrea una conferenza di Fabio Vaccarono, country manager di Google Italia.

Nel suo appassionante intervento, Vaccarono ha detto che i suoi capi lo valutano anche per i suoi errori, nel senso che si aspettano che ne faccia. Se non ne fa sono preoccupati, perché vuol dire che il loro dirigente non si sta imbarcando in nuove avventure, non sta provando cose nuove ma si limita a vivere di routine.

In altre parole, se chi lavora con Monfreda deve poter sbagliare, Vaccarono deve sbagliare.

basket cossilaE ancora: quando da ragazzo giocavo a pallacanestro avevo un allenatore meraviglioso, Flavio, che diceva «se qualcuno non fa falli, vuol dire che non difende». Io, pur avendo passato tutta l’adolescenza sui campi da basket – e immodestamente devo dire che di panchina ne facevo davvero poca – sono uscito per cinque falli solo due volte. Ed è vero, non difendevo.

Insomma, sbagliare non solo è umano, è pure sano.

O almeno questo è quello che dicono moltissimi, addirittura è la saggezza popolare a dire che ‘sbagliando s’impara’.

Però non è che si può sbagliare a capocchia. Ci vogliono delle condizioni, per poter sbagliare, dice Manfreda.

Ragionare su queste condizioni, a mio avviso, fa la differenza tra le dichiarazioni di principio in favore dell’errore e il volerlo davvero affrontare. Tanto per cominciare ne scrivo quattro.

1. Il capo che non punisce e però neppure perdona, che sennò non serve a niente: l’errore passa e tutto resta come prima. Il capo che permette l’errore, dedica poi del tempo a ragionarci, ad analizzarlo, diversamente promuove il lassismo e il pressapochismo.

2. Il clima, perché tutti, non solo il capo, devono saper trattare l’errore per quello che è: un evento possibile e probabile. Un evento negativo – l’errore è interessante, ma non diciamo che è bello o è positivo – che dà delle informazioni sul modo con cui si lavora.

3. Il tempo, perché per fermarsi a capire cosa caspita è successo richiede tempo. Come tante altre cose (per fare una fesseria, invece, basta una manciata di secondi).

4. La posta in gioco, perché se uno ha la possibilità di fare un errore dalle conseguenze disastrose e magari lo fa davvero, hai voglia a dirgli che sbagliando s’impara. Da lì in avanti avrà paura anche solo a battere il tasto virgola sul suo computer.

Nel suo libro Salvo complicazioni, il medico newyorkese Atul Gawande racconta della prassi, in una clinica in cui ha lavorato, di dedicare la seconda metà di ogni martedì pomeriggio ha discutere degli errori commessi.

«Tutti i chirurghi sono tenuti a partecipare, dagli interni al primario di chirurgia – racconta Gawande – di solito vengono anche gli studenti di medicina che stanno facendo il tirocinio».

«Per ogni caso il responsabile di reparto raccoglie le informazioni, sale sul pcosimo testa girello 2odio e racconta la storia. Queste presentazioni possono essere imbarazzanti. Sono i capireparto, non gli assistenti a decidere quali casi discutere. Questo favorisce l’onestà».

Gawande aggiunge che questo confronto periodico e regolare ha ridotto in alcuni settori gli errori anche del 90%.

Insomma, è vero: dagli errori si può imparare. Purché s’impari ad affrontare gli errori.

 

astrid mod

Gli alberghi che accettano cani ormai sono molti e cominciano a diffondersi anche quelli che non solo li accolgono, ma gli riservano trattamenti speciali. Con speciali s’intende non spazi adeguati per scorrazzare, che quella è roba banale, ma servizi di lusso quali massaggi, lozioni e terme.

Poi c’è la diffusione del veganesimo, dei negozi di animali e per animali, ci sono leggi sempre più pressanti contro i maltrattamenti degli esseri viventi non umani. Insomma, la nostra sembra l’epoca in cui, come non mai, gli esseri diversi dai sapiens – per parlare alla Madagascar – godono di rispetto e considerazione.

Eppure, nella mia esperienza registro una cosa controcorrente.

La crociera è un esercizio in cui le persone devono fingere di essere su una nave che sta per affondare. Possono mettersi in salvo, perché sono nei pressi di un’isola, ma di questo pezzo di terra non sanno assolutamente nulla. Escono infatti da due giorni di tempesta che li ha fatti finire chissà dove e gli ha tolto ogni strumento per orientarsi.

Prima di salire sulla scialuppa di salvataggio, possono decidere di portarsi una cosa, e una sola, per tutto il gruppo. La scelta deve avvenire tra un elenco di cose più o meno utili, come una cassetta con pochi e semplici attrezzi, dei viveri sufficienti per una settimana, qualche pistola con munizioni e via dicendo.

In mezzo a quest’elenco si trova pure un cagnolino da compagnia. Non c’è nessun motivo per scegliere questa bestiola, a parte il riconoscere alla sua vita un valore: lasciarlo sulla nave, infatti, equivarrebbe a condannarlo a morte.

Nei primi periodi in cui proponevo questo esercizio – eravamo negli anni Novanta – il cane ricopriva sempre un ruolo da protagonista. Aveva un gruppo di supporter molto agguerrito, che lo teneva in ballo sino alla fine e talvolta lo faceva pure vincere.

Lo scontro tra il partito del cane e gli altri era molto interessante, se si vogliono mettere in evidenza i processi decisionali nei gruppi: i primi difendevano un valore, un affetto, agivano di pancia. I secondi facevano leva sulla ragione: con un cacciavite posso scolpire il legno; con una pistola posso difendermi, cacciare, sparare nell’acqua e ammazzare un grosso pesce; con dei viveri posso sopravvivere quel che basta per organizzarmi, e poi i soccorsi arrivano (che diamine, siamo nel XXI secolo)…

Alle volte i primi, i cinofili, invadevano il terreno dei secondi, e trasformavano quel sacchetto di pelo nel cane di Superman: sapeva cacciare, trovava le sorgenti d’acqua, faceva scappare le bestie feroci…

Tutto, pur di far salire il cagnolino sulla scialuppa. Anche mettersi d’accordo con quelli che vogliono i viveri: va bene, se nel giro di un paio di giorni, sull’isola non troviamo del cibo, potete mangiarvi il cane. Meglio rischiare di doverlo uccidere tra qualche tempo che aver la certezza di farlo morire subito.

Schermata 2016-07-13 alle 23.24.26Da una decina di mesi a questa parte sono tornato a proporre questo gioco, ma il quadrupede sembra passato di moda. Qualcuno che lo sceglie c’è sempre, ma la sua posizione è isolata, timida, e non fa molta strada. Ho anche provato a giocare sporco, infilando il muso del cane con i suoi occhioni imploranti. Niente da fare.

In più di venti occasioni in cui ho fatto svolgere questo esercizio, il cane ha vinto una volta sola – un’aula anomala: erano in cinque, quando non sono mai meno di una dozzina – nelle altre è sempre stato escluso dopo neanche due minuti di discussione.

Non ho la minima idea del perché ciò succeda.

I gruppi a cui lo propongo non hanno caratteristiche particolari, mi sembrano rappresentativi della società in cui viviamo. Quella società, come scritto in apertura, che venera i quadrupedi domestici come accadeva a Bastet, in Egitto, un tremila anni fa.

Schermata 2016-07-14 alle 00.19.32O, forse, la spiegazione potrebbe essere questa: se davvero ci trovassimo in questa situazione, non avremmo mai il coraggio di far morire il cagnolino. Il che vorrebbe dire che, vent’anni fa, immedesimarci in un gruppo di amici in crociera ci riusciva più facile.

Bè, grazie: allora c’era Love Boat.

La crociera lo uso nel corso sul Lavorare in gruppo, ma anche in quello per Sopravvivere ai conflitti.

 

cat on the table

La comfort zone è un concetto abbastanza di moda o, forse, è di moda parlarne male. L’idea è che se ogni giorno facciamo sempre le stesse cose, siamo destinati a non crescere mai. Per diventare innovativi e creativi, bisogna abbandonare questa regolare tranquillità in cui ci crogioliamo.

Bisogna uscire dalla comfort zone. Bisogna andarsi a cercare rogne.

«Te la senti di farlo in inglese?», mi viene chiesto. «Of course!», è la mia risposta. Trattasi di un paio di giornate di formazione su conflitto e negoziazione. Un argomento su cui intervengo da tempo e su cui ho anche pubblicato, scritto, partecipato a tavole rotonde e via dicendo. La richiesta arriva da un cliente con cui lavoriamo parecchio e per cui io ho già tenuto diverse volte questo seminario.

Quindi, al netto del fatto che ogni volta ci sono in aula persone diverse, direi che tutto questo rientra nella mia comfort zone. Solo che, questa volta, il cliente manda in aula una dozzina di persone che arrivano da altrettanti paesi europei.

Qual è il mio rapporto con l’inglese? Diciamo mutevole. A scuola l’ho studiato poco e male. Poi è arrivata Amnesty International, e ho dovuto imparare almeno a leggerlo senza difficoltà. Poi è arrivata actionaid e con lei la necessità di partecipare a riunioni internazionali. La mia padronanza della lingua, basata su una solida conoscenza dei Pink Floyd e dei Beatles, non era sufficiente.

Così ho preso lezioni individuali, grazie anche al contributo della stessa actionaid, e le cose sono migliorate parecchio. Ma, quando ho cambiato lavoro, l’inglese è tornato in panchina.

Ora mi tocca gestire due giornate in cui io sono il conduttore, non uno dei partecipanti. Devo parlare, far parlare gli altri, ascoltare tutti, capire, replicare, interagire. Ciao ciao, comfort zone, mi sposto qualche unità astronomica più in là.

Come prima cosa, concordo un po’ di lezioni con una mia amica professoressa d’inglese. Facciamo circa tre ore, al termine delle quali mi dice che non mi devo preoccupare. Immagino perché la preoccupazione di solito non favorisce il dialogo, quale che sia la lingua.

Poi traduco le slides che uso di solito, e chiedo a un’altra amica che sa l’inglese benissimo di controllarle: perché un conto è dire fesserie, un conto è proiettarle sul muro. Ancora, andando in giro in bici e in auto, mi ripeto la lezione da solo, ad alta voce, in inglese.

Nonostante questa preparazione, alla sera del primo giorno di docenza sono sul disperato andante. Credo di aver azzeccato grosso modo il 30% dei first conditional, di essermi incasinato circa sei volte sui dieci con il past present e di esser pure riuscito a invertire svariate volte her con him (salvo correggermi, che per fortuna me ne accorgo). Qua e là ho detto di essere arrabbiato anziché affamato ma, per fortuna, non ho avuto occasione di cimentarmi con i bottoni, che vai a sapere come sarebbe andata a finire.

Prima cosa da fare: devo ripensare i tempi. Se parlo nella mia lingua, tra un argomento e l’altro posso chiacchierare facilmente, raccogliere spunti e dibattere facilmente, molto più facilmente che in inglese. In altre parole, tra un argomento e l’altro passa più tempo.

Poi devo farla più semplice. Non mi è facile, in inglese, aprire e chiudere parentesi, sospendere un discorso e poi riprenderlo senza difficoltà. Farla più semplice, a dire il vero, potrebbe essere una buona indicazione anche quando parlo italiano.

Terzo: umorismo e ironia. Le opportunità di fare lo spiritoso sono parecchio ridotte.

Quarto: quella cosa che è tanto utile in aula, l’interazione con i partecipanti, è molto più faticosa.

Ma, alla fine di tutto, i corsisti non sembrano insoddisfatti, anzi: sembrano avere apprezzato.

Gunter Anders, il filosofo de L’uomo è antiquato, Il diario di Hiroshima, del carteggio con Claude Eatherly – uno dei piloti che parteciparono al primo bombardamento atomico – scrisse che «chi domina una sola lingua ne è dominato».

Devo migliorare il mio inglese, molto. Non è solo questione di cavarsela in aule internazionali. È questione di aprire la mente.

 

Caffè pupazzi ora

In  uno spot, molto diffuso in questi mesi, una signora è nella sua auto, unica vettura in uno sterminato parcheggio. Sta aspettando che suo marito esca dal supermercato in cui lavora. Lui le ha chiesto di andarlo a prendere alle 19.30, ma sono quasi le 21 e lei è ancora lì in attesa. Lei sa cosa sta facendo il suo uomo: sta controllando ogni dettaglio. Perché, dice la signora, «fare bene il proprio mestiere, è questione di sensibilità, e ogni sera l’ultima cosa che controlla è l’orologio».

È un esempio tra i tanti, frutto dell’idea che sopportare un grande carico di lavoro sia una virtù. Il bravo lavoratore alle sette è già in ufficio e non esce mai prima delle otto di sera.

Ma questo modo di pensare, per quanto sia ancora diffuso, è vecchio.

L’idea che chi lavora dodici-quindici ore al giorno sia più meritevole di chi ne lavora sette-otto andava forte diversi decenni fa. Allora c’era un lavoratore ideale, che dedicava tutte le sue risorse migliori all’azienda. Esisteva, in maniera complementare, un partner ideale che passava tutto il suo tempo a occuparsi della famiglia. Va da sé che di solito il primo era un uomo, il secondo una donna.

Oggi non esistono più né l’uno né l’altro. Per fortuna, direi, perché secondo me, quel modello faceva acqua già decenni fa, figuriamoci oggi.

È tutto da dimostrare che il rendimento di chi lavora una dozzina di ore al giorno sia migliore di chi ne lavora sette-otto. Poi, a quale prezzo una persona sta in ufficio – o in riunione, o in missione… – sempre e per moltissimo tempo? Di solito, c’è una famiglia che viene trascurata e un partner che non ha scelta: non può lavorare, non può cercare di realizzarsi fuori dalle mura di casa, perché deve occuparsi dei figli e delle faccende domestiche.

Eppure, molti continuano a credere che lavorare moltissime ore al giorno sia un valore e non un problema.

La dignità passa anche attraverso il lavoro, è vero. Ma non è di un lavoro che schiaccia il resto della vita che c’è bisogno. C’è bisogno di un lavoro che è parte della vita, che si integra con il resto delle cose: affetti, amori, passioni, interessi.

Occorre passare dal lavorare tante ore al lavorare in ore diverse. Se mio figlio esce alle quattro dalla scuola materna, posso andarlo a prendere e stare con lui sino all’ora della nanna. Poi, una volta che s’è addormentato, posso riprendere a lavorare, anche se le nove di sera sono passate da un pezzo.

Alienante? Non rispettoso dei ‘ritmi regolari’ della vita? Beh, l’alternativa sarebbe quella di lavorare sino alle 19, purché qualcun altro si occupi sino ad allora di mio figlio. Poi, una volta che il piccolo si è addormentato, anziché rimettermi a lavorare, potrei guardare un film in televisione. Il che non è sbagliato, perché il film lo vedo insieme a mia moglie, passiamo del tempo insieme noi due e va benissimo. Il problema è se questo modo di fare diventa la regola. Il problema è la rigidità dei tempi di lavoro, è non avere margini di manovra.

Questa è la scommessa del lavoro agile, che in breve significa ‘adattare il lavoro ai ritmi della vita’. È una scommessa, ripeto, perché non è la cosa più facile del mondo. Serve programmazione, autodisciplina, capacità di lavorare per obiettivi, organizzazione del tempo…

grishamIn ogni caso, se non passa l’idea che lavorare dodici (o più!) ore al giorno è un problema – un problema molto serio – non c’è lavoro agile né altre formule magiche che tengano. Bisogna cambiare questa nostra mentalità che ancora premia l’alto carico di lavoro, pena il diventare come i personaggi dei romanzi di Grisham: avvocati che fatturano dalle 70 ore la settimana in su, con l’ambizione di arrivare a guadagnare anche un milione di dollari l’anno.

Salvo non avere la possibilità di spenderli questi gran soldi guadagnati, se non per arredare il proprio ufficio.

 

 

multimetro

Nel maggio di trent’anni fa ricevetti una telefonata dalla Fiat Sepin. Al telefono c’era la segretaria del dirigente di un servizio di quell’azienda, il Centro di Radioprotezione, che m’invitava a un colloquio con il suo capo. Pochi giorni dopo, a diciannove anni, iniziavo il mio primo lavoro.

L’incontro domanda/offerta era avvenuto a seguito di due circostanze. Innanzitutto, l’anno precedente mi ero diplomato: perito tecnico industriale, specializzazione in energia nucleare. Poi, il 26 aprile, vi era stata una colossale perdita di materiale radioattivo da una centrale nucleare in Ucraina, nei pressi della città di Chernobyl.

A seguito del passaggio in Italia della nube radioattiva, il ministro della salute aveva ordinato il controllo di tutti gli impianti di aerazione che, in quei giorni, avevano funzionato. Per capire di che si trattava, si può pensare a un piccolo condizionatore che alcuni tengono in casa o, meglio ancora, alla ventola nella cappa della cucina, che serve per liberare il locale dell’aria viziata.

Ma se per raffreddare una camera da letto o un soggiorno è sufficiente un piccolo apparecchio, per le fabbriche che producono lamiere, automobili o qualsiasi altra cosa su scala industriale, sono necessari impianti di aerazione enormi. I filtri – grandi teli spugnosi di varie forme – che avevano lavorato nei giorni in cui la nube di Chernobyl aveva transitato per il nostro paese, disse l’allora ministro, andavano trattati come potenziali rifiuti radioattivi: cioè controllati uno per uno e, se risultavano superiori a un certo livello, smaltiti in modo adeguato.

Quel piccolo centro di radioprotezione interno alla Fiat si trovò così con un grande carico di lavoro. Per farvi fronte, decise di reclutare un paio di giovanotti appena diplomati, tra cui il sottoscritto. Va detto che di filtri particolarmente inquinanti non ne abbiamo mai trovati. Con ciò non intendo minimizzare nulla: è stato un disastro, solo che gli oltre 1.500 km dalla centrale dai confini italiani hanno ridotto notevolmente l’impatto nel nostro paese, almeno dal punto di vista fisico.

Dal punto di vista politico e culturale, invece, le conseguenze sono state parecchio rilevanti. L’anno successivo, tre referendum popolari sancirono in maniera definitiva la non produzione dell’energia nucleare nel nostro paese. La lezione che ne ho ricavato è proprio su questo terreno, su quello del dibattito che ha preceduto la consultazione referendaria.

Grazie al mio lavoro stavo imparando molte cose. Non sulle centrali nucleari, ma sugli effetti delle radiazioni ionizzanti sugli esseri viventi. Capivo i differenti tipi di emissioni e i diversi metodi per misurarli e proteggersene. Prendevo atto che non si poteva parlare mai di certezze, ma solo di probabilità e statistiche (lezione che stavo imparando anche all’università, con l’avvicinarmi alla meccanica quantistica).

Credevo che il dibattito questo sarebbe stato: un confronto di studi, ipotesi fondate su dati, valutazioni probabilistiche, così da arrivare a capire qualcosa di più su quale scelta energetica il paese avrebbe dovuto compiere.

Ma nulla di anche solo lontanamente simile accadde. Sentivo quasi esclusivamente spandere certezze e convinzioni profonde, da parte di persone che non avevano alcuna competenza in nessun aspetto della questione. Soprattutto, c’era un imperativo inviolabile: non si fanno confronti. Non si doveva confrontare i rischi e l’impatto ambientale connessi al nucleare con quelli connessi ad altri tipi di produzione energetica.

Non ho idea di quale sarebbe stato il risultato del referendum, e dunque quali le scelte di politica energetica, se la discussione fosse avvenuta nelle modalità che mi aspettavo (e neppure ho le idee chiarissime su cosa avrei desiderato). Ma quello che ho imparato, in quell’occasione, è che svolgere un dibattito tecnico-scientifico, in Italia, è difficilissimo.

La situazione è cambiata, a trent’anni di distanza? Temo non molto. Per questo, coloro che si dedicano alla divulgazione scientifica, hanno tutta la mia ammirazione: fanno un lavoro bellissimo, ma anche difficile. Soprattutto, però, fanno un lavoro molto importante, irrinunciabile, da cui dipende la qualità della nostra democrazia.

 

cosimo george

Quanta televisione si può far vedere ai propri bimbi? La vulgata dice «il meno possibile», per cui non è raro imbattersi in genitori che si sfidano a colpi di comportamenti virtuosi.

«I miei? Solo trenta minuti al giorno».
«I miei ventotto, abbiamo lavorato intensamente per scendere sotto il muro della mezz’ora».
«A casa nostra, i miei figli proprio non la vedono. Solo dai nonni… d’altra parte, che volete, mio padre e mia madre sono un po’ anziani, stare dietro a un bimbo di quattro anni è faticoso, devono prendere fiato e li mettono davanti alla tv».
«Beh, il mio l’altro giorno alla scuola materna chiedeva ai suoi compagni se volevano comprare il nostro televisore».

Silvia e io non abbiamo una tesi particolarmente elaborata, ci limitiamo a seguire più o meno queste linee guida

Primo, finché il tempo lo permette – cioè non piove, che dal freddo ci si ripara – si sta fuori, nei parchi in giro per la città. Secondo, la televisione l’accendiamo solo quando la chiede lui, noi non gliela proponiamo (e in ogni caso, anche se la chiede, prima gli proponiamo di giocare a qualcosa, alle volte dice sì, alle volte dice no). Terzo, quasi sempre, quando guarda la televisione, ci sediamo con lui sul divano. Infine, di solito può scegliere lui cosa vedere, naturalmente tra i canali che danno cartoni animati (non che Top Crime gli interessi, al momento).

Il tempo quotidiano che Cosimo passa davanti alla TV, in definitiva, può variare di parecchio, da un giorno all’altro. Così capita che si faccia grandi scorpacciate di Curioso come George, che viene proposto a pacchetti di un’ora circa (pubblicità inclusa durante la quale Cosimo chiede di fare zapping).

La storia di questo cartone sembra fatta apposta per rassicurare i genitori. Realizzato negli Stati Uniti – il produttore è Ron Howard, regista affermato inesorabilmente legato al personaggio Ricky Cunningham di Happy DaysCurioso come George è stato pensato per suscitare nei bimbi l’interesse per la conoscenza scientifica.

George è una scimmietta che vive con un giovane ‘uomo dal cappello giallo’. La coppia ha due case, una nel cuore di Manhattan e una in campagna. In ogni puntata George si trova ad affrontare una situazione più o meno problematica, dove lui mette le zampe inizialmente peggiorandola.

«George fa pasticci», dice Cosimo. Ma il “fare pasticci” è il modo con cui George capisce come funzionano le cose. La scimmietta prova a fare qualcosa e poi osserva – talvolta con costernazione – le conseguenze della sua azione. Poi ragiona, riflette, si chiede cosa avrebbe potuto fare di diverso da quel che ha fatto, riprova e aggiusta la situazione.

Credo che questa sia una rappresentazione efficace del metodo scientifico e, per questo, credo che Curioso come George sia una una visione istruttiva  per chi bambino non è più da un pezzo. Penso, infatti, che il timore di fare pasticci sia un problema con cui ci confrontiamo a tutte le età e che, sciaguratamente, alle volte instilliamo anche ai nostri piccolini.

Verso gli errori, a parole, siamo tutti tolleranti. «Sbagliando s’impara», «Chi non fa non sbaglia», sono un paio di frasi che probabilmente tutti abbiamo detto, almeno qualche volta. In pratica, di fronte ai pasticci altrui non siamo poi così aperti.

Eppure, di fronte a qualcosa che è andato storto, la domanda non dovrebbe essere «chi è stato?» ma «cosa è successo?». La seconda domanda, naturalmente, implica anche il capire chi ha fatto cosa, ma in un contesto generale più ampio.

Proviamo a essere più curiosi, verso i nostri errori. Sennò vincerà l’idea che la cosa migliore da fare, per avere successo, è non toccare niente.