La testata di Kangura, una delle riviste razziste pubblicate in Rwanda nei primi anni '90

«Odio questi hutu, questi hutu arroganti e sbruffoni, che disprezzano gli altri hutu, questi hutu non più hutu, che hanno rinnegato i loro compagni».

Sono le parole di Risveglio, una canzone che, nel 1993, veniva trasmessa dalla Radio Televisione Libera delle Mille Colline. Il suo autore era Simon Bikindi, uno dei fondatori di quella radio razzista. Le forze genocide avevano l’obiettivo di sterminare i tutsi, ma per gli hutu che con i tutsi volevano convivere non era prevista una fine migliore.

I crimini ‘puliti’

Dopo il genocidio, Bikindi è finito al Tribunale Internazionale di Arusha, istituito per indagare e punire i crimini del ’94 in Rwanda. È stato condannato a quindici anni di carcere, per incitamento al crimine di genocidio. Una pena contenuta, se si considera che ad altri fondatori della Radio Televisione Libera delle Mille Colline sono stati inflitti trentacinque anni di carcere e anche l’ergastolo.

Ma gli altri imputati sono stati attivi anche nei giorni del massacro, mentre Bikindi, a un certo punto, ha smesso di vomitare odio nei microfoni.

Meglio essere chiari: Simon Bikindi e altri dirigenti della radio non hanno alzato le mani su nessuno ma, nel contesto del Rwanda degli anni ’90, il ruolo dei fomentatori d’odio è stato centrale, indiscutibile. Se ci sono stati così tanti morti ammazzati è anche ‘grazie’ a un sistema di propaganda efficacissimo, da far invidia ai regimi più sanguinari della storia.

Così, il tentativo degli avvocati difensori di Bikindi e dei suoi colleghi di tirare in ballo la libertà d’opinione o di stampa non ha avuto successo. I giudici internazionali sono stati chiari, attribuendo ai cantori d’odio responsabilità non inferiori a quelle di chi la violenza l’ha praticata.

La versione italiana

A ben guardare, nel nostro paese qualcuno che un po’ ricorda Bikindi ce l’abbiamo. Si chiama Giuseppe Povia, e ha già preso di mira, con le sue canzoni, i gay e gli immigrati. Per non lasciar spazio ai dubbi, rilascia anche dichiarazioni sui fatti di cronaca. Il 2 luglio scorso, Povia ha definito patrioti coloro che hanno lanciato una molotov contro un albergo di Vobarno, in provincia di Brescia, destinato a ospitare trentacinque profughi.

Povia dovrebbe finire in galera, come è capitato a Bikindi? No, certo, perché la sua azione non è direttamente connessa ad atti di violenza di massa, com’è il caso del cantautore rwandese. Però penso sia meglio chiamare le cose con il loro nome. Quella di Povia è propaganda razzista, non libera espressione artistica.

Qualche punto fermo, in un dibattito complesso

È vero, la linea di confine tra la libertà di espressione e il razzismo non è così ben definita. Però non è che siamo all’anno zero, su questo tema, anche grazie all’esperienza del tribunale internazionale sul Rwanda.

Con Paolo Vergnani e Francesca Zanni abbiamo messo in scena un primo racconto teatrale sul genocidio dei tutsi (un’opera più complessa, sempre basata su Rwanda. Istruzioni per un genocidio, è stata realizzata successivamente sempre con Francesca e Paolo De Vita. A un prossimo post). Era il 2003, e nei testi abbiamo inserito alcune pagine de La rabbia e l’orgoglio di Oriana Fallaci. L’abbiamo fatto per dimostrare la forte somiglianza tra le pagine più nere della propaganda razzista andata in scena in Rwanda e diversi passaggi del vendutissimo libro della giornalista fiorentina.

Ho ripetuto l’esperimento diverse volte, in scuole, conferenze, dibattiti. Leggevo alcuni brani dei giornali razzisti rwandesi, poi alcuni passaggi degli ultimi libri di Oriana Fallaci e nessuno tra i presenti riusciva a scoprire dove avessi preso un pezzo e dove l’altro. Non ci riusciva nessuno perché era pressoché impossibile.

Dunque, che fare?

In Italia esistono delle leggi che prevedono azioni contro il razzismo. Innanzitutto c’è la legge di ratifica (1975) della Convenzione Internazionale sull’eliminazione di tutte le forme di razzismo. Poi c’è la legge Mancino, del ’93, e ancora una legge del 2016, contro il negazionismo e l’incitamento al genocidio, anche se, su questo secondo punto, va detto che c’era già la Convenzione per la repressione e prevenzione del crimine di genocidio, addirittura uno dei primi documenti approvati dalle Nazioni Unite. Sono leggi che prevedono sanzioni anche severe, come il carcere.

Ma ribadisco il mio pensiero: così come per Povia, penso che perseguire Fallaci per le sue opere sarebbe stato insensato. Perché non erano inserite in un contesto di violenze concrete contro gli islamici, obiettivo privilegiato della giornalista, come invece lo erano quelle di tanti intellettuali rwandesi che avevano scritto e cantato contro i tutsi.

Mi piacerebbe, però, che anche facendo tesoro dell’esperienza tragica che ha devastato il Rwanda, noi italiani sapessimo classificare libri come gli ultimi di Oriana Fallaci per quello che sono: strumenti di propaganda razzista, e che li abbia scritti una giornalista dalla carriera esemplare non cambia questa situazione. Invece, proprio nel periodo in cui quei libri uscirono, fior di giornalisti, intellettuali e parlamentari lanciarono una campagna affinché venisse nominata Senatrice a vita.

Se un astronomo andasse in giro dicendo che la luna è una forma di groviera, non gli succederebbe nulla. Semplicemente, i suoi colleghi smetterebbero di prenderlo sul serio e sarebbe condannato all’irrilevanza. Ecco, questa sarebbe la risposta migliore, per chi promuove tesi razziste e incita all’odio.

#RwandaIstruzioniPerUnGenocidio

Scelte difficili, 18 agosto 2017

Rwanda, di nuovo, 30 luglio 2017

Immagine: la testata di Kangura, una delle riviste razziste pubblicate in Rwanda nei primi anni Novanta.

Il parco nell'università di Butare (2004)

Un giorno della primavera del 1994, la Radio Televisione Libera delle Mille Colline dichiara che Philip Gaillard è belga. Sono i giorni del genocidio dei tutsi e tra le vittime ci sono anche coloro che dei tutsi vengono considerati amici. Tra questi vi sono i belgi, ex colonizzatori e ancora presenti in buon numero nel paese.

La Radio Televisione Libera delle Mille Colline è la punta di diamante di un sistema d’informazione al servizio dei genocidi rwandesi. Se dai microfoni di questa emittente si dice che il tizio tal dei tali è un belga, le milizie sanno di doverlo uccidere.

Philippe Gaillard viene infatti fermato da un gruppo di massacratori. Lo conoscono bene, in Rwanda, perché è il capo della Croce Rossa nel paese. Dal giorno in cui sono iniziate le violenze, Gaillard correre da una parte all’altra, cercando di salvare il maggior numero di persone possibile. Non è la prima volta che viene fermato dai miliziani, ma questa volta rischia di essere ucciso davvero.

In Belgio non ci sono montagne

Gaillard mantiene la calma e chiede di poter infilare una mano in tasca. Estrae il suo portafoglio, da cui fa uscire una foto: c’è lui, con la sua famiglia, davanti alla loro casa. Sullo sfondo, l’arco alpino. «Vedete? Le vedete queste montagne? In Belgio non ci sono montagne. Io sono svizzero, e questa è la mia casa, in Svizzera».

Gli assassini credono alla foto, e non alle farneticazioni della radio estremista. Ma Gaillard sa che un tal colpo di fortuna non è destinato a ripetersi. Così va alla stazione radio che, incredibilmente, trasmette una smentita. «Dobbiamo ammettere di esserci sbagliati. Philip Gaillard è svizzero. Beh, ci sono pochi dubbi su questo: è troppo coraggioso, troppo intelligente e troppo motivato per essere un belga».

Chi è rimasto e chi è arrivato

Di operatori umanitari, in Rwanda, a partire dal 1994 ne sono andati molti. Diversi sono arrivati in terreni relativamente – ripeto: relativamente – tranquilli, vale a dire in zone già conquistate dal Fronte Patriottico Rwandese e dove, quindi, la furia genocida era stata interrotta.

Molte meno, però, sono le organizzazioni che al 6 aprile ’94 – vale a dire quando l’uccisione del presidente rwandese Habyarimana dà il via ai massacri – sono nel paese. E meno ancora sono quelle che, dopo quella data, in Rwanda ci rimangono.

Tra queste vi sono Oxfam e Medici Senza Frontiere, che vedono entrare nelle loro sedi squadre di assassini in cerca di tutsi. E, naturalmente, la Croce Rossa Internazionale che, al termine del genocidio, conta 56 vittime tra i suoi operatori. Ma anche 9.000 persone curate, nella capitale Kigali, 1.200 operazioni chirurgiche, 25.000 tonnellate di cibo distribuite. Alla fine, il totale delle persone salvate dalla Croce Rossa, è enorme: circa 100.000.

Ma c’è un altro dato, più difficile da contabilizzare: i tanti sopravvissuti al massacro che chiamano i loro figli ‘Gaillard’.

Scelte difficili

I caschi blu di stanza in Rwanda hanno dotato Gaillard di una radiotrasmittente, per chiamare urgentemente in caso di pericolo. Ma Gaillard approfitta dell’aiuto dei soldati ONU una sola volta. «L’unica arma per la nostra sicurezza è il dialogo. È molto più efficace delle scorte armate, dei giubbotti antiproiettile, delle autoblindate». Gaillard, infatti, parla con tutti, peggiori tagliagole inclusi. Perché è pragmatico, vuole raggiungere il risultato, che è salvare il maggior numero possibile di persone.

Per scrivere il libro sul genocidio in Rwanda ho parlato con diversi operatori umanitari. Mi hanno aiutato molto a capire, non so però quanto sono riuscito a rendere giustizia a quel che hanno fatto. Credo che, per loro, la cosa più difficile non fosse l’affrontare ogni giorno grandi pericoli. Credo fosse fare delle scelte.

Quando s’imbattevano nelle montagne di cadaveri, gli operatori della Croce Rossa trovavano dei sopravvissuti. E dovevano decidere per quale persona ‘valesse la pena’ provare a fare qualcosa, e per quale no. Scelte difficili anche solo da pensare, figuriamoci raccontarle.

Eppure c’è chi riusciva a farle tutti i giorni.

Il pediatra

Enrico Frontini, pediatra del CUAMM, arriva in Rwanda nel maggio del ’94. Si insedia a Nyamata, villaggio che adesso è libero ma dove è avvenuto uno dei massacri peggiori. Il suo lavoro consiste nel curare bambini abbandonati e, poi, nel cercare di ricongiungerli a qualche famigliare sopravvissuto. Con pochi fondi e l’aiuto di poche persone Frontini riesce a salvare oltre 2.000 bambini.

Enrico Frontini mi ha raccontato dei bambini che, letteralmente, gli sono morti tra le braccia. Del senso di impotenza che lo coglieva, ma che doveva mettere da parte per andare avanti con il suo lavoro, cercando di salvarne altri, di bambini. È sorprendente come, nel cercare di raccontare il genocidio in Rwanda, mi sia imbattuto in persone che, nonostante abbiano fatto miracoli, si sentissero in difetto per non aver potuto fare di più. Mentre coloro che avevano compiuto i peggiori sbagli, si sentivano con la coscienza perfettamente a posto. Ma sulla efficientissima rimozione dei sensi di colpa operata da chi ha la più grande responsabilità su quel massacro, scriverò a parte.

La lezione

Credo che quello del Rwanda nel 1994 sia stato tra i più difficili contesti in cui intervenire, per degli operatori umanitari. Eppure, chi in quel contesto ha operato, l’ha fatto nel rispetto di alcuni principi, tra cui la neutralità e il rifiuto delle armi. Sia chiaro: rispettare quei principi significava essere concreti, pragmatici. Significava avere più possibilità di salvare le persone a rischio di violenze e uccisioni.

Nelle recenti settimane, in Italia, intorno a questi principi c’è stato un ampio dibattito. Il ministro degli interni italiani ha fatto pressione affinché le ONG impegnate nelle operazioni di salvataggio di naufraghi nel mar Mediterraneo aderissero a un codice di comportamento. Un codice che, nei fatti, vìola proprio quei principi che sono stati tenuti fermi anche in una situazione estrema come quella del Rwanda.

Per questo, alcune ONG hanno deciso di non firmarlo, questo codice. Dire di no, in questo caso, potrebbe rientrare tra le scelte difficili, perché il rischio è di non poter più operare, di non poter più intervenire in favore di chi rischia di affogare. Eppure, questa scelta andava fatta. Non in nome  di astratti ideali, ma del pragmatismo che, prima di ogni altra cosa, anima la maggior parte degli operatori umanitari. Se si conoscesse un po’ di più la storia del genocidio dei tutsi, credo che non ci sarebbero stati dubbi in proposito.

#RwandaIstruzioniPerUnGenocidio

Rwanda, di nuovo, 30 luglio 2017

 

 

 

Rwanda diffra

Quella sul genocidio in Rwanda è stata la mia prima puntata registrata per Wikiradio. Risale al 2014, in occasione del ventennale dell’inizio del massacro.

Non mi è semplice parlare di quella vicenda, con nessun mezzo, né con un libro, né in una lezione, né in una conferenza e nemmeno in radio. Sì, d’accordo, di argomenti complessi e al tempo stesso importanti ce ne sono molti e il dichiarare la difficoltà ad affrontarli è un modo per mettere le mani avanti, fosse mai che qualcuno dice di non riuscire a seguirti.

Provo a essere più specifico.

Nel caso del Rwanda, per me il problema non è mettere in fila i fatti. Le fonti non mancano, ci sono ottime pubblicazioni disponibili, c’è del buon materiale in rete, ci sono persone competenti con cui parlare e confrontarsi, ci sono testimoni diretti che sono raggiungibili e disposti a narrare la propria storia. Insomma, si tratta solo di dedicare tempo alla ricerca e poi di strutturare il racconto, cercando di essere più chiari possibile.

Ma per  me esiste un ostacolo, che cerco di affrontare da diversi anni, sinora senza grandi risultati:

dimostrare che il genocidio in Rwanda è un evento fondamentale.

Se si capisce almeno un po’ cosa sia successo, in quella primavera del 1994, credo si capiscano meglio molte cose di oggi. La debolezza della comunità internazionale, per cominciare. E il fatto che, nei nostri mondi più industrializzati – che dire ‘più civilizzati’ è un azzardo – il razzismo è ancora radicato al punto da impedire di guardare i problemi per quello che sono e, dunque, risolverli.

In Diffrazioni parlo del mio lavoro, e affrontare la storia del genocidio in Rwanda lo considero uno dei miei lavori più importanti. Luca Leone, direttore della casa editrice Infinito, che gestisce insieme alla moglie Maria Cecilia Castagna, mi ha proposto di ritornare sul piccolo paese africano. L’idea è di fare uscire, nel 2018, una nuova edizione di Rwanda, istruzioni per un genocidio, che con loro ho pubblicato nel 2010.

Questo libro è il mio tentativo di capire qualcosa, di quella tragedia, e di ragionarci insieme a chiunque ne abbia voglia, a partire da questo nuovo tentativo di raccontare, che inizio in questi giorni.

#RwandaIstruzioniPerUnGenocidio

Il link alla puntata del 7 aprile 2014 di Wikiradio – Il genocidio in Rwanda

Scelte difficili, 18 agosto 2018

testata RGM

Reuben Garrett Lucius Goldberg nasce a San Francisco il 4 luglio del 1883. È il terzo di sette figli, ma solo in quattro sopravvivono all’infanzia. I genitori lo fanno studiare, sino alla laurea: nel 1904 diventa ingegnere.

A dimostrazione che quel pezzo di carta vale, il ragazzo – che nel frattempo ha preso a farsi chiamare Rube – trova subito lavoro. Lo assume l’azienda che gestisce il sistema idrico e fognario della città. Un posto sicuro, dove mette a frutto i suoi studi. Ma solo per sei mesi, dopo i quali si licenzia e va a lavorare per un grande giornale della sua città, il San Francisco Chronicle.

Tre anni dopo, nel 1907, cambia costa  e va a lavorare al New York Evening Mail, dove diventa uno dei più famosi fumettisti degli Stati Uniti d’America.

Rube Goldberg non è entrato nel mondo del giornalismo per scrivere di cronaca o per redigere reportage. Lui realizza vignette, brevi strisce. Si misura con argomenti di attualità e politica, prende posizione, al punto che si fa anche un discreto numero di nemici.

Nel 1948 vince il Premio Pulitzer, nella categoria Editorial Cartooning. Conquista il riconoscimento riassumendo in un’immagine l’entrata del pianeta nell’incubo della guerra nucleare.

E la laurea?

È diventato ingegnere per niente? Anni di studio e soldi dei suoi genitori buttati dalla finestra? Nemmeno per sogno, perché il motivo per cui Rube Goldberg diventa davvero famoso, in tutto il mondo e ben al di là della sua morte, è strettamente connesso alla sua laurea.

Le Rube Goldberg’s Machine mettono in gioco la cinematica, la statica, la dinamica, l’idraulica e anche l’elettronica, non disdegnando riferimenti all’ornitologia e addirittura alla psicologia.

Le Macchine di Rube Goldberg realizzano meravigliosamente un obiettivo: rendere assurdamente complicate delle cose estremamente semplici. Me ne guardo bene dal dire che ciò sia una cosa che fanno molti ingegneri ma, certo, se sono così belle è grazie a una lucida mente da ingegnere.

Rube Goldberg queste macchine si è limitato a progettarle, molti altri hanno invece cercato di realizzarle. Digitando su You Tube «Rube Goldberg Machine», escono ad oggi circa 387.000 risultati. Dalla fine degli anni ’80, poi, c’è l’appuntamento periodico dei Rube Goldberg Contests, in cui diverse squadre si sfidano nella realizzazione di una macchina a tema.

Dunque, chi si sente chiedere «E la laurea?», solo perché il suo lavoro sembra aver poca attinenza con i temi a cui ha dedicato i suoi neuroni migliori, oggi può rispondere raccontando la storia di Rube Goldberg. O, nel pieno spirito delle macchine che portano il suo nome, spiegare che lavorare nel settore dei propri studi, sarebbe stato troppo semplice.

 

p.s. la foto di questo post è tratta da un’attività di formazione incentrata sulle Macchine di Rube Goldberg che propone, Spell, la società per cui lavoro.

bagno dinsieme 1

What we want
And what we need
Has been confused
(REM – Finest Worksong)

Lo scarico del lavandino da tempo fatica a svolgere la sua funzione principale. L’acqua va giù solo dopo svariati minuti. Con lo sturalavandino pneumatico sono già intervenuto più volte, senza successo. I prodotti liquidi, il cui potere sbloccante è magnificato dalla pubblicità, li rifuggo come la peste: o sai cosa davvero intasa i tuoi tubi e usi il solvente adatto o rischi di produrre danni tremendi.

Dunque, armato degli attrezzi necessari e con l’assistenza di mio figlio – assistenza un po’ intermittente, com’è comprensibile per un bimbo che compirà cinque anni solo tra due mesi – sabato faccio quello che va fatto: smonto e ripulisco i tubi di scarico.

L’intervento è un successo, perché ho modo di constatare la concretezza del problema, nonché rimuovere lo zozzume. Il rimontaggio, a sua volta, non è particolarmente problematico. Alla fine raggiungo quell’appagamento che mi porta a dire “la laurea in fisica non so, ma il diploma di perito tecnico industriale certo non l’ho sprecato”.

La casa d’epoca

Senonché, a tarda ora, noto il gocciolio proveniente da un altro tubo. Uno di quelli d’ingresso, quello che porta l’acqua calda, a essere precisi. Prima, trafficando, l’avevo smosso e ora, proprio nel punto in cui è collegato al muro, sta gocciolando. Il sintomo non è granché e forse neanche il problema. Magari è solo la guarnizione da cambiare.

Smonto, e ottengo la conferma: la guarnizione è da cambiare, ma anche tutto quello che ci sta intorno. Il precario equilibrio in cui il tubo si trovava è stato alterato dal mio intervento in zone adiacenti. Il pezzo in questione è roba d’antiquariato: il fascino delle vecchie case. Fatto sta che dopo qualche mia manovra, il tubo cede, definitivamente. Mi dò del cretino, ma con moderazione: qualcosa dovevo provare a fare e, inoltre, il dramma credo si sia consumato prevalentemente a causa delle critiche condizioni dell’oggetto sotto i miei ferri.

tubo muro 1Finalmente domenica

La mia idiozia, semmai, sta nel fare questi lavori di domenica. I negozi sono chiusi, eccezion fatta per Leroy Merlin, che però è un po’ fuori mano. Quindi, vallo a trovare un tubo nuovo. Ma, in fondo, l’obiettivo è arrivare a lunedì. Oggi dobbiamo poter usare l’acqua senza allagare casa, il che sarà possibile se riesco a tappare quel buco nel muro dov’era attaccato il vecchio tubo. Dai che una pezza la si rimedia.

La toppa che non toppa

Ovviamente il tappo adatto, quello che si avvita, non ce l’ho. Così provo diverse soluzioni, che coinvolgono fil di ferro, nastro adesivo del genere a super tenuta – quello grigio da 5-7 euro al rotolo, per chi lo conosce – vecchie e nuove guarnizioni, rondelle, teflon. Ho pure l’idea di utilizzare la plastilina con cui gioca Cosimo. È tutto inutile: basta aprire poco il rubinetto centrale che i tappi saltano o si lacerano. La pressione, che spesso è incerta, in questa vecchia casa, spazza via tutto.

Il tempo stringe, anche perché ho promesso a Cosimo che l’avrei portato al parco. Così mi chiedo cosa farebbe George al mio posto, la scimmia che si trova di fronte a problemi che spesso e volentieri lui stesso ha generato. Ma, soprattutto, mi chiedo di cosa davvero ho bisogno.

Quello che voglio, quello che mi serve

camera bici muro

 

 

Il mio problema è tappare il buco o evitare di allagare la casa quando abbiamo bisogno di usare l’acqua? La seconda, soprattutto confidando in una soluzione definitiva nel giro di 24 ore. E dunque, considerato che a tappare quel buco proprio non ce la faccio, posso a venire a patti con l’acqua che esce? E così le faccio una proposta. «Cara acqua, esci pure ma, se non hai niente in contrario, ti mando nella vasca da bagno».

Enantiodromia idraulica

Tra i modi per affrontare conflitti che ho imparato da Paolo Vergnani, c’è quello dell’enantiodromia. La parola si deve a Eraclito, filosofo greco vissuto a cavallo tra il V e il IV secolo Avanti Cristo. È la corsa agli opposti, è il ribaltare la propria strategia difensiva: se non ce la fai a spingere, prova a tirare.

In idraulica l’ho applicata in questo modo: visto che non ero assolutamente in grado di impedire all’acqua di uscire, le ho offerto un tappeto rosso (leggi camera d’aria di bicicletta), salvo mandarla dove mi tornava comodo.

Ma si può applicare in modo più ampio, nella convivenza con altri esseri umani. Magari a cominciare dall’impresa che traffica nell’alloggio del vicino. Protestare per il rumore che fa alle 7.30 del sabato mattina non servirà a molto, gli operai hanno un lavoro da fare per qualcuno che li paga, che non sei tu. Prova, piuttosto, a offrire loro il caffè.

Funziona? Alle volte sì, alle volte no. Che è già meglio dei risultati che si ottengono con l’altra strada, quello dello scontro: quella non funziona mai.

 

 

gauss laterale 4

Di recente ho scoperto il concetto di «pensiero laterale». A dire il vero ne avevo già sentito parlare qualche anno fa, ma sospettavo che si trattasse di una roba new age da cui stare alla larga. Ora che ne so di più, mi sono fatto un’idea abbastanza precisa: è una roba new age da cui stare alla larga.

In realtà il concetto è importante, è il chiamarlo così che mi lascia perplesso. D’altra parte, il professor Edward De Bono, considerato il padre del pensiero laterale, è un intellettuale di alto profilo.

Funziona più o meno in questo modo: di fronte a un problema, non ci si deve buttare a testa d’ariete, lo si deve approcciare da angoli diversi. Di lato, appunto.

In rete si trova una marea di esercizi connessi al pensiero laterale, che ricordano il signor Brando protagonista della rubrica Suspense! sulla Settimana Enigmistica.

Centosessanta anni prima

Alla fine del ‘700, a Braunschweig, una cittadina a 70 km da Hannover, insegnava un maestro piuttosto severo. Costui, tra l’altro, usava dare ai suoi alunni delle lunghe somme da eseguire. I numeri da addizionare erano di solito cento, come 1, 2, 3…, 99, 100, o come 7, 11, 15 …, 395, 399, 403.

Un maestro che somministra esercizi del genere a me, più che alla severità, fa pensare alla pigrizia. Mi sembra di vederlo, sprofondato nella lettura del giornale o in altre attività più o meno rilassanti mentre i bimbi sudano su queste infinite sommatorie.

Un giorno il maestro si trova in aula un bambino dal nome Carl Friedrich e la cuccagna finisce. Il piccolo, anziché lanciarsi alla disperata nel fare cento somme, osserva la sequenza di numeri. Dopo averci pensato un po’, esegue meno di cinque conti e consegna il risultato al maestro. Convinto che il ragazzino sia uno sbruffoncello che ha tirato a indovinare – e a cui infliggerà adeguata punizione – l’insegnante continua tranquillo a fare quel che stava facendo. Prima di guardare i risultati, infatti, aspetta che tutti abbiano consegnato.

Ma quel bimbo di dieci anni, che di cognome faceva Gauss, il risultato l’aveva azzeccato. Si era reso conto che, nelle serie ideate dal maestro, la distanza da un numero al successivo era sempre la stessa e dunque, ottenere in poco tempo il risultato corretto, era un obiettivo alla portata di tutti, figuriamoci per lui.

Dubito che il maestro abbia ricordato quello come un giorno sfortunato, perché ben presto capì di aver per le mani un talento eccezionale. Anzi, convinse i genitori a fargli continuare gli studi e l’umanità gliene rende merito perché, anche grazie a lui, Carl Friedrich Gauss divenne il più grande matematico di sempre, tempi odierni inclusi.

Pensiero laterale o pazienza?

Il Gauss bambino applicò il pensiero laterale, in quell’occasione? Bisognerebbe chiedere a De Bono, ma direi di sì. Anziché affrontare il problema come facevano tutti gli altri – mettendosi a fare le tante somme una dopo l’altra – Carl Friedrich si prese un po’ di tempo per analizzare la situazione e vedere se c’era un altro approccio possibile. Insomma, prese la faccenda di lato.

Ma è proprio qui che stanno i miei dubbi sul modo con cui viene chiamato questo approccio. In fondo, Gauss fece quello che tutti dovrebbero fare sempre, di fronte a un problema: lo analizzò.

L’analisi richiede tempo, e forse questo è il nodo cruciale. Perché se non sei un genio come Gauss, di tempo ce ne può volere parecchio.

E allora ci facciamo prendere dall’ansia: vogliamo la soluzione e ci buttiamo a fare la prima cosa che ci viene mente, o a percorrere la solita strada già battuta diverse volte, senza però chiederci se, in questa occasione, quella strada porta dove ci serve andare.

Insomma, ho la sensazione che chiamare parlare di ‘pensiero laterale’ sia un modo per dare una connotazione artistico-creativa a quello che, in realtà, è un misto di pazienza, approccio analitico e sana cultura del dubbio. Che, forse, dovrebbe essere il modo con cui ci poniamo sempre di fronte a qualcosa che non riusciamo a capire.

* * *
Carl Friedrich Gauss, puntata di Wikiradio del 23 febbraio 2017 

siste solare blog

«Ma tu ci sei stato, sulla Luna?». Domanda non priva di senso, venendomi posta da un bambino di cinque anni che da circa mezz’ora mi sente parlare di Sistema Solare.

Gli rispondo che no, non ci sono stato, però mi piace osservare il cielo e scoprire le storie che stanno dietro alle luci che vediamo la notte. La sua richiesta, in ogni caso, la traduco così: ma tu che vieni qui a raccontarci queste cose, ne hai esperienza diretta o parli per sentito dire?

D’accordo, forse la mia interpretazione è un po’ forzata, in fondo la curiosità dei bambini è sincera, non è allusiva. Però mi piace pensare che, già così piccoli, i bimbi si attrezzino per fronteggiare i vari ciarlatani che, nella vita, gli toccherà incontrare.

La faccenda è cominciata lo scorso dicembre, quando dalla scuola di mio figlio Cosimo hanno invitato i genitori a proporre attività a integrazione del programma che già viene svolto. Così ho detto alla maestra di Cosimo che mi avrebbe fatto piacere raccontare ai bimbi il Sistema Solare. Quali sono i pianeti e chi sono – e cos’hanno combinato – quei personaggi da cui prendono il nome.

La maestra ne ha parlato con la direttrice, da cui mi è arrivata la risposta. «Bello! Però lo fai per tutte le classi, vero? Non solo per quella di tuo figlio». Ovviamente ho detto di sì e, altrettanto ovviamente, non è che li abbiamo presi tutti insieme, questi bambini, che sarebbero stati troppi: ho incontrato una classe per volta, ciascuna per un’ora.

Il che mi ha permesso di godermi la cosa nel modo migliore possibile.

Sul tema in oggetto – i pianeti e gli dèi che rappresentano – di recente ho fatto un buon ripasso (nel 2015 ho pubblicato un libro su pianeti, costellazioni e i miti a cui gli antichi greci li avevano associati). Sulla modalità didattica, invece, la mia unica esperienza consiste nell’avere un figlio che, oggi, ha quattro anni e mezzo. Così mi sono confrontato con le maestre e poi, alè, a ballare.

Ho fatto prima vedere delle foto che ho scattato al Sole, alla Luna e a Venere, i nostri vicini del cielo più facili da conoscere. Poi ho detto che glieli avrei presentati più a fondo, loro tre e anche gli altri, uno per uno. Per farlo, ho utilizzato delle immagini professionali degli astri, delle rappresentazioni degli dèi su statue, vasi o disegni, e palloni e palline di diverse grandezze che mettevo a terra, via via che arrivava il pianeta da presentare.

Gli incontri sono stati cinque, al termine dei quali ho imparato almeno sette lezioni.

Prima lezione: non esistono confini, per l’ammirazione verso le maestre. Perché avere a che fare con dei bambini così piccoli è un’esperienza che assorbe ogni energia. Non che i bimbi fossero indisciplinati, tutt’altro. È che, davvero, non stacchi il cervello mezzo secondo da quello che sta succedendo intorno a te. Io l’ho fatto per due ore, immagino loro che lo fanno per una giornata, tutti i giorni.

Seconda: l’agilità mentale grazie alla quale questi piccoli fanno i collegamenti tra una cosa e l’altra è splendida. Ho mostrato una foto di Marte in cui si vedeva la calotta di ghiaccio sul polo, e un bambino ha alzato la mano: «Io sul ghiaccio ci sono andato con i miei cugini, con il bob». Insomma, se lasci che i bambini ti interrompano, facciano domande e interventi, fai un po’ più di fatica, ma è mille volte più divertente che andare avanti per la tua strada (e la sensazione è che i bambini apprezzino).

Terza, questa roba dà dipendenza. Tornerei in aula con i piccoli tra una settimana, davvero (e più avanti ci tornerò: s’hanno da conoscere tutti gli animali che affollano il cielo, tra orsi, scorpioni, cigni e via dicendo).

Quarta, è meglio usare solo palle di spugna o comunque morbide. Quelle di gomma più tesa – tipo quelle di pallavolo – è un sacco difficile farle stare a terra: Giove e Saturno se ne andavano sempre a spasso, manco fossero delle comete.

Quinta: non si devono dire bugie, però qualche limitazione alle verità ci può stare. Dire che Saturno è il padre di Giove e che governava prima del figlio ci sta bene. Che Saturno i figli se li mangiava, ecco, quello non l’ho detto. Anche su Giove l’ho fatta semplice: ho detto che era il re di tutti, sul fatto che non riusciva a controllare i suoi impulsi sessuali ho soprasseduto (ok, verità mitologiche, ma pur sempre verità).

Sesta: il mio ego ha avuto una ricarica che durerà credo per mesi. «È lei il maestro delle stelle?», mi ha chiesto una madre a un semaforo. Teneva per mano un bimbo della classe degli azzurri, che aveva parlato a casa del nostro incontro. E scene analoghe si sono ripetute, nei giorni seguenti.

Settima e ultima lezione. «Ieri uno dei bimbi è arrivato a scuola tutto contento e mi ha detto ‘ho visto Venere! ho visto Venere!’». Quando una delle maestre mi ha raccontato questa cosa, sulla faccia mi è venuto un sorriso panoramico, nella testa mi è tornato un pensiero: chi considera la scienza come a un insieme di conoscenze fa un grande errore.

La scienza è un modo di porsi di fronte alle cose, è avere la voglia di osservare.

Pensare che ho fatto venire ad alcuni bambini la voglia di alzare lo sguardo verso l’alto, bè, mi mette a posto per parecchio tempo.

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Sono convinto che la scienza possa fare un gran bene alla democrazia. Per questo, la frase «la scienza non è democratica» suona abbastanza male alle mie orecchie.

Il post di Roberto Burioni

Ultimamente s’è vista in giro parecchio, questa frase. Ciò a seguito del dibattito suscitato da Roberto Burioni, medico nonché docente di immunologia. Sulla sua pagina facebook Burioni ha spiegato, dopo aver cancellato i commenti a un suo post, che il suo tentativo è di spiegare «in maniera accessibile come stanno le cose» e che la sua pagina, appunto, «non è un luogo dove della gente che non sa nulla può avere un civile dibattito per discutere alla pari con me». A conclusione del post, Burioni scrive «qui ha diritto di parola solo chi ha studiato e non il cittadino comune. La scienza non è democratica».

Credo che Burioni abbia fatto bene a chiarire le regole da seguire a casa sua (che tali sono le nostre pagine facebook, in affitto dal signor Zuckerberg, ma pur sempre casa nostra). Ed è comprensibile che non voglia buttare via il suo tempo discutendo con persone che dicono cose a vanvera contro i vaccini o farneticano dicendo che gli africani portano la meningite.

Ma sulla frase «la scienza non è democratica» ho alcuni dubbi, per due ordini di ragione: il primo dal punto di vista della scienza, il secondo dal punto di vista della democrazia.

Fatti, non opinioni!

Coloro che sostengono che la scienza non è democratica argomentano dicendo che, nel metodo scientifico, non ci sarebbe spazio per le opinioni. Spazio che, invece, ovviamente le opinioni debbono poter trovare negli ambiti democratici. Ma è proprio vero, che nella scienza le opinioni non possono entrare? Forse non si chiamano ‘opinioni’, forse si chiamano ‘ipotesi’, ma penso che non faccia molta differenza.

Isaac Newton e Christiaan Huygens, nel ‘600, diedero contributi fondamentali alla scoperta di come funziona la luce, contributi che studiamo ancora oggi. Ma, secondo Newton, la luce in fondo era composta di particelle, mentre secondo Huygens era un’onda.  Tre secoli dopo, la teoria quantistica diede in qualche modo ragione a entrambi, poiché la luce – come anche le particelle di materia – ha comportamenti sia corpuscolari sia ondulatori.

E a proposito di teoria dei quanti, Albert Einstein, Erwin Schroedinger, Niels Bohr, Max Born e Werner Heisenberg, sono tra i suoi padri più nobili. Solo che secondo Einstein e Schroedinger, la teoria era incompleta e la cosiddetta interpretazione di Copenhagen – elaborata e sostenuta dagli altri tre – andava rifiutata. La questione non è ancora del tutto chiusa, a un secolo di distanza.

Insomma, nei dibattiti tra i più grandi fisici della storia, lo scambio di opinioni ha trovato spazio eccome, e alle volte è andato ben oltre le loro stesse esistenze.

Il punto qualificante è che queste opinioni le si devono poi mettere alla prova. Ma davvero questa è una prerogativa della scienza? Qui subentra la seconda categoria di considerazioni.

Cosa pensiamo, della democrazia?

Se intendiamo la democrazia come una cosa in cui ognuno può dire la fesseria che vuole, e il suo parere vale come quello di chiunque altro, beh, allora abbiamo un’idea della democrazia un po’ riduttiva. La libertà di esprimersi certo è un caposaldo delle vite democratiche, ma che tutti i pareri abbiano lo stesso valore non lo direi.

È vero, secondo le regole del gioco, che quando si va a votare il mio voto vale come quello di illustri accademici, grandi scrittori, imprenditori di successo. Però la democrazia non è che si riduce all’andare a votare una volta ogni tanto e finita lì.

La democrazia implica informazione, istruzione, confronto, dialogo. Implica anche, che in certi contesti non tutti possono parlare: non è che se io prendo il treno e vado a Roma, poi posso entrare in Parlamento e dire quello che voglio quando voglio, solo perché sono un cittadino italiano. Non posso farlo, e a nessuno credo venga da pensare che ciò sia antidemocratico.

Contro l’oscurantismo

La democrazia è una faccenda parecchio complicata di cui  la scienza, anzi il metodo scientifico, deve fare parte. E più il ruolo della scienza è importante, più la democrazia è di qualità. Perché chi è abituato a utilizzare il metodo scientifico ha sviluppato un’attitudine all’osservazione, non salta alle conclusioni, cerca più di un riscontro alle proprie affermazioni, non ha timore a convivere con i dubbi, sa che le certezze sono poche (e pure quelle poche vanno spesso prese con le molle).

Verso quello che non capisce, chi è famigliare con il metodo scientifico, non è diffidente, è incuriosito.

Promuovere il concetto secondo cui «la scienza non è democratica» rischia di far disperdere tutto questo patrimonio, e siccome l’oscurantismo sembra non passare mai di moda, non credo sia proprio una buona idea.

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Due articoli interessanti che ho letto sulla vicenda sollevata dal post di Roberto Burioni e che focalizzano l’attenzione sul rapporto scienza/società sono quello di Antonio Scalari su Valigia Blu e quello di Federico Boem su Botta di Classe.

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«Sei stato bravo?».

Domanda posta spesso, in questi giorni natalizi, per valutare se il bambino a cui è rivolta merita di ricevere qualche regalo, la notte del 24 dicembre.

La risposta è scontata: son tutti bravi, i bambini e, in ogni caso, trovalo un genitore così terribile da non far arrivare nulla al proprio figlio, perché la sera, all’ora di andare a letto, ha fatto troppi capricci.

Questa farsa di interrogatorio che abbiamo subìto più o meno tutti, da bambini, ci ha segnato nel profondo. Ancora piccoli ci siamo abituati a fare un’equivalenza: quella tra le azioni e chi le esegue. Il bambino che fa un dispetto è un bambino dispettoso, il signore che fa una cosa poco gentile è un signore maleducato.

Attaccare etichette è comprensibile. Non è che possiamo assumere un investigatore privato ogni volta che dobbiamo decidere come comportarci con il  vicino del piano di sopra, con il nostro panettiere, con il collega dell’amministrazione. Così facciamo delle approssimazioni, per orientarci nelle relazioni con le persone che ci circondano.

Un bel regalo di Natale, allora, potrebbe essere questo: la capacità di sospendere il giudizio. Non sulle azioni, ma sulle persone.

In alternativa, un altro bel regalo sarebbero dei colpi di genio.

Nelle scuole di anni fa capitava che, quando doveva assentarsi per qualche minuto, l’insegnante chiamava alla lavagna un alunno e gli metteva il gesso in mano. Poi, indicando la lavagna, lo istruiva: «a destra scrivi i buoni, a sinistra i cattivi».

Il malcapitato si ritrovava in una situazione orribile. Da un lato l’insegnante che gli chiederà conto dell’opera di sorveglianza, dall’altro i compagni che lo minacciano delle peggio cose se farà la spia.

Pochi anni fa, in una classe dove evidentemente il tempo era tornato indietro di qualche decennio, in questa triste condizione si è ritrovato mio nipote Pietro, oggi adolescente.

Al suo rientro, l’insegnante lo ha trovato tranquillamente appoggiato alla lavagna, pennarello in mano. Sullo schermo erano scritte solo due parole, nella colonna dei cattivi.

Praticamente tutti

Ecco, in quel praticamente, c’è il colpo di genio. Riceverne qualcuno, da giocarsi nel corso del 2017, sarebbe un bel regalo di Natale.