Può darsi che sia ora di smetterla di parlare di cambiamento climatico. Nel senso che, forse, discutere di parti di CO2 nell’aria, di temperatura, in salita, di acidità degli oceani, ha un limite: le vedono in pochi, queste cose. Aggiungo che, parlando di cambiamento climatico in senso generale espone al rischio di infilarsi in discussioni un po’ frustranti con chi sostiene che non è vero nulla e che — come dimostra un grafico tirato fuori chissà dove — in una particolare località di un fiordo, in qualche momento del sedicesimo secolo la temperatura era più alta di oggi e, dunque, il riscaldamento globale è una bufala.

Forse, dobbiamo parlare soprattutto dei cambiamenti che stanno avvenendo, che in buona parte sono già avvenuti e noi ci siamo in mezzo. Terra bruciata lo fa benissimo. Stefano Liberti racconta il viaggio che ha compiuto attraverso i luoghi più colpiti d’Italia.

Viaggio che inizia con i ghiacciai alpini, il cui ritrarsi è davvero impressionante, anche intorno al re di quelle vette, il Monte Bianco. Liberti segue il corso del Po, sino al mare, dove l’acqua salata ha già conquistato considerevoli fette di terreno. Racconta Venezia che affonda: la storia di Anna e Gianni, che vivono a pianterreno, in questa città, è straordinaria, nel far capire cosa vuol dire, in concreto, affrontare i problemi legati al cambiamento climatico (anche se Venezia affonda non solo per via del mare che s’innalza, questo Liberti lo spiega benissimo).

Il libro racconta la forza distruttrice del vento Vaia, che ha cancellato boschi nel Triveneto. Liberti incontra gli apicoltori e i contandini che lottano contro la famelica cimice asiatica. Parla di come la Sicilia stia diventando un’isola tropicale e di come le grandi città affrontino il loro destino, che è quello di essere delle isole di calore.

È un libro che parla di lavoro, anzi, di come cambiano i lavori. Ci sono i lavori strettamente connessi all’emergenza climatica. Quelli di climatologi e fisici dell’atmosfera, che cercano di capire come vanno le cose. Quelli di chi cerca di arginarne le conseguenze, come il Chief Resilience Officer della città di Milano.

Ma c’è anche il lavoro di chi, agricoltore, si vede cambiare la situazione sotto gli occhi. E, allora, ha cominciato a coltivare manghi, avocado e altri frutti tropicali. La capacità di adattarsi non risolve certo il problema del cambiamento climatico, ma è necessaria, già oggi, e a breve diventerà indispensabile.

Qualcosa manca, nel libro di Stefano Liberti. Ma non perché lui abbia dimenticato di mettercela, ma proprio perché non c’è. Mi riferisco alle classe politica. L’Italia — Liberti lo ripete tante volte — è uno dei paesi al mondo che più subisce e più subirà le conseguenze del cambiamento climatico. Eppure è uno dei paesi dove i politici — e i media — ne parlano di meno. L’Italia è uno dei paesi dove è più forte il movimento di Fridays For Future, eppure, queste giovani e questi giovani sono senza interlocutori politici.

L’emergenza climatica non entra neppure nei dibattiti elettorali, cosa che invece sta avvenendo anche negli Stati Uniti d’America (se poi, oltre a entrare nei dibattiti influenzerà anche le scelte degli elettori, lo sapremo tra qualche settimana).

Una soluzione non esiste. Ci sono, piuttosto, una serie di cose da fare. Il libro di Stefano Liberti, parlando dei cambiamenti concreti che già sono in atto, mi sembra vada nella giusta direzione.

Foto di RF._.studio da Pexels

L’ENI e il Festival della Letteratura

Credo che trovare l’equilibrio tra l’apertura al dialogo e la giustificazione di posizioni non condivise sia molto difficile. Me lo conferma il leggere che, anche quest’anno, ENI è sponsor del Festival della Letteratura di Mantova. Non uno sponsor minore visto che, nell’elenco dei sostenitori, l’Ente Nazionale Idrocarburi compare per primo, seguito da Marcegaglia, Gruppo Tea e Intesa San Paolo. Nell’edizione del 2020 ENI ha organizzato anche uno specifico evento – avvenuto proprio oggi, 13 settembre – con relatori di tutto rispetto.

Non sono così naive da pensare che operare nel mondo della letteratura implichi l’essere in prima linea contro l’emergenza climatica. Ma se il più importante festival italiano del settore ha tra gli sponsor principali l’ENI, credo che qualche parola sulla propria scelta le dovrebbe spendere. L’ENI, infatti, fa parte di quelle cento industrie che sono responsabili del 71% delle emissioni di gas serra dal 1988 al 2015.

Sia chiaro che ENI non appartiene al gruppo – sempre meno folto, peraltro – di chi nega il cambiamento climatico e le tragedie che sta causando e sempre più causerà. Anzi, ENI guarda avanti e ha preso l’impegno di ridurre dell’80% le proprie emissioni di gas serra. Ma, questo impegno, per quanto ambizioso, è molto lontano da quello di cui c’è bisogno, di quello che ci si potrebbe aspettare, da ENI.

Perché ENI punta molto sul gas naturale, che non è affatto una soluzione al cambiamento climatico. Ma ancor più perché, almeno sino al 2025, ENI conta di accrescere ogni anno del 3,5% la propria produzione di gas e petrolio. Il che non è conciliabile con la grande emergenza che stiamo vivendo.

Dunque, tra ENI e Festival della Letteratura c’è un dialogo o una giustificazione?

ENI è a Mantova perché, insieme a esponenti della cultura vuol parlare delle proprie difficoltà, delle proprie contraddizioni e di come intende affrontarle? Oppure ne ricava soprattutto una giustificazione, nel senso di vedersi accreditata come azienda attenta a temi e problemi non strettamente legate alla sua attività imprenditoriale?

Non ho motivi per dubitare dell’interesse della grande multinazionale in favore della letteratura e della sua diffusione. Nemmeno ho elementi per sostenere che i dirigenti dell’ENI  siano in malafede: magari credono di fare il loro meglio, per combattere l’emergenza climatica e, al tempo stesso, mantenere in vita la propria azienda, anche se a me pare evidente che potrebbero e dovrebbero fare molto di più (o di meno, uscendo rapidamente dal settore dei combustibili fossili).

È sul versante della letteratura che mi aspetterei qualcosa di più.

Amitav Gosh, scrittore, giornalista e antropologo indiano, nel 2017 ha pubblicato La grande cecità. «Quando parlo di grande cecità mi riferisco al modo in cui, nel nostro tempo, sembriamo incapaci di affrontare alcuni aspetti della nostra idea di mondo», dichiara durante il festival di Internazionale del 2017. «Il rapporto tra letteratura e realtà è necessariamente complicato. Penso che il rapporto tra gli esseri umani e il mondo che li circonda sia da millenni una parte essenziale di qualsiasi attività letteraria. Oggi invece abbiamo una letteratura incredibilmente incentrata sull’essere umano. È una letteratura staccata dal mondo che ci circonda».

In questo stesso intervento, Gosh si chiede perché nessun regista o nessuno scrittore che abita a New York abbia prodotto un film o un romanzo sull’uragano Sandy,  che nel 2012 ha colpito duramente la Grande Mela. Non saprei rispondere, ma è vero che dal 2017 a oggi, alcuni scrittori parecchio famosi, di cambiamento climatico hanno cominciato a scrivere: l’ha fatto Jonathan Safran Foer, l’ha fatto Fred Vargas,

Anche se non di romanzi si tratta, bensì di saggi, credo che la letteratura potrebbe avere un ruolo, in questa faccenda del cambiamento climatico. Forse non incitando ai boicottaggi, ma favorendo il dialogo. Forse si potrebbe fare anche a Mantova, promuovendo non un dialogo sponsorizzato dall’ENI, ma un dialogo sull’ENI.

 

La foto è di Genaro Servín da Pexels

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Quanti chilometri all’anno fai in auto? Quante volte alla settimana mangi la carne? Quante tazzine di caffè mandi giù, ogni giorno? E vogliamo parlare di quante docce — o peggio, bagni — fai e con frequenza? Di come scegli le cose ai supermercati — peraltro: perché vai nei supermercati e non nei mercati biologici? — di quanti rifiuti produci e quanto bene li ricicli?

In sintesi, la domanda è una: qual è il tuo personale contributo allo sfascio del pianeta in cui viviamo? Una domanda che sembra centrale, vista l’emergenza climatica in cui viviamo.

Uno degli attacchi portato alle attiviste e agli attivisti di Fridays For Future è questo: protestate, chiedete azioni in difesa del vostro futuro ma a cosa rinunciate voi, in prima persona?

Lasciamo da parte il fatto che molte di queste ragazze e molti di questi ragazzi avrebbero un’ottima risposta, perché si spostano in bici o con i mezzi pubblici — ne conosco alcuni che, ventenni, non hanno ancora la patente mentre io, a diciotto anni e un giorno ero lì che davo l’esame — sono attenti a ciò che mangiano, ai rifiuti che producono e via dicendo. Non è questo il punto.

Abbiamo presente quella domanda che, immancabilmente, si sente rivolgere chi chiede un trattamento giusto — cioè rispettoso dei diritti umani — nei confronti dei migranti? Sì, proprio la classica «perché non te li prendi a casa tua?». La domanda «e tu a cosa rinunci per salvare il clima?» sta sullo stesso piano.

Nel caso delle migrazioni ci sono governi e istituzioni che non sono capaci o proprio non vogliono affrontarle seriamente, in modo concreto e pragmatico. Dall’altro c’è bisogno di mettere mano al modo con cui produciamo l’energia di cui necessitiamo, al modo con cui ci spostiamo, al modo con cui consumiamo il territorio e ci alimentiamo.

«Finché ci concentreremo sui comportamenti individuali non ci avvicineremo a una soluzione», scrive Jaap Tielbeke su , in un articolo ripreso da Internazionale del 21 agosto 2020.

«Qualche tempo fa su Twitter mi è comparso un annuncio con dei consigli su come risparmiare energia — scrive Tielbeke — Potevo comprare un frigorifero più efficiente, lavare i vestiti a trenta gradi e asciugarli al sole. Per preparare il caffè non dovevo usare più acqua del necessario. Trovo sempre irritante questo tipo di sciocchezze pseudoambientaliste, ma mi sono proprio infuriato quando ho visto da chi proveniva il messaggio: Exxon Mobil, una delle più grandi aziende petrolifere al mondo, che ogni anno spende miliardi per estrarre combustibili fossili ed è al centro di vari casi giudiziari per aver ingannato i cittadini nel tentativo di ostacolare le politiche contro il cambiamento climatico».

Se non fosse abbastanza chiaro il messaggio, si pensi che la British Petroleum aveva messo a disposizione di chiunque, sul proprio sito, uno strumento per calcolare la propria carbon footprint, cioè la quantità di gas serra che emettiamo noi singoli cittadini.

È il ribaltamento di una celeberrima esortazione evangelica. La crisi climatica vi spaventa?

Possiamo rivedere in modo drastico il nostro menù, ma se la politica agricola dell’Unione Europea incentiva gli allevamenti intensivi — Tielbeke cita Greenpeace, secondo cui si tratta di circa un quinto del budget europeo totale — che io mangi o meno gli hamburger di manzo è abbastanza irrilevante (almeno per quanto riguarda le emissioni di gas serra: sulla mia salute dovrebbe essere ormai chiaro che meno ne mangio meglio è).

Dunque l’impegno individuale è un’inutile perdita di tempo? Niente affatto, a mio parere, purché rispettiamo almeno alcune condizioni.

La prima è che deve trattarsi di un’apertura al confronto, non di una chiusura nella propria sfera privata. Se porto via i soldi dalla mia banca perché ho scoperto che finanzia le attività estrattive di combustibile fossile, glielo devo dire. Devo scrivere ai contatti che trovo disponibili e chiedere conto delle loro scelte (beh, se il vostro patrimonio è dell’ordine di quello di Warren Buffett è possibile che non abbiate bisogno di scrivere alla banca, capace che vi cercano loro, se manifestate l’intenzione di chiudere il conto).

La seconda è che deve avere una valenza educativa per noi stessi, prima di tutto. Non ha senso rinunciare alla carne se poi, in un solo giorno, beviamo un litro di latte di mucca e mandiamo giù sei o sette tazze di caffè (sto scrivendo queste righe con Spotify in sottofondo e ogni tanto parte una pubblicità con lui che porta a lei il caffè a letto: quindici tazzine, che tanto c’è il sottocosto, nel supermercato che ha realizzato lo spot).

Capire i meccanismi che stanno dietro al modo con cui ci alimentiamo è molto importante e infatti organizzazioni come Fair Trade — che, tra parentesi, non ha preso molto bene l’articolo di Tielbeke in questione — non si crogiolano nel dire «ah, come siamo bravi noi che vendiamo prodotti che rispettano ambiente e lavoratori!», ma promuovono un cambiamento delle peggiori prassi del commercio internazionale.

Allo stesso modo, quando scegliamo di girare per i quartieri con i nostri figli esclusivamente in bici, a piedi o con i mezzi non lo facciamo per sentirci più belli, perché siamo quelli che non inquinano. Piuttosto, vogliamo toccare e fare toccare con mano come può essere bella la città in cui viviamo e perché vale la pena battersi per migliorare.

In ultimo, è una questione di coerenza. Nel momento in cui chiediamo ai nostri governi di eliminare i sussidi alle attività di estrazione di combustibili fossili — ed è davvero il caso di farlo, che diamine: sono 16 miliardi di euro che ogni anno vanno in fumo — siamo più credibili se, tra l’altro, scegliamo per le nostre case un fornitore di energia rinnovabile al 100%.

Insomma, immaginate un personaggio politico che si professa cattolico e promuove i valori della famiglia che definisce tradizionale: quale credibilità avrebbe se avesse alle spalle divorzi e figli concepiti fuori dal matrimonio? Ok, esempio sbagliato, ma ci siamo capiti.

Almeno sino ai primi di marzo, i miei pensieri principali erano questi tre: famiglia, lavoro, cambiamento climatico. C’era anche spazio per molto altro, e aggiungo che ‘famiglia’ e ‘lavoro’, per me implicano anche parecchio divertimento (sono fortunato, lo so). Nondimeno, in una classifica delle cose che più mi ronzano in testa, l’emergenza climatica sale sul podio, da almeno un paio di anni: ho preso coscienza di quanto sia determinante nel futuro di mio figlio, di altri giovani che amo, come i miei nipoti e di tutti i loro amici.

In pratica, per il momento, questa mia attenzione si è tradotta prima di tutto in letture, in tentativi di capirci qualcosa di più. Mi sono abbonato al New York Times online, dopo aver letto dei suoi straordinari reportage su come il clima che cambia danneggia alcuni patrimoni UNESCO. Ho iniziato a consultare – e sostenere – il Guardian, forse il giornale al mondo più avanzato nel parlare di questa tragedia. Mi sono iscritto a Medium.com, perché è sempre pieno di articoli di buona qualità sull’argomento.

In seconda battuta, ho cercato di fare rete. Ho finalizzato la mia presenza su Twitter al connettermi con persone che, in tutto il mondo, ragionano e si confrontano sul cambiamento climatico. Sono entrato in contatto con alcune attiviste di Fridays For Future di Torino. Così da capire concretamente cosa sia possibile fare.

Poi è arrivata la pandemia e il lockdown. E nella classifica dei miei pensieri, il cambiamento climatico è velocemente sceso di varie posizioni. Non perché abbia cambiato idea. Ho continuato a ritenerlo il problema più importante, a cui dare la massima priorità. Semplicemente, nella mia testa è entrato altro. Il confinamento in casa di mio figlio di sette anni, con la conseguente perdita di lezioni e della socialità. La salute delle persone più anziane della famiglia. La necessità di cambiare il lavoro: no, non di cercare un altro lavoro, ma di trasformare radicalmente quello che facciamo, nella società di cui faccio parte (ci occupiamo di formazione, tramite interventi in aula e grandi eventi. Si può capire che siamo stati un po’ scombussolati, al pari di tanti altri, sia chiaro).

E poi, ho pensato: «ma chi ha voglia di sentir parlare di cambiamento climatico, in questo momento?».

Ci ho messo un attimo a capire che parlavo prima di tutto di me stesso. Dove trovo non tanto il tempo ma soprattutto la voglia e la forza di continuare a mettere la testa anche su questo problema? Non è già abbastanza stressante dover già affrontare il virus e le sue conseguenze’

Ragionandoci la situazione continuava ad apparirmi chiara: la pandemia farà un sacco di danni – più sul piano economico e sociale che su quello sanitario, mi sa – ma ce la lasceremo alle spalle. Il cambiamento climatico no. I suoi danni si estenderanno per secoli e la posta in gioco non è superarlo, è limitare i danni. È rendere la vita degna di essere vissuta nonostante i disastri che stiamo realizzando e proiettando nel futuro.

Eppure, per parecchie settimane, l’ho depriorizzato, il cambiamento climatico. Poi, poche sere fa, pur rendendomi conto che la pandemia è tutt’altro che sconfitta, anzi, il conto più caro forse lo dobbiamo ancora pagare, ho avuto la sensazione che fosse possibile tirare il fiato o almeno guardare oltre l’ossessione del virus. Così ho letto un lungo articolo sulla decisione che molti prendono di non avere figli, perché non vedono un futuro degno di essere vissuto, a causa del cambiamento climatico. Conseguenza, sono andato a letto di pessimo umore, parecchio sconsolato.

Credo che si debbano trovare modi nuovi per parlare di cambiamento climatico. Non vorrei dare eccessivo peso alla mia esperienza personale. Però le urgenze di queste giornate mi hanno distolto dall’emergenza climatica, che pure mi appassiona parecchio da un paio di anni. Perché dovrebbe essere diverso per molte altre persone? Sia chiaro: non parlo di chi è perfettamente consapevole della situazione ma sceglie di non occuparsene o di negarla, come fanno vari capi di stato e dirigenti di grandi imprese. Questi sono personaggi che si fanno i conti in tasca e pensano di guadagnarci di più, personalmente, negando o minimizzando.

No, parlo di chi non si occupa di problemi più ampi e magari più grandi — come appunto ail cambiamento climatico, ma non solo — perché ha altro per la testa. O perché non riesce a caricarsi anche queste cose sulle spalle.

Se perdi il lavoro — ed è solo un esempio — fatichi a pensare al livello del mare che sale. E anche se ci pensi, fatichi a vedere il ruolo che puoi giocare nell’impedire che chilometri di coste vadano sott’acqua.

Per queste persone — che sono esattamente come me, che di fronte al problema nell’immediato trascuro quello in arrivo, anche se parecchio più grande — credo sarebbe utile un nuovo tipo di comunicazione. Su come debba essere, non ho ancora le idee chiarissime. Penso di aver però capito come non deve essere. E quelle poche cose che mi pare di aver capito, forse, valgono per tutte le situazioni di difficoltà ed emergenza.

  1. Il tono apocalittico non serve. Lo usiamo spesso, e forse nel caso del cambiamento climatico ha senso farlo, perché la situazione è parecchio brutta: per titolare qualche articolo o post ci può pure stare. Ma solo lì. Non vado forte in teologia, però mi pare che di fronte all’Apocalisse puoi solo star lì ad aspettare di sapere se vai a finire tra i buoni o tra i cattivi. Qui è diversa, qui ci sono un sacco di cose da fare, altro che aspettare.
  2. Anche se le difficoltà fanno paura — e sa il cielo stellato quante cose che fanno paura arrivano con il cambiamento climatico — non sono le paure a farci fare le cose giuste. Una facile conferma arriva dai molti politici che trovano consenso puntando sulle paure. Ne conosciamo uno che, una volta ottenuto il potere in questo modo, riesce a costruire qualcosa?
  3. Frasi che finiscono con «… ma a nessuno importa!» vanno abolite. Perché sono traducibili come ‘io che la dico sono la formica consapevole e responsabile, tu che la ascolti sei la scriteriata cicala che pensa solo a godersela e non capisci cosa succede’. Non credo sia il modo migliore per farsi ascoltare.
  4. Lasciamo l’affascinante figura di Cassandra nella mitologia greca. Primo, è raro che ci sia una sola persona che ha capito come stanno le cose (nel caso del cambiamento climatico si tratta di una sterminata comunità scientifica che si occupa della questione). Secondo, Cassandra era condannata a non essere ascoltata, poteva anche tacere e passare il suo tempo a gozzovigliare con amici, tanto era lo stesso. Di nuovo, non è la situazione in cui ci troviamo noi.
  5. Cerchiamo la massima concretezza, parlando di cose altamente probabili ed evitiamo le immagini suggestive ma irrealistiche. Cosa facciamo di fronte a uno scenario tremendo ma poco probabile? All’inizio siamo colpiti dal ‘tremendo’, poi ci spostiamo sul ‘poco probabile’ e ci ammosciamo. Per capirci, l’immagine con la pianura padana allagata a fine secolo, che s’è vista girare in rete, è inverosimile. All’opposto, una pianura padana arsa dal sole e infestata da zanzare che portano malattie anche mortali è decisamente più probabile (e non meno inquietante, secondo me).
  6. Beh, qualcuno che sta facendo una comunicazione che va nella giusta direzione, a mio avviso già c’è. Vale la pena ascoltare il podcast Emergenza Climattina di Giovanni Mori.
  7. Le giovani e i giovani di Fridays For Future sono un altro esempio straordinario. Anche nel periodo più difficile della pandemia, non hanno mai mollato un colpo, e appena hanno potuto sono tornate in piazza. Parlano con nettezza e durezza verso istituzioni e imprese, come dev’essere. Ma sono inclusivi e dialoganti con le persone comuni, anche con quelle che li sbeffeggiano. E, soprattutto, anche laddove usano messaggi duri, apparentemente apocalittici (vedi punto 1) invitano sempre e comunque all’azione. Ci possono insegnare molto e, almeno per quanto mi riguarda, gli sono grato perché è da loro che arriva il più bel segnale di speranza che posso trovare in giro.

 

Questo nuovo tipo di comunicazione credo sia da costruire (e, personalmente, credo che il podcast di Giovanni Mori vada nella giusta direzione). Ma penso sia chiaro cosa si deve evitare, adesso. Se da un lato i messaggi verso i capi di stato, le forze politiche e il mondo dell’industria devono essere chiari, netti, senza sconti, credo che verso il cosiddetto grande pubblico si debbano trovare modi nuovi di raccontare la situazione.

Vorrei veder cancellata quella chiusura di molte frasi di denuncia, quella che purtroppo è molto gettonata, e fa così «… ma a nessuno importa!», messaggio traducibile come ‘io che ti dico questa cosa sono la formica coscienziosa e responsabile, tu che mi ascolti sei quella dannata cicala che pensa solo a godersela e non capisce come stanno le cose’.

Credo siano messaggi che non fanno molta strada. Detta più in generale, forse è il momento di mandare al diavolo la comunicazione che lavora sulle paure.

 

Ho fatto qualche donazione a Oxfam, dunque sono nel loro database. Così, in seguito alla vicenda che potremmo definire «scandalo di Haiti», ho ricevuto una mail a firma del direttore di Oxfam Italia. Apprezzo il gesto e non dubito della sincera passione che anima il firmatario di questo testo.

Dirò di più: non dubito di Oxfam e della necessità di sostenere le sue azioni, cosa che non smetterò di fare. Quello che mi interessa, ora, è ragionare su come una delle più grandi organizzazioni che lotta contro la povertà affronta un errore.

Penso che i modi con cui si fronteggiano gli errori si possano, tra l’altro, dividere in due categorie: coloro che tendono a nasconderli – se ci riescono e fino a quando ci riescono – e coloro che, invece, ne parlano apertamente, senza remore. Sembrano due modi diametralmente opposti, ma non è detto che lo siano.

A fare la differenza, è quello che succede dopo che l’errore è diventato di dominio pubblico. Nella mail che ho ricevuto, il direttore di Oxfam Italia scrive:

Ciò che mi ferisce e mi addolora è che il comportamento di pochi abbia messo in cattiva luce e danneggiato il lavoro di un’organizzazione che, con le sue 22 affiliate, opera in 90 paesi del mondo portando soccorso e lottando per e al fianco di 20 milioni di persone povere e vulnerabili, la maggior parte donne e bambine.

Che però, a me, non sembra un argomento rilevante.

Ragionando così, Rete Ferroviaria Italiana e Trenord, potrebbero replicare al tragico incidente di Pioltello dicendo una cosa tipo «siamo rammaricati che il disastro di un solo treno possa far dimenticare che ogni giorno portiamo a destinazione, incolumi, 5 milioni e mezzo di passeggeri» (peraltro, avrebbero dalla loro il fatto che i treni italiani sono tra i più sicuri, in Europa).

Ma non lo possono fare, perché ci si aspetta che un treno non faccia mai perdere la vita ai suoi passeggeri. Se questo accade, è perché s’è sbagliato qualcosa.

Allo stesso modo, ci si aspetta che una Ong impegnata in un paese dove è avvenuto un terremoto, non abbia operatori che alimentano il mercato della prostituzione, che approfittano di donne e ragazze in drammatica situazione di bisogno. Dire che lo scandalo è la conseguenza del «comportamento di pochi», a mio avviso non ha molto senso. Perché non deve accadere mai, punto a capo.

In un’intervista rilasciata alla BBC, Winnie Byanyima, la direttrice esecutiva internazionale di Oxfam viene incalzata dal giornalista che le chiede se ha consapevolezza della ‘scala del fenomeno’. Lei ribadisce il concetto di ‘comportamenti marginali’, pur non sminuendone la gravità. La direttrice risponde infatti che ci sono quasi diecimila persone che lavorano in 90 paesi per l’organizzazione da lei guidata, che la maggioranza di queste fa le cose per bene, che Oxfam non morirà perché fa cose importanti di cui il mondo ha bisogno.

Ma così facendo, chi non nasconde il proprio errore rischia di comportarsi in modo simile a chi invece cerca di celarlo. Perché mettere avanti il proprio “essere buoni” è come autoassolversi. È come dire «abbiamo sbagliato, ok, ma chiediamo scusa. Ricordatevi però che noi facciamo del bene». Il che è vero, e capisco la tendenza a farlo: si vogliono salvaguardare i progetti in corso, com’è giusto. Però, rispondere in questo modo rischia di non favorire la comprensione dell’errore.

Non serve – almeno ai miei occhi – confermare che Oxfam sia un’organizzazione importante e utile. Serve invece capire come in un’organizzazione importante e utile siano potute accadere cose di questo genere.

Occorre capire come fosse possibile che persone reclutate da Oxfam – anche in posizione di vertice, poiché tra gli indagati vi è l’allora direttore responsabile delle operazioni ad Haiti, che pure afferma di non aver mai pagato prostitute – si siano comportate in questo modo.

Come fosse possibile che non vi fossero controlli efficaci per far rilevare il problema immediatamente, e stroncare sul nascere la cosa. Saranno stati pochi, a compiere atti vergognosi, ma nessuno, tra gli altri tanti, se n’è accorto? A dire il vero, pare che uno di questi colleghi avesse ricevuto minacce, se non fosse stato zitto, ma ciò suscita un’altra domanda: in Oxfam hanno spazio le intimidazioni mafiose?

Nell’intervista sopra citata, la direttrice Byanyima annuncia un’indagine ad alto livello che analizzi quello che lei definisce un «sistema poroso». Sistema che ha permesso di lavorare in Oxfam a persone che non ne condividono i valori e le pratiche.

A mio parere, la chiave sta qua. Da quanto capisco, Oxfam ora si muoverà lungo due linee: la prima, capire come sono andate le cose; la seconda, trovare il modo per impedire che tali vicende si ripetano.

A fare la differenza, in questa vicenda, sarà quanta chiara, trasparente e pragmatica Oxfam sarà, nel muoversi lungo queste due linee.

 

Lo smog su Torino, visto dalla Val di Susa

Il nostro pianeta esiste da 4,6 milardi di anni. Riducendo, in scala, questo tempo a 46 anni, gli esseri umani sono comparsi circa quattro ore fa. La rivoluzione industriale, invece, risale a un minuto fa, tempo che è stato sufficiente a cancellare dalla terra più del 50% degli ecosistemi esistenti e modificare tutto il resto. A restare intatto, dopo questi ultimi 60 secondi dei 46 anni di vita della Terra, è solo il 3% del pianeta.

Questa e altre informazioni sono contenute in un libro fondamentale, Effetto serra effetto guerra, scritto per Chiare Lettere da Grammenos Mastrojeni e Antonello Pasini. ll primo è un diplomatico, coordinatore per l’eco-sostenibilità della Cooperazione allo Sviluppo. Il secondo è un fisico, ricercatore dell’istituto sull’inquinamento atmosferico del CNR, che cura anche il blog Il Kyoto fisso, su Le Scienze.

… ma dove andremo a finire?

Effetto serra effetto guerra descrive con grande chiarezza  la situazione del clima del nostro pianeta, e la mette in connessione con il problema delle migrazioni. Il volume spiega con una semplicità a prova di babbeo – cioè a prova mia – come siamo arrivati alla situazione attuale. Dimostra, con ricchezza di fonti e approfondimenti, quanti disastri ha già combinato, a oggi, il cambiamento climatico. E poi spiega dove possiamo andare a finire. Scrivono i due autori:

«Per un futuro troppo prossimo – entro la fine di questo secolo – gli studi prefigurano il cambiamento climatico in accelerazione più o meno brutale: gli scenari variano da un riscaldamento contenuto entro 1,5° – con gravi problemi, però ancora gestibili – fino a un incremento oltre i 4°».

Lo scenario dei 4° è qualcosa che, al momento, solo uno sceneggiatore catastrofista di Hollywood può aver pensato: estinzioni di massa, notevoli aumenti del livello degli oceani, gravissimi problemi alle attività agricole di buona parte del pianeta, alternanze ingestibili di siccità e alluvioni, ritorno di malattie debellate in varie zone del pianeta (vedi la malaria). E, naturalmente, esodi – cento, mille volte più grandi di quelli a cui assistiamo ora – di persone in cerca di una terra abitabile.

E come si arriva allo scenario dei 4°? Facendo esattamente quello che stiamo facendo. Non solo: come scrivono Mastrojeni e Pasini, questo scenario, che definiscono business as usual, potrebbe addirittura essere ottimista, visto che diversi leader politici negano il cambiamento climatico e, quindi, sono disposti anche a peggiorare le cose, che tanto non c’è pericolo. A loro dire, naturalmente.

Una storia bizzarra

Ecco, proprio sulla negazione vale la pena riflettere. Perché tra coloro che considerano il cambiamento climatico una bufala, ci sono alcuni personaggi che sorprendono un po’. Tra questi, Carlo Rubbia, senatore a vita della nostra repubblica nonché premio Nobel per la fisica nel 1984. Un altro abbastanza scettico è Freeman Dyson, longevo scienziato, protagonista insieme a Richard Feynmann di ricerche nell’elettrodinamica quantistica e in altri campi. In questo elenco di studiosi impegnati a smentire l’esistenza del cambiamento climatico, si trova anche il professor Antonino Zichichi.

Quella dei negazionisti del cambiamento climatico è una storia bizzarra. Che certo suscita delle domande sugli accademici in questione ma, forse, è ancora più interessante per quello che dice sul rapporto tra la scienza e la società.

Scienziati scentrati

Su cosa basa le sue opinioni, Rubbia? In questo articolo si parla di un suo intervento tenuto a Trieste, nel 2014. La foto lo ritrae mentre proietta una slide dal titolo «Nessun riscaldamento globale da 17 anni e cinque mesi». Sul fondo della slide, si vede quella che presumo essere la fonte: il blog del The Climate Sceptic Party. Un’associazione australiana che, si trova scritto su Wikipedia, è confluita nel Freedom and Prosperity Party. Diciamola così: dovessi dimostrare una tesi scientifica, cercherei fonti un po’ più… ecco, scientifiche.

D’accordo, non è che si possa giudicare il livello di approfondimento del professor Rubbia da una singola slide. Il punto è che né lui né gli altri scettici sull’esistenza del cambiamento climatico – e del fatto che questo sia causato dagli esseri umani – si occupano di cambiamento climatico. Cioè non si occupano dell’argomento su cui, però, fanno pesare la loro reputazione scientifica.

Va da sé, che per il solo fatto di avere una laurea in fisica, non posso nemmeno lontanamente accostarmi alle persone che qui richiamo. Però una cosa l’ho capita, nel corso dei miei studi: quello della fisica è un campo sterminato e in continua evoluzione. Per cui è normale che un ricercatore specializzato su un certo argomento sappia poco o nulla di altri argomenti della stessa disciplina scientifica.

Prove fisiologiche

Forte del mio diploma tecnico in energia nucleare, alla fine degli anni ’80 ho lavorato come tecnico di radioprotezione. Un giorno, alla televisione, sento proprio Carlo Rubbia dire qualcosa di inesatto sull’effetto di un elemento radioattivo – poteva essere il Cobalto 60, non ricordo con precisione – sul corpo umano. Al mio storcere il naso, un amico che mi è vicino mi dice «scusa, ma tu che sei al secondo anno di università, pensi di poter correggere un premio Nobel per la fisica?». Gli spiego che il mio dare esami a fisica non c’entra nulla, ma che ogni mese misuro decine e decine di litri di urine – talvolta pure ‘altro’ – di tecnici del settore. Di conseguenza, i giri che il tal radioisotopo fa nel corpo umano li verifico ogni giorno. Ma non lo convinco, il mio amico, neanche un po’.

Si dice che troppo spesso la società non ascolta le personalità della scienza. Vero. Ma è anche vero che, alle volte, le si ascolta come si ascolterebbe l’oracolo di Delfi.

Così, una persona diventata famosa per una specifica scoperta, viene ritenuta infallibile in tutto il vasto arco di conoscenze scientifiche. E se la persona in questione non ha il senso della misura, fa danni. Danni ancora più gravi di quelli che fa chi, digiuno di ogni preparazione di base, pontifica su questioni molto delicate. Perché se un DJ dice cose insensate sui vaccini, è facile che non gli venga dato credito, è facile riconoscerne l’incompetenza.

Quando, invece, un premio Nobel della fisica come Carlo Rubbia dice che il riscaldamento globale è una bufala, temo dica una cosa non meno insensata di quella detta da Red Ronnie. Ma a Rubbia molte più persone sono disposte a dare credito, perché ha un premio Nobel. Guadagnato per gli studi sull’interazione debole, non sulla fisica dell’atmosfera, ma quanti apprezzano la differenza?

La schizofrenia del Corriere della Sera

Quando ho chiesto al professor Antonello Pasini qualche approfondimento sul negazionismo del cambiamento climatico, egli mi ha indirizzato a questo sitoClimalteranti è gestito da ricercatori sulla fisica dell’ambiente e dell’atmosfera, insieme ad alcuni giornalisti divulgatori scientifici. L’obiettivo del sito consiste nell’informare sul cambiamento climatico, ma in particolare nell’analizzare le tante imprecisioni diffuse, su questo argomento, dai mezzi di informazione.

Leggendo questo sito ho scoperto che Il Corriere della Sera, vale a dire quello che viene ritenuto uno dei più autorevoli quotidiani oggi pubblicati in Italia, ha abbracciato la linea degli scettici sul cambiamento climatico. Rispetto a giornali come Libero, Il Giornale e Il Foglio, che sono su posizioni totalmente negazioniste, il quotidiano di via Solferino ha adottato un approccio più sfumato, ma non meno dannoso. Nel corso degli anni, il Corriere della Sera ha schierato sul tema alcune tra le sue firme più prestigiose: Paolo Mieli, Aldo Grasso, PG Battista, Danilo Taino. Tutti impegnati a far passare il messaggio che, in fondo, non è affatto certo che il riscaldamento globale esista e abbia conseguenze così catastrofiche.

Il Corriere della Sera, e in particolare Paolo Mieli, è decisamente schierato a favore dei vaccini. Su questo tema mi pare interpreti correttamente le conclusioni della comunità scientifica, che sull’utilità dei vaccini non ha molti dubbi, seppure singoli individui abbiano un parere diverso. Sul cambiamento climatico, il Corriere della Sera ribalta il proprio approccio. Dà voce agli scettici che, contrariamente a quelli attivi nel campo dei vaccini, il quotidiano ritiene debbano essere ascoltati. Una discreta schizofrenia, mi sembra.

Un murales della zona di Shoreditch, a Londra. thechive.com
Un murales della zona di Shoreditch, a Londra. (thechive.com)

Rimozione

Non saprei dire il perché di questi schieramenti così insensati. Non mi avventuro in dietrologie che vedono protagoniste le lobby del petrolio e del carbone. Sono più propenso a credere che esista un fenomeno di rimozione. In fondo, da noi in Pianura Padana nevica un po’ di meno, ci sono picchi di caldo più intensi e precipitazioni più violente. E vabè, non è mica la fine del mondo, no?

Pasini e Mastrojeni, nel loro Effetto serra effetto guerra, sono molto chiari. Chi pensa che i propri nipoti potranno scamparla, sbaglia. Perché ammesso e non concesso che alla fine di questo secolo esisteranno ancora luoghi dove le condizioni di vita saranno accettabili – e che i nostri nipoti proprio lì, andranno a vivere – come si può pensare di resistere alla pressione esercitata dai miliardi di persone che un posto dove sopravvivere non l’avranno più?

La scienza è (almeno un po’) democratica

Grazie al cielo stellato, nella scienza c’è una buona dose di democrazia. Lo so che Piero Angela prima e Roberto Burioni, in tempi più recenti, hanno affermato esattamente il contrario. Intendo dire che Rubbia può sostenere quel che vuole, ma  la stragrande maggioranza di coloro che si occupano di clima, fisica dell’atmosferica e via dicendo, affermano e dimostrano che il cambiamento climatico esiste, ed è determinato dalle attività umane.

Magari avesse ragione Rubbia, magari avessero ragione le prestigiose firme de Il Corriere della Sera. Saremmo tutti contenti di sapere che, intorno al 2100, i figli dei nostri figli dovranno solo preoccuparsi di inverni meno rigidi e temporali un po’ più violenti. Purtroppo non è così.

In Effetto serra effetto guerra, tutto ciò è molto chiaro. E questo libro, una volta per tutte, dovrebbe mettere a tacere i negazionisti, che di mestiere facciano gli scienziati o i giornalisti o cos’altro. Così da poterci concentrare sulle cose da fare, perché, come scrivono Mastrojeni e Pasini:

Il fatto che si sia scoperto il fondamentale ruolo dell’uomo nel riscaldamento globale recente non è una sciagura, è una buona notizia! Infatti, se il riscaldamento fosse avvenuto per cause naturali non potremmo far altro che difenderci dalle sue conseguenze più negative. Ma poiché siamo stati in gran parte noi a produrlo, possiamo far qualcosa per modificarne le cause ed evitare così gli impatti futuri più devastanti.

Adesso tocca trovare il sistema per convincere le persone che più di altre possono cambiare la situazione, a prendere le decisioni necessarie. E questa storia, però, è ancora da scrivere.

* * *

In testa al post: Torino, vista dalla Val di Susa, poco sotto la Sacra di San Michele (foto del 2015).

Do you remember what happened in November 2008? You could ask «Where?», and my reply would be «everywhere», because it was an important event for the entire world. Barack Obama won the elections and became the first Afro-American President of the United States.

I know, it seems ages.

Change as a value

Do you remember the slogans of Obama’s electoral campaign? They were very simple: «Yes, we can», for example. And another one, even simpler: «Change». Sometimes there was a strapline «We can believe in it», as per we can believe in change.

More than ever, after that event, after Barack Obama won, everybody wants Change. If you want to change, you’re good; if not, you’re bad. Of course, we could talk about the gap between the intention and the actions. But this is not my point.

What I want to emphasize is that change, instead of being regarded simply as a tool, became a value. Became desirable per se. And this is the first problem. Because change is a way to obtain something. And if we confuse a tool for an objective, we loose the sense of direction.

Secondly, change is complicated. Is might not be so desirable as someone would say.

The happiest day of our lives

What’s the happiest day of our life? For the married ones, the answer could be «the day of my wedding». And, surely, we would agree that was an happy day. But according to Thomas Holmes and Richard Rahe, from the Washington University School of Medicine, the issue might be more complicated.

In the late Sixties of the past centuries, Holmes and Rahe created the Social Readjustment Rating Scale. They made a list of the most stressful events that a person can experience in its life. And not surprisingly, alle these events are changes. The Top Five are something that we could guess: the death of loved one, a divorce, to be put in jail, a bad incident that left us severely injured, and so on.

But, curiously, at the sixth place we can find the marriage. I don’t know if it works even for people married several times, what I know is that a marital reconciliation is at place number eight.

«Money, get away»

The point is, that even a change that we see as a positive one, can be stressful. Another example? Many of us – particularly the ones not so young – are looking forward to the day of their retirement from work. We’ll have time for us, for reading, watching series on TV, go to the cinema, or museum, or stadium, or playing videogame. We’ll have time to spend with our grandchildren, if we have any.

Well, in the Holmes and Rahes’ scale, Retirement is at the place number eight – same as marital reconciliation – as a change that produces stress. And what about money? «Change in financial state» is at place number twelve. Please note: I wrote ‘change in financial state’, that means ‘less money’, but also ‘more money’.

As Newton used to say

Why are we so upset by the changes, even when they’re for good? Since I’m a physicist, I would say that the answer is in the Inertia Principle. The brightest definition of this principle is given by Isaac Newton:

An object at rest stays at rest and an object in motion stays in motion with the same speed and in the same direction unless acted upon an unbalanced force

Things love to remains the same. Change is something that costs. But since we, as human beings, are not ‘simply’ an ‘object’, we need a little more elaborated answer.

A plate in the dark

We face a change with a sort of libra. On one plate,  we put the things that we’re going to lose. On the other one, we put the things that we’re going to gain, thanks to the change we are facing. The problem is that this second plate is in the dark. We have a clear perception of what we have now, but for the things that are coming, we don’t have the same clarity. And even when we have it, is a theoretical clarity, compared to a practical one.

To explain my point of view, if I use a personal anecdote. For some years, I used to live in a wonderful place. I rented a little flat in the heart of the ancient Rome. From one of my windows I had a view on the Palatin hill, and the distance from my door’s house to the Foro Romano was around one hundred steps. Believe me, it was incredible. Nevertheless, during the first week that I spent in that flat, I wasn’t happy. I was worried, I was confused. In my mind it was perfectly clear that I had a fantastic opportunity to live in one of the most beautiful places in the world. But, even so, I was disturbed by my new situation.

Take your time

We have to accept this. We have to understand that any change is a kind of little revolution. And that we need time, to fully appreciate what the new situation brings to us. If you’re passionate in videogame, you know what I mean. You need time to learn what you have to do and how to do it, before to begin to have fun. And if you love novels, you need time to get into the story, to appreciate the characters, to feel yourself involved in the narrative path. And how many times, at the very beginning, we hate our new smartphone or laptop or car, because we’re not yet able to use it properly?

Change is not only a rationale things. Is not only about listing pros and cons. It’s also about feelings. Yes, we need a clear understanding of what, precisely, is going to change. But we also need some time, and patience, to live it.

 

«Odio questi hutu, questi hutu arroganti e sbruffoni, che disprezzano gli altri hutu, questi hutu non più hutu, che hanno rinnegato i loro compagni».

Sono le parole di Risveglio, una canzone che, nel 1993, veniva trasmessa dalla Radio Televisione Libera delle Mille Colline. Il suo autore era Simon Bikindi, uno dei fondatori di quella radio razzista. Le forze genocide avevano l’obiettivo di sterminare i tutsi, ma per gli hutu che con i tutsi volevano convivere non era prevista una fine migliore.

I crimini ‘puliti’

Dopo il genocidio, Bikindi è finito al Tribunale Internazionale di Arusha, istituito per indagare e punire i crimini del ’94 in Rwanda. È stato condannato a quindici anni di carcere, per incitamento al crimine di genocidio. Una pena contenuta, se si considera che ad altri fondatori della Radio Televisione Libera delle Mille Colline sono stati inflitti trentacinque anni di carcere e anche l’ergastolo.

Ma gli altri imputati sono stati attivi anche nei giorni del massacro, mentre Bikindi, a un certo punto, ha smesso di vomitare odio nei microfoni.

Meglio essere chiari: Simon Bikindi e altri dirigenti della radio non hanno alzato le mani su nessuno ma, nel contesto del Rwanda degli anni ’90, il ruolo dei fomentatori d’odio è stato centrale, indiscutibile. Se ci sono stati così tanti morti ammazzati è anche ‘grazie’ a un sistema di propaganda efficacissimo, da far invidia ai regimi più sanguinari della storia.

Così, il tentativo degli avvocati difensori di Bikindi e dei suoi colleghi di tirare in ballo la libertà d’opinione o di stampa non ha avuto successo. I giudici internazionali sono stati chiari, attribuendo ai cantori d’odio responsabilità non inferiori a quelle di chi la violenza l’ha praticata.

La versione italiana

A ben guardare, nel nostro paese qualcuno che un po’ ricorda Bikindi ce l’abbiamo. Si chiama Giuseppe Povia, e ha già preso di mira, con le sue canzoni, i gay e gli immigrati. Per non lasciar spazio ai dubbi, rilascia anche dichiarazioni sui fatti di cronaca. Il 2 luglio scorso, Povia ha definito patrioti coloro che hanno lanciato una molotov contro un albergo di Vobarno, in provincia di Brescia, destinato a ospitare trentacinque profughi.

Povia dovrebbe finire in galera, come è capitato a Bikindi? No, certo, perché la sua azione non è direttamente connessa ad atti di violenza di massa, com’è il caso del cantautore rwandese. Però penso sia meglio chiamare le cose con il loro nome. Quella di Povia è propaganda razzista, non libera espressione artistica.

Qualche punto fermo, in un dibattito complesso

È vero, la linea di confine tra la libertà di espressione e il razzismo non è così ben definita. Però non è che siamo all’anno zero, su questo tema, anche grazie all’esperienza del tribunale internazionale sul Rwanda.

Con Paolo Vergnani e Francesca Zanni abbiamo messo in scena un primo racconto teatrale sul genocidio dei tutsi (un’opera più complessa, sempre basata su Rwanda. Istruzioni per un genocidio, è stata realizzata successivamente sempre con Francesca e Paolo De Vita. A un prossimo post). Era il 2003, e nei testi abbiamo inserito alcune pagine de La rabbia e l’orgoglio di Oriana Fallaci. L’abbiamo fatto per dimostrare la forte somiglianza tra le pagine più nere della propaganda razzista andata in scena in Rwanda e diversi passaggi del vendutissimo libro della giornalista fiorentina.

Ho ripetuto l’esperimento diverse volte, in scuole, conferenze, dibattiti. Leggevo alcuni brani dei giornali razzisti rwandesi, poi alcuni passaggi degli ultimi libri di Oriana Fallaci e nessuno tra i presenti riusciva a scoprire dove avessi preso un pezzo e dove l’altro. Non ci riusciva nessuno perché era pressoché impossibile.

Dunque, che fare?

In Italia esistono delle leggi che prevedono azioni contro il razzismo. Innanzitutto c’è la legge di ratifica (1975) della Convenzione Internazionale sull’eliminazione di tutte le forme di razzismo. Poi c’è la legge Mancino, del ’93, e ancora una legge del 2016, contro il negazionismo e l’incitamento al genocidio, anche se, su questo secondo punto, va detto che c’era già la Convenzione per la repressione e prevenzione del crimine di genocidio, addirittura uno dei primi documenti approvati dalle Nazioni Unite. Sono leggi che prevedono sanzioni anche severe, come il carcere.

Ma ribadisco il mio pensiero: così come per Povia, penso che perseguire Fallaci per le sue opere sarebbe stato insensato. Perché non erano inserite in un contesto di violenze concrete contro gli islamici, obiettivo privilegiato della giornalista, come invece lo erano quelle di tanti intellettuali rwandesi che avevano scritto e cantato contro i tutsi.

Mi piacerebbe, però, che anche facendo tesoro dell’esperienza tragica che ha devastato il Rwanda, noi italiani sapessimo classificare libri come gli ultimi di Oriana Fallaci per quello che sono: strumenti di propaganda razzista, e che li abbia scritti una giornalista dalla carriera esemplare non cambia questa situazione. Invece, proprio nel periodo in cui quei libri uscirono, fior di giornalisti, intellettuali e parlamentari lanciarono una campagna affinché venisse nominata Senatrice a vita.

Se un astronomo andasse in giro dicendo che la luna è una forma di groviera, non gli succederebbe nulla. Semplicemente, i suoi colleghi smetterebbero di prenderlo sul serio e sarebbe condannato all’irrilevanza. Ecco, questa sarebbe la risposta migliore, per chi promuove tesi razziste e incita all’odio.

#RwandaIstruzioniPerUnGenocidio

Scelte difficili, 18 agosto 2017

Rwanda, di nuovo, 30 luglio 2017

Immagine: la testata di Kangura, una delle riviste razziste pubblicate in Rwanda nei primi anni Novanta.

Un giorno della primavera del 1994, la Radio Televisione Libera delle Mille Colline dichiara che Philip Gaillard è belga. Sono i giorni del genocidio dei tutsi e tra le vittime ci sono anche coloro che dei tutsi vengono considerati amici. Tra questi vi sono i belgi, ex colonizzatori e ancora presenti in buon numero nel paese.

La Radio Televisione Libera delle Mille Colline è la punta di diamante di un sistema d’informazione al servizio dei genocidi rwandesi. Se dai microfoni di questa emittente si dice che il tizio tal dei tali è un belga, le milizie sanno di doverlo uccidere.

Philippe Gaillard viene infatti fermato da un gruppo di massacratori. Lo conoscono bene, in Rwanda, perché è il capo della Croce Rossa nel paese. Dal giorno in cui sono iniziate le violenze, Gaillard correre da una parte all’altra, cercando di salvare il maggior numero di persone possibile. Non è la prima volta che viene fermato dai miliziani, ma questa volta rischia di essere ucciso davvero.

In Belgio non ci sono montagne

Gaillard mantiene la calma e chiede di poter infilare una mano in tasca. Estrae il suo portafoglio, da cui fa uscire una foto: c’è lui, con la sua famiglia, davanti alla loro casa. Sullo sfondo, l’arco alpino. «Vedete? Le vedete queste montagne? In Belgio non ci sono montagne. Io sono svizzero, e questa è la mia casa, in Svizzera».

Gli assassini credono alla foto, e non alle farneticazioni della radio estremista. Ma Gaillard sa che un tal colpo di fortuna non è destinato a ripetersi. Così va alla stazione radio che, incredibilmente, trasmette una smentita. «Dobbiamo ammettere di esserci sbagliati. Philip Gaillard è svizzero. Beh, ci sono pochi dubbi su questo: è troppo coraggioso, troppo intelligente e troppo motivato per essere un belga».

Chi è rimasto e chi è arrivato

Di operatori umanitari, in Rwanda, a partire dal 1994 ne sono andati molti. Diversi sono arrivati in terreni relativamente – ripeto: relativamente – tranquilli, vale a dire in zone già conquistate dal Fronte Patriottico Rwandese e dove, quindi, la furia genocida era stata interrotta.

Molte meno, però, sono le organizzazioni che al 6 aprile ’94 – vale a dire quando l’uccisione del presidente rwandese Habyarimana dà il via ai massacri – sono nel paese. E meno ancora sono quelle che, dopo quella data, in Rwanda ci rimangono.

Tra queste vi sono Oxfam e Medici Senza Frontiere, che vedono entrare nelle loro sedi squadre di assassini in cerca di tutsi. E, naturalmente, la Croce Rossa Internazionale che, al termine del genocidio, conta 56 vittime tra i suoi operatori. Ma anche 9.000 persone curate, nella capitale Kigali, 1.200 operazioni chirurgiche, 25.000 tonnellate di cibo distribuite. Alla fine, il totale delle persone salvate dalla Croce Rossa, è enorme: circa 100.000.

Ma c’è un altro dato, più difficile da contabilizzare: i tanti sopravvissuti al massacro che chiamano i loro figli ‘Gaillard’.

Scelte difficili

I caschi blu di stanza in Rwanda hanno dotato Gaillard di una radiotrasmittente, per chiamare urgentemente in caso di pericolo. Ma Gaillard approfitta dell’aiuto dei soldati ONU una sola volta. «L’unica arma per la nostra sicurezza è il dialogo. È molto più efficace delle scorte armate, dei giubbotti antiproiettile, delle autoblindate». Gaillard, infatti, parla con tutti, peggiori tagliagole inclusi. Perché è pragmatico, vuole raggiungere il risultato, che è salvare il maggior numero possibile di persone.

Per scrivere il libro sul genocidio in Rwanda ho parlato con diversi operatori umanitari. Mi hanno aiutato molto a capire, non so però quanto sono riuscito a rendere giustizia a quel che hanno fatto. Credo che, per loro, la cosa più difficile non fosse l’affrontare ogni giorno grandi pericoli. Credo fosse fare delle scelte.

Quando s’imbattevano nelle montagne di cadaveri, gli operatori della Croce Rossa trovavano dei sopravvissuti. E dovevano decidere per quale persona ‘valesse la pena’ provare a fare qualcosa, e per quale no. Scelte difficili anche solo da pensare, figuriamoci raccontarle.

Eppure c’è chi riusciva a farle tutti i giorni.

Il pediatra

Enrico Frontini, pediatra del CUAMM, arriva in Rwanda nel maggio del ’94. Si insedia a Nyamata, villaggio che adesso è libero ma dove è avvenuto uno dei massacri peggiori. Il suo lavoro consiste nel curare bambini abbandonati e, poi, nel cercare di ricongiungerli a qualche famigliare sopravvissuto. Con pochi fondi e l’aiuto di poche persone Frontini riesce a salvare oltre 2.000 bambini.

Enrico Frontini mi ha raccontato dei bambini che, letteralmente, gli sono morti tra le braccia. Del senso di impotenza che lo coglieva, ma che doveva mettere da parte per andare avanti con il suo lavoro, cercando di salvarne altri, di bambini. È sorprendente come, nel cercare di raccontare il genocidio in Rwanda, mi sia imbattuto in persone che, nonostante abbiano fatto miracoli, si sentissero in difetto per non aver potuto fare di più. Mentre coloro che avevano compiuto i peggiori sbagli, si sentivano con la coscienza perfettamente a posto. Ma sulla efficientissima rimozione dei sensi di colpa operata da chi ha la più grande responsabilità su quel massacro, scriverò a parte.

La lezione

Credo che quello del Rwanda nel 1994 sia stato tra i più difficili contesti in cui intervenire, per degli operatori umanitari. Eppure, chi in quel contesto ha operato, l’ha fatto nel rispetto di alcuni principi, tra cui la neutralità e il rifiuto delle armi. Sia chiaro: rispettare quei principi significava essere concreti, pragmatici. Significava avere più possibilità di salvare le persone a rischio di violenze e uccisioni.

Nelle recenti settimane, in Italia, intorno a questi principi c’è stato un ampio dibattito. Il ministro degli interni italiani ha fatto pressione affinché le ONG impegnate nelle operazioni di salvataggio di naufraghi nel mar Mediterraneo aderissero a un codice di comportamento. Un codice che, nei fatti, vìola proprio quei principi che sono stati tenuti fermi anche in una situazione estrema come quella del Rwanda.

Per questo, alcune ONG hanno deciso di non firmarlo, questo codice. Dire di no, in questo caso, potrebbe rientrare tra le scelte difficili, perché il rischio è di non poter più operare, di non poter più intervenire in favore di chi rischia di affogare. Eppure, questa scelta andava fatta. Non in nome  di astratti ideali, ma del pragmatismo che, prima di ogni altra cosa, anima la maggior parte degli operatori umanitari. Se si conoscesse un po’ di più la storia del genocidio dei tutsi, credo che non ci sarebbero stati dubbi in proposito.

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Rwanda, di nuovo, 30 luglio 2017

 

 

 

Quella sul genocidio in Rwanda è stata la mia prima puntata registrata per Wikiradio. Risale al 2014, in occasione del ventennale dell’inizio del massacro.

Non mi è semplice parlare di quella vicenda, con nessun mezzo, né con un libro, né in una lezione, né in una conferenza e nemmeno in radio. Sì, d’accordo, di argomenti complessi e al tempo stesso importanti ce ne sono molti e il dichiarare la difficoltà ad affrontarli è un modo per mettere le mani avanti, fosse mai che qualcuno dice di non riuscire a seguirti.

Provo a essere più specifico.

Nel caso del Rwanda, per me il problema non è mettere in fila i fatti. Le fonti non mancano, ci sono ottime pubblicazioni disponibili, c’è del buon materiale in rete, ci sono persone competenti con cui parlare e confrontarsi, ci sono testimoni diretti che sono raggiungibili e disposti a narrare la propria storia. Insomma, si tratta solo di dedicare tempo alla ricerca e poi di strutturare il racconto, cercando di essere più chiari possibile.

Ma per  me esiste un ostacolo, che cerco di affrontare da diversi anni, sinora senza grandi risultati:

dimostrare che il genocidio in Rwanda è un evento fondamentale.

Se si capisce almeno un po’ cosa sia successo, in quella primavera del 1994, credo si capiscano meglio molte cose di oggi. La debolezza della comunità internazionale, per cominciare. E il fatto che, nei nostri mondi più industrializzati – che dire ‘più civilizzati’ è un azzardo – il razzismo è ancora radicato al punto da impedire di guardare i problemi per quello che sono e, dunque, risolverli.

In Diffrazioni parlo del mio lavoro, e affrontare la storia del genocidio in Rwanda lo considero uno dei miei lavori più importanti. Luca Leone, direttore della casa editrice Infinito, che gestisce insieme alla moglie Maria Cecilia Castagna, mi ha proposto di ritornare sul piccolo paese africano. L’idea è di fare uscire, nel 2018, una nuova edizione di Rwanda, istruzioni per un genocidio, che con loro ho pubblicato nel 2010.

Questo libro è il mio tentativo di capire qualcosa, di quella tragedia, e di ragionarci insieme a chiunque ne abbia voglia, a partire da questo nuovo tentativo di raccontare, che inizio in questi giorni.

#RwandaIstruzioniPerUnGenocidio

Il link alla puntata del 7 aprile 2014 di Wikiradio – Il genocidio in Rwanda

Scelte difficili, 18 agosto 2018