Ai confini del lavoro

bici cappello agape

«Sai come decido se un mestiere mi piace? Da quello che devo fare, dalle persone con cui lo faccio, da quanto guadagno. E, a seconda di come mi alzo al mattino, metto queste tre cose in un ordine o nell’altro».

Questa cosa me la disse un collega del mio primo lavoro. Era la metà degli anni ’80, ma credo che ciò sia ancora vero. Solo aggiungerei un quarto parametro: il rapporto tra il lavoro e la vita privata. Il work life balance, per dirla all’inglese. È un tema complicato: ci si scontra con il tempo che manca, con la testa che alle volte rimane al lavoro quando già si è casa o, di contro, con i pensieri sulla famiglia che in alcuni giorni non lasciano la serenità necessaria in azienda.

Mi appassiona un aspetto specifico, quello del rapporto tra padri, lavoro e famiglia. E la diffrazione che ne segue è spettacolare, perché mette in luce una serie di questioni: il rapporto tra i generi, il modo con cui evolvono (o meno) le nostre famiglie, la cultura e le tradizioni del nostro paese, i servizi alle famiglie e all’infanzia… insomma, è un campo su cui c’è molto da fare, anche un po’ d’urgenza.

Ma ai confini del lavoro stanno altre cose. Come i treni, quelli da pendolare schiacciato o da altavelocità operosa. Gli spostamenti casa lavoro in bici. E le vacanze, troppo spesso intese proprio solo come ‘lontananza dal lavoro’.