Lo smog su Torino, visto dalla Val di Susa

Il nostro pianeta esiste da 4,6 milardi di anni. Riducendo, in scala, questo tempo a 46 anni, gli esseri umani sono comparsi circa quattro ore fa. La rivoluzione industriale, invece, risale a un minuto fa, tempo che è stato sufficiente a cancellare dalla terra più del 50% degli ecosistemi esistenti e modificare tutto il resto. A restare intatto, dopo questi ultimi 60 secondi dei 46 anni di vita della Terra, è solo il 3% del pianeta.

Questa e altre informazioni sono contenute in un libro fondamentale, Effetto serra effetto guerra, scritto per Chiare Lettere da Grammenos Mastrojeni e Antonello Pasini. ll primo è un diplomatico, coordinatore per l’eco-sostenibilità della Cooperazione allo Sviluppo. Il secondo è un fisico, ricercatore dell’istituto sull’inquinamento atmosferico del CNR, che cura anche il blog Il Kyoto fisso, su Le Scienze.

… ma dove andremo a finire?

Effetto serra effetto guerra descrive con grande chiarezza  la situazione del clima del nostro pianeta, e la mette in connessione con il problema delle migrazioni. Il volume spiega con una semplicità a prova di babbeo – cioè a prova mia – come siamo arrivati alla situazione attuale. Dimostra, con ricchezza di fonti e approfondimenti, quanti disastri ha già combinato, a oggi, il cambiamento climatico. E poi spiega dove possiamo andare a finire. Scrivono i due autori:

«Per un futuro troppo prossimo – entro la fine di questo secolo – gli studi prefigurano il cambiamento climatico in accelerazione più o meno brutale: gli scenari variano da un riscaldamento contenuto entro 1,5° – con gravi problemi, però ancora gestibili – fino a un incremento oltre i 4°».

Lo scenario dei 4° è qualcosa che, al momento, solo uno sceneggiatore catastrofista di Hollywood può aver pensato: estinzioni di massa, notevoli aumenti del livello degli oceani, gravissimi problemi alle attività agricole di buona parte del pianeta, alternanze ingestibili di siccità e alluvioni, ritorno di malattie debellate in varie zone del pianeta (vedi la malaria). E, naturalmente, esodi – cento, mille volte più grandi di quelli a cui assistiamo ora – di persone in cerca di una terra abitabile.

E come si arriva allo scenario dei 4°? Facendo esattamente quello che stiamo facendo. Non solo: come scrivono Mastrojeni e Pasini, questo scenario, che definiscono business as usual, potrebbe addirittura essere ottimista, visto che diversi leader politici negano il cambiamento climatico e, quindi, sono disposti anche a peggiorare le cose, che tanto non c’è pericolo. A loro dire, naturalmente.

Una storia bizzarra

Ecco, proprio sulla negazione vale la pena riflettere. Perché tra coloro che considerano il cambiamento climatico una bufala, ci sono alcuni personaggi che sorprendono un po’. Tra questi, Carlo Rubbia, senatore a vita della nostra repubblica nonché premio Nobel per la fisica nel 1984. Un altro abbastanza scettico è Freeman Dyson, longevo scienziato, protagonista insieme a Richard Feynmann di ricerche nell’elettrodinamica quantistica e in altri campi. In questo elenco di studiosi impegnati a smentire l’esistenza del cambiamento climatico, si trova anche il professor Antonino Zichichi.

Quella dei negazionisti del cambiamento climatico è una storia bizzarra. Che certo suscita delle domande sugli accademici in questione ma, forse, è ancora più interessante per quello che dice sul rapporto tra la scienza e la società.

Scienziati scentrati

Su cosa basa le sue opinioni, Rubbia? In questo articolo si parla di un suo intervento tenuto a Trieste, nel 2014. La foto lo ritrae mentre proietta una slide dal titolo «Nessun riscaldamento globale da 17 anni e cinque mesi». Sul fondo della slide, si vede quella che presumo essere la fonte: il blog del The Climate Sceptic Party. Un’associazione australiana che, si trova scritto su Wikipedia, è confluita nel Freedom and Prosperity Party. Diciamola così: dovessi dimostrare una tesi scientifica, cercherei fonti un po’ più… ecco, scientifiche.

D’accordo, non è che si possa giudicare il livello di approfondimento del professor Rubbia da una singola slide. Il punto è che né lui né gli altri scettici sull’esistenza del cambiamento climatico – e del fatto che questo sia causato dagli esseri umani – si occupano di cambiamento climatico. Cioè non si occupano dell’argomento su cui, però, fanno pesare la loro reputazione scientifica.

Va da sé, che per il solo fatto di avere una laurea in fisica, non posso nemmeno lontanamente accostarmi alle persone che qui richiamo. Però una cosa l’ho capita, nel corso dei miei studi: quello della fisica è un campo sterminato e in continua evoluzione. Per cui è normale che un ricercatore specializzato su un certo argomento sappia poco o nulla di altri argomenti della stessa disciplina scientifica.

Prove fisiologiche

Forte del mio diploma tecnico in energia nucleare, alla fine degli anni ’80 ho lavorato come tecnico di radioprotezione. Un giorno, alla televisione, sento proprio Carlo Rubbia dire qualcosa di inesatto sull’effetto di un elemento radioattivo – poteva essere il Cobalto 60, non ricordo con precisione – sul corpo umano. Al mio storcere il naso, un amico che mi è vicino mi dice «scusa, ma tu che sei al secondo anno di università, pensi di poter correggere un premio Nobel per la fisica?». Gli spiego che il mio dare esami a fisica non c’entra nulla, ma che ogni mese misuro decine e decine di litri di urine – talvolta pure ‘altro’ – di tecnici del settore. Di conseguenza, i giri che il tal radioisotopo fa nel corpo umano li verifico ogni giorno. Ma non lo convinco, il mio amico, neanche un po’.

Si dice che troppo spesso la società non ascolta le personalità della scienza. Vero. Ma è anche vero che, alle volte, le si ascolta come si ascolterebbe l’oracolo di Delfi.

Così, una persona diventata famosa per una specifica scoperta, viene ritenuta infallibile in tutto il vasto arco di conoscenze scientifiche. E se la persona in questione non ha il senso della misura, fa danni. Danni ancora più gravi di quelli che fa chi, digiuno di ogni preparazione di base, pontifica su questioni molto delicate. Perché se un DJ dice cose insensate sui vaccini, è facile che non gli venga dato credito, è facile riconoscerne l’incompetenza.

Quando, invece, un premio Nobel della fisica come Carlo Rubbia dice che il riscaldamento globale è una bufala, temo dica una cosa non meno insensata di quella detta da Red Ronnie. Ma a Rubbia molte più persone sono disposte a dare credito, perché ha un premio Nobel. Guadagnato per gli studi sull’interazione debole, non sulla fisica dell’atmosfera, ma quanti apprezzano la differenza?

La schizofrenia del Corriere della Sera

Quando ho chiesto al professor Antonello Pasini qualche approfondimento sul negazionismo del cambiamento climatico, egli mi ha indirizzato a questo sitoClimalteranti è gestito da ricercatori sulla fisica dell’ambiente e dell’atmosfera, insieme ad alcuni giornalisti divulgatori scientifici. L’obiettivo del sito consiste nell’informare sul cambiamento climatico, ma in particolare nell’analizzare le tante imprecisioni diffuse, su questo argomento, dai mezzi di informazione.

Leggendo questo sito ho scoperto che Il Corriere della Sera, vale a dire quello che viene ritenuto uno dei più autorevoli quotidiani oggi pubblicati in Italia, ha abbracciato la linea degli scettici sul cambiamento climatico. Rispetto a giornali come Libero, Il Giornale e Il Foglio, che sono su posizioni totalmente negazioniste, il quotidiano di via Solferino ha adottato un approccio più sfumato, ma non meno dannoso. Nel corso degli anni, il Corriere della Sera ha schierato sul tema alcune tra le sue firme più prestigiose: Paolo Mieli, Aldo Grasso, PG Battista, Danilo Taino. Tutti impegnati a far passare il messaggio che, in fondo, non è affatto certo che il riscaldamento globale esista e abbia conseguenze così catastrofiche.

Il Corriere della Sera, e in particolare Paolo Mieli, è decisamente schierato a favore dei vaccini. Su questo tema mi pare interpreti correttamente le conclusioni della comunità scientifica, che sull’utilità dei vaccini non ha molti dubbi, seppure singoli individui abbiano un parere diverso. Sul cambiamento climatico, il Corriere della Sera ribalta il proprio approccio. Dà voce agli scettici che, contrariamente a quelli attivi nel campo dei vaccini, il quotidiano ritiene debbano essere ascoltati. Una discreta schizofrenia, mi sembra.

Un murales della zona di Shoreditch, a Londra. thechive.com
Un murales della zona di Shoreditch, a Londra. (thechive.com)

Rimozione

Non saprei dire il perché di questi schieramenti così insensati. Non mi avventuro in dietrologie che vedono protagoniste le lobby del petrolio e del carbone. Sono più propenso a credere che esista un fenomeno di rimozione. In fondo, da noi in Pianura Padana nevica un po’ di meno, ci sono picchi di caldo più intensi e precipitazioni più violente. E vabè, non è mica la fine del mondo, no?

Pasini e Mastrojeni, nel loro Effetto serra effetto guerra, sono molto chiari. Chi pensa che i propri nipoti potranno scamparla, sbaglia. Perché ammesso e non concesso che alla fine di questo secolo esisteranno ancora luoghi dove le condizioni di vita saranno accettabili – e che i nostri nipoti proprio lì, andranno a vivere – come si può pensare di resistere alla pressione esercitata dai miliardi di persone che un posto dove sopravvivere non l’avranno più?

La scienza è (almeno un po’) democratica

Grazie al cielo stellato, nella scienza c’è una buona dose di democrazia. Lo so che Piero Angela prima e Roberto Burioni, in tempi più recenti, hanno affermato esattamente il contrario. Intendo dire che Rubbia può sostenere quel che vuole, ma  la stragrande maggioranza di coloro che si occupano di clima, fisica dell’atmosferica e via dicendo, affermano e dimostrano che il cambiamento climatico esiste, ed è determinato dalle attività umane.

Magari avesse ragione Rubbia, magari avessero ragione le prestigiose firme de Il Corriere della Sera. Saremmo tutti contenti di sapere che, intorno al 2100, i figli dei nostri figli dovranno solo preoccuparsi di inverni meno rigidi e temporali un po’ più violenti. Purtroppo non è così.

In Effetto serra effetto guerra, tutto ciò è molto chiaro. E questo libro, una volta per tutte, dovrebbe mettere a tacere i negazionisti, che di mestiere facciano gli scienziati o i giornalisti o cos’altro. Così da poterci concentrare sulle cose da fare, perché, come scrivono Mastrojeni e Pasini:

Il fatto che si sia scoperto il fondamentale ruolo dell’uomo nel riscaldamento globale recente non è una sciagura, è una buona notizia! Infatti, se il riscaldamento fosse avvenuto per cause naturali non potremmo far altro che difenderci dalle sue conseguenze più negative. Ma poiché siamo stati in gran parte noi a produrlo, possiamo far qualcosa per modificarne le cause ed evitare così gli impatti futuri più devastanti.

Adesso tocca trovare il sistema per convincere le persone che più di altre possono cambiare la situazione, a prendere le decisioni necessarie. E questa storia, però, è ancora da scrivere.

* * *

In testa al post: Torino, vista dalla Val di Susa, poco sotto la Sacra di San Michele (foto del 2015).

mano sulla torta

Do you remember what happened in November 2008? You could ask «Where?», and my reply would be «everywhere», because it was an important event for the entire world. Barack Obama won the elections and became the first Afro-American President of the United States.

I know, it seems ages.

Change as a value

Do you remember the slogans of Obama’s electoral campaign? They were very simple: «Yes, we can», for example. And another one, even simpler: «Change». Sometimes there was a strapline «We can believe in it», as per we can believe in change.

More than ever, after that event, after Barack Obama won, everybody wants Change. If you want to change, you’re good; if not, you’re bad. Of course, we could talk about the gap between the intention and the actions. But this is not my point.

What I want to emphasize is that change, instead of being regarded simply as a tool, became a value. Became desirable per se. And this is the first problem. Because change is a way to obtain something. And if we confuse a tool for an objective, we loose the sense of direction.

Secondly, change is complicated. Is might not be so desirable as someone would say.

The happiest day of our lives

What’s the happiest day of our life? For the married ones, the answer could be «the day of my wedding». And, surely, we would agree that was an happy day. But according to Thomas Holmes and Richard Rahe, from the Washington University School of Medicine, the issue might be more complicated.

In the late Sixties of the past centuries, Holmes and Rahe created the Social Readjustment Rating Scale. They made a list of the most stressful events that a person can experience in its life. And not surprisingly, alle these events are changes. The Top Five are something that we could guess: the death of loved one, a divorce, to be put in jail, a bad incident that left us severely injured, and so on.

But, curiously, at the sixth place we can find the marriage. I don’t know if it works even for people married several times, what I know is that a marital reconciliation is at place number eight.

«Money, get away»

The point is, that even a change that we see as a positive one, can be stressful. Another example? Many of us – particularly the ones not so young – are looking forward to the day of their retirement from work. We’ll have time for us, for reading, watching series on TV, go to the cinema, or museum, or stadium, or playing videogame. We’ll have time to spend with our grandchildren, if we have any.

Well, in the Holmes and Rahes’ scale, Retirement is at the place number eight – same as marital reconciliation – as a change that produces stress. And what about money? «Change in financial state» is at place number twelve. Please note: I wrote ‘change in financial state’, that means ‘less money’, but also ‘more money’.

As Newton used to say

Why are we so upset by the changes, even when they’re for good? Since I’m a physicist, I would say that the answer is in the Inertia Principle. The brightest definition of this principle is given by Isaac Newton:

An object at rest stays at rest and an object in motion stays in motion with the same speed and in the same direction unless acted upon an unbalanced force

Things love to remains the same. Change is something that costs. But since we, as human beings, are not ‘simply’ an ‘object’, we need a little more elaborated answer.

A plate in the dark

We face a change with a sort of libra. On one plate,  we put the things that we’re going to lose. On the other one, we put the things that we’re going to gain, thanks to the change we are facing. The problem is that this second plate is in the dark. We have a clear perception of what we have now, but for the things that are coming, we don’t have the same clarity. And even when we have it, is a theoretical clarity, compared to a practical one.

To explain my point of view, if I use a personal anecdote. For some years, I used to live in a wonderful place. I rented a little flat in the heart of the ancient Rome. From one of my windows I had a view on the Palatin hill, and the distance from my door’s house to the Foro Romano was around one hundred steps. Believe me, it was incredible. Nevertheless, during the first week that I spent in that flat, I wasn’t happy. I was worried, I was confused. In my mind it was perfectly clear that I had a fantastic opportunity to live in one of the most beautiful places in the world. But, even so, I was disturbed by my new situation.

Take your time

We have to accept this. We have to understand that any change is a kind of little revolution. And that we need time, to fully appreciate what the new situation brings to us. If you’re passionate in videogame, you know what I mean. You need time to learn what you have to do and how to do it, before to begin to have fun. And if you love novels, you need time to get into the story, to appreciate the characters, to feel yourself involved in the narrative path. And how many times, at the very beginning, we hate our new smartphone or laptop or car, because we’re not yet able to use it properly?

Change is not only a rationale things. Is not only about listing pros and cons. It’s also about feelings. Yes, we need a clear understanding of what, precisely, is going to change. But we also need some time, and patience, to live it.