La testata di Kangura, una delle riviste razziste pubblicate in Rwanda nei primi anni '90

«Odio questi hutu, questi hutu arroganti e sbruffoni, che disprezzano gli altri hutu, questi hutu non più hutu, che hanno rinnegato i loro compagni».

Sono le parole di Risveglio, una canzone che, nel 1993, veniva trasmessa dalla Radio Televisione Libera delle Mille Colline. Il suo autore era Simon Bikindi, uno dei fondatori di quella radio razzista. Le forze genocide avevano l’obiettivo di sterminare i tutsi, ma per gli hutu che con i tutsi volevano convivere non era prevista una fine migliore.

I crimini ‘puliti’

Dopo il genocidio, Bikindi è finito al Tribunale Internazionale di Arusha, istituito per indagare e punire i crimini del ’94 in Rwanda. È stato condannato a quindici anni di carcere, per incitamento al crimine di genocidio. Una pena contenuta, se si considera che ad altri fondatori della Radio Televisione Libera delle Mille Colline sono stati inflitti trentacinque anni di carcere e anche l’ergastolo.

Ma gli altri imputati sono stati attivi anche nei giorni del massacro, mentre Bikindi, a un certo punto, ha smesso di vomitare odio nei microfoni.

Meglio essere chiari: Simon Bikindi e altri dirigenti della radio non hanno alzato le mani su nessuno ma, nel contesto del Rwanda degli anni ’90, il ruolo dei fomentatori d’odio è stato centrale, indiscutibile. Se ci sono stati così tanti morti ammazzati è anche ‘grazie’ a un sistema di propaganda efficacissimo, da far invidia ai regimi più sanguinari della storia.

Così, il tentativo degli avvocati difensori di Bikindi e dei suoi colleghi di tirare in ballo la libertà d’opinione o di stampa non ha avuto successo. I giudici internazionali sono stati chiari, attribuendo ai cantori d’odio responsabilità non inferiori a quelle di chi la violenza l’ha praticata.

La versione italiana

A ben guardare, nel nostro paese qualcuno che un po’ ricorda Bikindi ce l’abbiamo. Si chiama Giuseppe Povia, e ha già preso di mira, con le sue canzoni, i gay e gli immigrati. Per non lasciar spazio ai dubbi, rilascia anche dichiarazioni sui fatti di cronaca. Il 2 luglio scorso, Povia ha definito patrioti coloro che hanno lanciato una molotov contro un albergo di Vobarno, in provincia di Brescia, destinato a ospitare trentacinque profughi.

Povia dovrebbe finire in galera, come è capitato a Bikindi? No, certo, perché la sua azione non è direttamente connessa ad atti di violenza di massa, com’è il caso del cantautore rwandese. Però penso sia meglio chiamare le cose con il loro nome. Quella di Povia è propaganda razzista, non libera espressione artistica.

Qualche punto fermo, in un dibattito complesso

È vero, la linea di confine tra la libertà di espressione e il razzismo non è così ben definita. Però non è che siamo all’anno zero, su questo tema, anche grazie all’esperienza del tribunale internazionale sul Rwanda.

Con Paolo Vergnani e Francesca Zanni abbiamo messo in scena un primo racconto teatrale sul genocidio dei tutsi (un’opera più complessa, sempre basata su Rwanda. Istruzioni per un genocidio, è stata realizzata successivamente sempre con Francesca e Paolo De Vita. A un prossimo post). Era il 2003, e nei testi abbiamo inserito alcune pagine de La rabbia e l’orgoglio di Oriana Fallaci. L’abbiamo fatto per dimostrare la forte somiglianza tra le pagine più nere della propaganda razzista andata in scena in Rwanda e diversi passaggi del vendutissimo libro della giornalista fiorentina.

Ho ripetuto l’esperimento diverse volte, in scuole, conferenze, dibattiti. Leggevo alcuni brani dei giornali razzisti rwandesi, poi alcuni passaggi degli ultimi libri di Oriana Fallaci e nessuno tra i presenti riusciva a scoprire dove avessi preso un pezzo e dove l’altro. Non ci riusciva nessuno perché era pressoché impossibile.

Dunque, che fare?

In Italia esistono delle leggi che prevedono azioni contro il razzismo. Innanzitutto c’è la legge di ratifica (1975) della Convenzione Internazionale sull’eliminazione di tutte le forme di razzismo. Poi c’è la legge Mancino, del ’93, e ancora una legge del 2016, contro il negazionismo e l’incitamento al genocidio, anche se, su questo secondo punto, va detto che c’era già la Convenzione per la repressione e prevenzione del crimine di genocidio, addirittura uno dei primi documenti approvati dalle Nazioni Unite. Sono leggi che prevedono sanzioni anche severe, come il carcere.

Ma ribadisco il mio pensiero: così come per Povia, penso che perseguire Fallaci per le sue opere sarebbe stato insensato. Perché non erano inserite in un contesto di violenze concrete contro gli islamici, obiettivo privilegiato della giornalista, come invece lo erano quelle di tanti intellettuali rwandesi che avevano scritto e cantato contro i tutsi.

Mi piacerebbe, però, che anche facendo tesoro dell’esperienza tragica che ha devastato il Rwanda, noi italiani sapessimo classificare libri come gli ultimi di Oriana Fallaci per quello che sono: strumenti di propaganda razzista, e che li abbia scritti una giornalista dalla carriera esemplare non cambia questa situazione. Invece, proprio nel periodo in cui quei libri uscirono, fior di giornalisti, intellettuali e parlamentari lanciarono una campagna affinché venisse nominata Senatrice a vita.

Se un astronomo andasse in giro dicendo che la luna è una forma di groviera, non gli succederebbe nulla. Semplicemente, i suoi colleghi smetterebbero di prenderlo sul serio e sarebbe condannato all’irrilevanza. Ecco, questa sarebbe la risposta migliore, per chi promuove tesi razziste e incita all’odio.

#RwandaIstruzioniPerUnGenocidio

Scelte difficili, 18 agosto 2017

Rwanda, di nuovo, 30 luglio 2017

Immagine: la testata di Kangura, una delle riviste razziste pubblicate in Rwanda nei primi anni Novanta.

Il parco nell'università di Butare (2004)

Un giorno della primavera del 1994, la Radio Televisione Libera delle Mille Colline dichiara che Philip Gaillard è belga. Sono i giorni del genocidio dei tutsi e tra le vittime ci sono anche coloro che dei tutsi vengono considerati amici. Tra questi vi sono i belgi, ex colonizzatori e ancora presenti in buon numero nel paese.

La Radio Televisione Libera delle Mille Colline è la punta di diamante di un sistema d’informazione al servizio dei genocidi rwandesi. Se dai microfoni di questa emittente si dice che il tizio tal dei tali è un belga, le milizie sanno di doverlo uccidere.

Philippe Gaillard viene infatti fermato da un gruppo di massacratori. Lo conoscono bene, in Rwanda, perché è il capo della Croce Rossa nel paese. Dal giorno in cui sono iniziate le violenze, Gaillard correre da una parte all’altra, cercando di salvare il maggior numero di persone possibile. Non è la prima volta che viene fermato dai miliziani, ma questa volta rischia di essere ucciso davvero.

In Belgio non ci sono montagne

Gaillard mantiene la calma e chiede di poter infilare una mano in tasca. Estrae il suo portafoglio, da cui fa uscire una foto: c’è lui, con la sua famiglia, davanti alla loro casa. Sullo sfondo, l’arco alpino. «Vedete? Le vedete queste montagne? In Belgio non ci sono montagne. Io sono svizzero, e questa è la mia casa, in Svizzera».

Gli assassini credono alla foto, e non alle farneticazioni della radio estremista. Ma Gaillard sa che un tal colpo di fortuna non è destinato a ripetersi. Così va alla stazione radio che, incredibilmente, trasmette una smentita. «Dobbiamo ammettere di esserci sbagliati. Philip Gaillard è svizzero. Beh, ci sono pochi dubbi su questo: è troppo coraggioso, troppo intelligente e troppo motivato per essere un belga».

Chi è rimasto e chi è arrivato

Di operatori umanitari, in Rwanda, a partire dal 1994 ne sono andati molti. Diversi sono arrivati in terreni relativamente – ripeto: relativamente – tranquilli, vale a dire in zone già conquistate dal Fronte Patriottico Rwandese e dove, quindi, la furia genocida era stata interrotta.

Molte meno, però, sono le organizzazioni che al 6 aprile ’94 – vale a dire quando l’uccisione del presidente rwandese Habyarimana dà il via ai massacri – sono nel paese. E meno ancora sono quelle che, dopo quella data, in Rwanda ci rimangono.

Tra queste vi sono Oxfam e Medici Senza Frontiere, che vedono entrare nelle loro sedi squadre di assassini in cerca di tutsi. E, naturalmente, la Croce Rossa Internazionale che, al termine del genocidio, conta 56 vittime tra i suoi operatori. Ma anche 9.000 persone curate, nella capitale Kigali, 1.200 operazioni chirurgiche, 25.000 tonnellate di cibo distribuite. Alla fine, il totale delle persone salvate dalla Croce Rossa, è enorme: circa 100.000.

Ma c’è un altro dato, più difficile da contabilizzare: i tanti sopravvissuti al massacro che chiamano i loro figli ‘Gaillard’.

Scelte difficili

I caschi blu di stanza in Rwanda hanno dotato Gaillard di una radiotrasmittente, per chiamare urgentemente in caso di pericolo. Ma Gaillard approfitta dell’aiuto dei soldati ONU una sola volta. «L’unica arma per la nostra sicurezza è il dialogo. È molto più efficace delle scorte armate, dei giubbotti antiproiettile, delle autoblindate». Gaillard, infatti, parla con tutti, peggiori tagliagole inclusi. Perché è pragmatico, vuole raggiungere il risultato, che è salvare il maggior numero possibile di persone.

Per scrivere il libro sul genocidio in Rwanda ho parlato con diversi operatori umanitari. Mi hanno aiutato molto a capire, non so però quanto sono riuscito a rendere giustizia a quel che hanno fatto. Credo che, per loro, la cosa più difficile non fosse l’affrontare ogni giorno grandi pericoli. Credo fosse fare delle scelte.

Quando s’imbattevano nelle montagne di cadaveri, gli operatori della Croce Rossa trovavano dei sopravvissuti. E dovevano decidere per quale persona ‘valesse la pena’ provare a fare qualcosa, e per quale no. Scelte difficili anche solo da pensare, figuriamoci raccontarle.

Eppure c’è chi riusciva a farle tutti i giorni.

Il pediatra

Enrico Frontini, pediatra del CUAMM, arriva in Rwanda nel maggio del ’94. Si insedia a Nyamata, villaggio che adesso è libero ma dove è avvenuto uno dei massacri peggiori. Il suo lavoro consiste nel curare bambini abbandonati e, poi, nel cercare di ricongiungerli a qualche famigliare sopravvissuto. Con pochi fondi e l’aiuto di poche persone Frontini riesce a salvare oltre 2.000 bambini.

Enrico Frontini mi ha raccontato dei bambini che, letteralmente, gli sono morti tra le braccia. Del senso di impotenza che lo coglieva, ma che doveva mettere da parte per andare avanti con il suo lavoro, cercando di salvarne altri, di bambini. È sorprendente come, nel cercare di raccontare il genocidio in Rwanda, mi sia imbattuto in persone che, nonostante abbiano fatto miracoli, si sentissero in difetto per non aver potuto fare di più. Mentre coloro che avevano compiuto i peggiori sbagli, si sentivano con la coscienza perfettamente a posto. Ma sulla efficientissima rimozione dei sensi di colpa operata da chi ha la più grande responsabilità su quel massacro, scriverò a parte.

La lezione

Credo che quello del Rwanda nel 1994 sia stato tra i più difficili contesti in cui intervenire, per degli operatori umanitari. Eppure, chi in quel contesto ha operato, l’ha fatto nel rispetto di alcuni principi, tra cui la neutralità e il rifiuto delle armi. Sia chiaro: rispettare quei principi significava essere concreti, pragmatici. Significava avere più possibilità di salvare le persone a rischio di violenze e uccisioni.

Nelle recenti settimane, in Italia, intorno a questi principi c’è stato un ampio dibattito. Il ministro degli interni italiani ha fatto pressione affinché le ONG impegnate nelle operazioni di salvataggio di naufraghi nel mar Mediterraneo aderissero a un codice di comportamento. Un codice che, nei fatti, vìola proprio quei principi che sono stati tenuti fermi anche in una situazione estrema come quella del Rwanda.

Per questo, alcune ONG hanno deciso di non firmarlo, questo codice. Dire di no, in questo caso, potrebbe rientrare tra le scelte difficili, perché il rischio è di non poter più operare, di non poter più intervenire in favore di chi rischia di affogare. Eppure, questa scelta andava fatta. Non in nome  di astratti ideali, ma del pragmatismo che, prima di ogni altra cosa, anima la maggior parte degli operatori umanitari. Se si conoscesse un po’ di più la storia del genocidio dei tutsi, credo che non ci sarebbero stati dubbi in proposito.

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Rwanda, di nuovo, 30 luglio 2017