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Di recente ho scoperto il concetto di «pensiero laterale». A dire il vero ne avevo già sentito parlare qualche anno fa, ma sospettavo che si trattasse di una roba new age da cui stare alla larga. Ora che ne so di più, mi sono fatto un’idea abbastanza precisa: è una roba new age da cui stare alla larga.

In realtà il concetto è importante, è il chiamarlo così che mi lascia perplesso. D’altra parte, il professor Edward De Bono, considerato il padre del pensiero laterale, è un intellettuale di alto profilo.

Funziona più o meno in questo modo: di fronte a un problema, non ci si deve buttare a testa d’ariete, lo si deve approcciare da angoli diversi. Di lato, appunto.

In rete si trova una marea di esercizi connessi al pensiero laterale, che ricordano il signor Brando protagonista della rubrica Suspense! sulla Settimana Enigmistica.

Centosessanta anni prima

Alla fine del ‘700, a Braunschweig, una cittadina a 70 km da Hannover, insegnava un maestro piuttosto severo. Costui, tra l’altro, usava dare ai suoi alunni delle lunghe somme da eseguire. I numeri da addizionare erano di solito cento, come 1, 2, 3…, 99, 100, o come 7, 11, 15 …, 395, 399, 403.

Un maestro che somministra esercizi del genere a me, più che alla severità, fa pensare alla pigrizia. Mi sembra di vederlo, sprofondato nella lettura del giornale o in altre attività più o meno rilassanti mentre i bimbi sudano su queste infinite sommatorie.

Un giorno il maestro si trova in aula un bambino dal nome Carl Friedrich e la cuccagna finisce. Il piccolo, anziché lanciarsi alla disperata nel fare cento somme, osserva la sequenza di numeri. Dopo averci pensato un po’, esegue meno di cinque conti e consegna il risultato al maestro. Convinto che il ragazzino sia uno sbruffoncello che ha tirato a indovinare – e a cui infliggerà adeguata punizione – l’insegnante continua tranquillo a fare quel che stava facendo. Prima di guardare i risultati, infatti, aspetta che tutti abbiano consegnato.

Ma quel bimbo di dieci anni, che di cognome faceva Gauss, il risultato l’aveva azzeccato. Si era reso conto che, nelle serie ideate dal maestro, la distanza da un numero al successivo era sempre la stessa e dunque, ottenere in poco tempo il risultato corretto, era un obiettivo alla portata di tutti, figuriamoci per lui.

Dubito che il maestro abbia ricordato quello come un giorno sfortunato, perché ben presto capì di aver per le mani un talento eccezionale. Anzi, convinse i genitori a fargli continuare gli studi e l’umanità gliene rende merito perché, anche grazie a lui, Carl Friedrich Gauss divenne il più grande matematico di sempre, tempi odierni inclusi.

Pensiero laterale o pazienza?

Il Gauss bambino applicò il pensiero laterale, in quell’occasione? Bisognerebbe chiedere a De Bono, ma direi di sì. Anziché affrontare il problema come facevano tutti gli altri – mettendosi a fare le tante somme una dopo l’altra – Carl Friedrich si prese un po’ di tempo per analizzare la situazione e vedere se c’era un altro approccio possibile. Insomma, prese la faccenda di lato.

Ma è proprio qui che stanno i miei dubbi sul modo con cui viene chiamato questo approccio. In fondo, Gauss fece quello che tutti dovrebbero fare sempre, di fronte a un problema: lo analizzò.

L’analisi richiede tempo, e forse questo è il nodo cruciale. Perché se non sei un genio come Gauss, di tempo ce ne può volere parecchio.

E allora ci facciamo prendere dall’ansia: vogliamo la soluzione e ci buttiamo a fare la prima cosa che ci viene mente, o a percorrere la solita strada già battuta diverse volte, senza però chiederci se, in questa occasione, quella strada porta dove ci serve andare.

Insomma, ho la sensazione che chiamare parlare di ‘pensiero laterale’ sia un modo per dare una connotazione artistico-creativa a quello che, in realtà, è un misto di pazienza, approccio analitico e sana cultura del dubbio. Che, forse, dovrebbe essere il modo con cui ci poniamo sempre di fronte a qualcosa che non riusciamo a capire.

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Carl Friedrich Gauss, puntata di Wikiradio del 23 febbraio 2017