prisma-3

Terzo anno di Fisica, esame di Laboratorio Generale, interrogazione. Già che ci sia una parte orale, in un esame di laboratorio, mi suona bizzarro. Però sono tranquillo: le relazioni sono andate bene, il professore ha dato al mio gruppo un voto molto alto. Immagino che lui e io, adesso, parleremo di quello che è successo in laboratorio(¹).

«Effetto Cerenkov», dice lui. Lo guardo strano, poi biascico qualcosa. «… sssì, è l’effetto che si ha quando, nell’acqua, una particella va più veloce della luce…»(²). «Certo, quello», fa lui seccato. «Sa farmi vedere la sua dimostrazione matematica?»

No. No, proprio non so farle vedere la dimostrazione dell’effetto Cerenkov. Lo sapevo fare, quando ho preparato un esame dell’anno precedente. Lì me l’hanno pure chiesto, all’interrogazione, e avevo risposto a tono, svolgendo da bravo i conti necessari. Ma poi, come centinaia di altre dimostrazioni che avevo appreso quale scimmia ammaestrata, l’avevo dimenticata.

E non immaginavo che mi sarebbe stata richiesta, la dimostrazione dell’effetto Cerenkov, a un esame di laboratorio dove, peraltro, nessuna delle esperienze che avevamo svolto aveva a che fare con questo fenomeno (ti pare che a degli studenti al terzo anno fanno sparare delle particelle a centinaia di migliaia di km al secondo?).

Il mio esame finisce lì, lo ridò qualche mese dopo, una volta capito che al professore in questione, di quello che avevo fatto in laboratorio non gliene fregava niente. Prendo pure un voto decente – inutile dire che l’alto giudizio ricevuto sulle esperienze non fa media, conta solo l’orale – ma esco dall’aula parecchio alterato.

Qualche tempo dopo seguo il corso dal titolo Preparazione di Esperienze Didattiche, tenuto da Paolo Violino, di gran lunga il miglior docente che abbia incontrato. «Qualche perplessità sul modo con cui viene insegnata la fisica qui dentro ce l’ho», si lascia scappare un giorno a lezione.

Ma la sua frase che più mi è rimasta impressa la dice un giorno in cui cazzia me e alcuni miei compagni impegnati in un esperimento.

«Forse qualcuno vi ha detto che in laboratorio si entra per cercare conferma alle teorie. Beh, quel qualcuno si sbaglia: in laboratorio si va a vedere cosa succede quando si prova a fare delle cose».

Da allora, la parola laboratorio l’ho sentita usare un sacco di volte, fuori dal contesto universitario. Ma ho sempre ritenuto che la definizione valida fosse quella lì: il laboratorio è un posto dove si va a vedere cosa succede. Per cui, quando tanti anni fa – che i capelli li avevo ancora – entrando in un Jean Louis David di Roma sono stato accolto con un «benvenuto nel nostro laboratorio!», un po’ mi sono preoccupato. Volevo un taglio classico, non un esperimento.

In contesti organizzativi e aziendali, «facciamo un laboratorio» l’ho sentito dire spesso. Non mi riferisco a imprese scientifiche, naturalmente, che i laboratori ‘da fisici’ o ‘da chimici’ li hanno davvero, ma a compagnie che con queste parole si riferivano a un certo tipo di riunioni, alla costituzione di un gruppo, all’avvio di un progetto.

Solo che, per quel mi sembra, chi quei laboratori li aveva istituiti già sapeva cosa voleva ottenere. Prima che il lavoro cominciasse aveva in mente criteri di successo e di insuccesso. E non c’è nulla di male in ciò, ma il laboratorio è un’altra cosa: non puoi sapere a priori cosa verrà fuori, anzi, sei lì proprio per quello, per osservare che succede.

A proposito dell’osservare: in laboratorio si va a fare delle cose, vero. Ma la maggior parte del tempo la si passa a osservare, appunto, osservare e ancora osservare. E si ragiona su quel che si è visto, e si controllano e ricontrollano i dati raccolti, poi ci si ragiona ancora.

Insomma, ci si pensa un po’, prima di tirare delle conclusioni e questo, senza dubbio, è uno degli insegnamenti più importanti che si ricavano dall’andare in laboratorio.

* * *

(1) Si potrebbe pensare «Ma come? Vai a dare l’esame senza neanche sapere cosa chiede il professore?». Sì, negli anni in cui studiavo e lavoravo mi accadeva abbastanza spesso. Una volta sono pure andato a farmi interrogare da uno che credevo fosse un assistente e invece era solo uno studente fuori corso che ridava l’esame per la quinta volta.

(2) Chi non ha fatto Fisica potrebbe dire «che cretinate vai dicendo? Nulla può andare più veloce della luce! (fatta eccezione per Superman, beninteso)». È vero, ma si parla della velocità della luce nel vuoto. Quando un fascio di luce attraversa l’acqua va meno veloce, e può accadere che, sempre nell’acqua, una particella la sorpassi. Questo è l‘effetto Cerenkov, che è molto scenografico, perché nell’acqua si vede una bella scia blu.