cat on the table

La comfort zone è un concetto abbastanza di moda o, forse, è di moda parlarne male. L’idea è che se ogni giorno facciamo sempre le stesse cose, siamo destinati a non crescere mai. Per diventare innovativi e creativi, bisogna abbandonare questa regolare tranquillità in cui ci crogioliamo.

Bisogna uscire dalla comfort zone. Bisogna andarsi a cercare rogne.

«Te la senti di farlo in inglese?», mi viene chiesto. «Of course!», è la mia risposta. Trattasi di un paio di giornate di formazione su conflitto e negoziazione. Un argomento su cui intervengo da tempo e su cui ho anche pubblicato, scritto, partecipato a tavole rotonde e via dicendo. La richiesta arriva da un cliente con cui lavoriamo parecchio e per cui io ho già tenuto diverse volte questo seminario.

Quindi, al netto del fatto che ogni volta ci sono in aula persone diverse, direi che tutto questo rientra nella mia comfort zone. Solo che, questa volta, il cliente manda in aula una dozzina di persone che arrivano da altrettanti paesi europei.

Qual è il mio rapporto con l’inglese? Diciamo mutevole. A scuola l’ho studiato poco e male. Poi è arrivata Amnesty International, e ho dovuto imparare almeno a leggerlo senza difficoltà. Poi è arrivata actionaid e con lei la necessità di partecipare a riunioni internazionali. La mia padronanza della lingua, basata su una solida conoscenza dei Pink Floyd e dei Beatles, non era sufficiente.

Così ho preso lezioni individuali, grazie anche al contributo della stessa actionaid, e le cose sono migliorate parecchio. Ma, quando ho cambiato lavoro, l’inglese è tornato in panchina.

Ora mi tocca gestire due giornate in cui io sono il conduttore, non uno dei partecipanti. Devo parlare, far parlare gli altri, ascoltare tutti, capire, replicare, interagire. Ciao ciao, comfort zone, mi sposto qualche unità astronomica più in là.

Come prima cosa, concordo un po’ di lezioni con una mia amica professoressa d’inglese. Facciamo circa tre ore, al termine delle quali mi dice che non mi devo preoccupare. Immagino perché la preoccupazione di solito non favorisce il dialogo, quale che sia la lingua.

Poi traduco le slides che uso di solito, e chiedo a un’altra amica che sa l’inglese benissimo di controllarle: perché un conto è dire fesserie, un conto è proiettarle sul muro. Ancora, andando in giro in bici e in auto, mi ripeto la lezione da solo, ad alta voce, in inglese.

Nonostante questa preparazione, alla sera del primo giorno di docenza sono sul disperato andante. Credo di aver azzeccato grosso modo il 30% dei first conditional, di essermi incasinato circa sei volte sui dieci con il past present e di esser pure riuscito a invertire svariate volte her con him (salvo correggermi, che per fortuna me ne accorgo). Qua e là ho detto di essere arrabbiato anziché affamato ma, per fortuna, non ho avuto occasione di cimentarmi con i bottoni, che vai a sapere come sarebbe andata a finire.

Prima cosa da fare: devo ripensare i tempi. Se parlo nella mia lingua, tra un argomento e l’altro posso chiacchierare facilmente, raccogliere spunti e dibattere facilmente, molto più facilmente che in inglese. In altre parole, tra un argomento e l’altro passa più tempo.

Poi devo farla più semplice. Non mi è facile, in inglese, aprire e chiudere parentesi, sospendere un discorso e poi riprenderlo senza difficoltà. Farla più semplice, a dire il vero, potrebbe essere una buona indicazione anche quando parlo italiano.

Terzo: umorismo e ironia. Le opportunità di fare lo spiritoso sono parecchio ridotte.

Quarto: quella cosa che è tanto utile in aula, l’interazione con i partecipanti, è molto più faticosa.

Ma, alla fine di tutto, i corsisti non sembrano insoddisfatti, anzi: sembrano avere apprezzato.

Gunter Anders, il filosofo de L’uomo è antiquato, Il diario di Hiroshima, del carteggio con Claude Eatherly – uno dei piloti che parteciparono al primo bombardamento atomico – scrisse che «chi domina una sola lingua ne è dominato».

Devo migliorare il mio inglese, molto. Non è solo questione di cavarsela in aule internazionali. È questione di aprire la mente.

 

Caffè pupazzi ora

In  uno spot, molto diffuso in questi mesi, una signora è nella sua auto, unica vettura in uno sterminato parcheggio. Sta aspettando che suo marito esca dal supermercato in cui lavora. Lui le ha chiesto di andarlo a prendere alle 19.30, ma sono quasi le 21 e lei è ancora lì in attesa. Lei sa cosa sta facendo il suo uomo: sta controllando ogni dettaglio. Perché, dice la signora, «fare bene il proprio mestiere, è questione di sensibilità, e ogni sera l’ultima cosa che controlla è l’orologio».

È un esempio tra i tanti, frutto dell’idea che sopportare un grande carico di lavoro sia una virtù. Il bravo lavoratore alle sette è già in ufficio e non esce mai prima delle otto di sera.

Ma questo modo di pensare, per quanto sia ancora diffuso, è vecchio.

L’idea che chi lavora dodici-quindici ore al giorno sia più meritevole di chi ne lavora sette-otto andava forte diversi decenni fa. Allora c’era un lavoratore ideale, che dedicava tutte le sue risorse migliori all’azienda. Esisteva, in maniera complementare, un partner ideale che passava tutto il suo tempo a occuparsi della famiglia. Va da sé che di solito il primo era un uomo, il secondo una donna.

Oggi non esistono più né l’uno né l’altro. Per fortuna, direi, perché secondo me, quel modello faceva acqua già decenni fa, figuriamoci oggi.

È tutto da dimostrare che il rendimento di chi lavora una dozzina di ore al giorno sia migliore di chi ne lavora sette-otto. Poi, a quale prezzo una persona sta in ufficio – o in riunione, o in missione… – sempre e per moltissimo tempo? Di solito, c’è una famiglia che viene trascurata e un partner che non ha scelta: non può lavorare, non può cercare di realizzarsi fuori dalle mura di casa, perché deve occuparsi dei figli e delle faccende domestiche.

Eppure, molti continuano a credere che lavorare moltissime ore al giorno sia un valore e non un problema.

La dignità passa anche attraverso il lavoro, è vero. Ma non è di un lavoro che schiaccia il resto della vita che c’è bisogno. C’è bisogno di un lavoro che è parte della vita, che si integra con il resto delle cose: affetti, amori, passioni, interessi.

Occorre passare dal lavorare tante ore al lavorare in ore diverse. Se mio figlio esce alle quattro dalla scuola materna, posso andarlo a prendere e stare con lui sino all’ora della nanna. Poi, una volta che s’è addormentato, posso riprendere a lavorare, anche se le nove di sera sono passate da un pezzo.

Alienante? Non rispettoso dei ‘ritmi regolari’ della vita? Beh, l’alternativa sarebbe quella di lavorare sino alle 19, purché qualcun altro si occupi sino ad allora di mio figlio. Poi, una volta che il piccolo si è addormentato, anziché rimettermi a lavorare, potrei guardare un film in televisione. Il che non è sbagliato, perché il film lo vedo insieme a mia moglie, passiamo del tempo insieme noi due e va benissimo. Il problema è se questo modo di fare diventa la regola. Il problema è la rigidità dei tempi di lavoro, è non avere margini di manovra.

Questa è la scommessa del lavoro agile, che in breve significa ‘adattare il lavoro ai ritmi della vita’. È una scommessa, ripeto, perché non è la cosa più facile del mondo. Serve programmazione, autodisciplina, capacità di lavorare per obiettivi, organizzazione del tempo…

grishamIn ogni caso, se non passa l’idea che lavorare dodici (o più!) ore al giorno è un problema – un problema molto serio – non c’è lavoro agile né altre formule magiche che tengano. Bisogna cambiare questa nostra mentalità che ancora premia l’alto carico di lavoro, pena il diventare come i personaggi dei romanzi di Grisham: avvocati che fatturano dalle 70 ore la settimana in su, con l’ambizione di arrivare a guadagnare anche un milione di dollari l’anno.

Salvo non avere la possibilità di spenderli questi gran soldi guadagnati, se non per arredare il proprio ufficio.