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Nel maggio di trent’anni fa ricevetti una telefonata dalla Fiat Sepin. Al telefono c’era la segretaria del dirigente di un servizio di quell’azienda, il Centro di Radioprotezione, che m’invitava a un colloquio con il suo capo. Pochi giorni dopo, a diciannove anni, iniziavo il mio primo lavoro.

L’incontro domanda/offerta era avvenuto a seguito di due circostanze. Innanzitutto, l’anno precedente mi ero diplomato: perito tecnico industriale, specializzazione in energia nucleare. Poi, il 26 aprile, vi era stata una colossale perdita di materiale radioattivo da una centrale nucleare in Ucraina, nei pressi della città di Chernobyl.

A seguito del passaggio in Italia della nube radioattiva, il ministro della salute aveva ordinato il controllo di tutti gli impianti di aerazione che, in quei giorni, avevano funzionato. Per capire di che si trattava, si può pensare a un piccolo condizionatore che alcuni tengono in casa o, meglio ancora, alla ventola nella cappa della cucina, che serve per liberare il locale dell’aria viziata.

Ma se per raffreddare una camera da letto o un soggiorno è sufficiente un piccolo apparecchio, per le fabbriche che producono lamiere, automobili o qualsiasi altra cosa su scala industriale, sono necessari impianti di aerazione enormi. I filtri – grandi teli spugnosi di varie forme – che avevano lavorato nei giorni in cui la nube di Chernobyl aveva transitato per il nostro paese, disse l’allora ministro, andavano trattati come potenziali rifiuti radioattivi: cioè controllati uno per uno e, se risultavano superiori a un certo livello, smaltiti in modo adeguato.

Quel piccolo centro di radioprotezione interno alla Fiat si trovò così con un grande carico di lavoro. Per farvi fronte, decise di reclutare un paio di giovanotti appena diplomati, tra cui il sottoscritto. Va detto che di filtri particolarmente inquinanti non ne abbiamo mai trovati. Con ciò non intendo minimizzare nulla: è stato un disastro, solo che gli oltre 1.500 km dalla centrale dai confini italiani hanno ridotto notevolmente l’impatto nel nostro paese, almeno dal punto di vista fisico.

Dal punto di vista politico e culturale, invece, le conseguenze sono state parecchio rilevanti. L’anno successivo, tre referendum popolari sancirono in maniera definitiva la non produzione dell’energia nucleare nel nostro paese. La lezione che ne ho ricavato è proprio su questo terreno, su quello del dibattito che ha preceduto la consultazione referendaria.

Grazie al mio lavoro stavo imparando molte cose. Non sulle centrali nucleari, ma sugli effetti delle radiazioni ionizzanti sugli esseri viventi. Capivo i differenti tipi di emissioni e i diversi metodi per misurarli e proteggersene. Prendevo atto che non si poteva parlare mai di certezze, ma solo di probabilità e statistiche (lezione che stavo imparando anche all’università, con l’avvicinarmi alla meccanica quantistica).

Credevo che il dibattito questo sarebbe stato: un confronto di studi, ipotesi fondate su dati, valutazioni probabilistiche, così da arrivare a capire qualcosa di più su quale scelta energetica il paese avrebbe dovuto compiere.

Ma nulla di anche solo lontanamente simile accadde. Sentivo quasi esclusivamente spandere certezze e convinzioni profonde, da parte di persone che non avevano alcuna competenza in nessun aspetto della questione. Soprattutto, c’era un imperativo inviolabile: non si fanno confronti. Non si doveva confrontare i rischi e l’impatto ambientale connessi al nucleare con quelli connessi ad altri tipi di produzione energetica.

Non ho idea di quale sarebbe stato il risultato del referendum, e dunque quali le scelte di politica energetica, se la discussione fosse avvenuta nelle modalità che mi aspettavo (e neppure ho le idee chiarissime su cosa avrei desiderato). Ma quello che ho imparato, in quell’occasione, è che svolgere un dibattito tecnico-scientifico, in Italia, è difficilissimo.

La situazione è cambiata, a trent’anni di distanza? Temo non molto. Per questo, coloro che si dedicano alla divulgazione scientifica, hanno tutta la mia ammirazione: fanno un lavoro bellissimo, ma anche difficile. Soprattutto, però, fanno un lavoro molto importante, irrinunciabile, da cui dipende la qualità della nostra democrazia.

 

cosimo george

Quanta televisione si può far vedere ai propri bimbi? La vulgata dice «il meno possibile», per cui non è raro imbattersi in genitori che si sfidano a colpi di comportamenti virtuosi.

«I miei? Solo trenta minuti al giorno».
«I miei ventotto, abbiamo lavorato intensamente per scendere sotto il muro della mezz’ora».
«A casa nostra, i miei figli proprio non la vedono. Solo dai nonni… d’altra parte, che volete, mio padre e mia madre sono un po’ anziani, stare dietro a un bimbo di quattro anni è faticoso, devono prendere fiato e li mettono davanti alla tv».
«Beh, il mio l’altro giorno alla scuola materna chiedeva ai suoi compagni se volevano comprare il nostro televisore».

Silvia e io non abbiamo una tesi particolarmente elaborata, ci limitiamo a seguire più o meno queste linee guida

Primo, finché il tempo lo permette – cioè non piove, che dal freddo ci si ripara – si sta fuori, nei parchi in giro per la città. Secondo, la televisione l’accendiamo solo quando la chiede lui, noi non gliela proponiamo (e in ogni caso, anche se la chiede, prima gli proponiamo di giocare a qualcosa, alle volte dice sì, alle volte dice no). Terzo, quasi sempre, quando guarda la televisione, ci sediamo con lui sul divano. Infine, di solito può scegliere lui cosa vedere, naturalmente tra i canali che danno cartoni animati (non che Top Crime gli interessi, al momento).

Il tempo quotidiano che Cosimo passa davanti alla TV, in definitiva, può variare di parecchio, da un giorno all’altro. Così capita che si faccia grandi scorpacciate di Curioso come George, che viene proposto a pacchetti di un’ora circa (pubblicità inclusa durante la quale Cosimo chiede di fare zapping).

La storia di questo cartone sembra fatta apposta per rassicurare i genitori. Realizzato negli Stati Uniti – il produttore è Ron Howard, regista affermato inesorabilmente legato al personaggio Ricky Cunningham di Happy DaysCurioso come George è stato pensato per suscitare nei bimbi l’interesse per la conoscenza scientifica.

George è una scimmietta che vive con un giovane ‘uomo dal cappello giallo’. La coppia ha due case, una nel cuore di Manhattan e una in campagna. In ogni puntata George si trova ad affrontare una situazione più o meno problematica, dove lui mette le zampe inizialmente peggiorandola.

«George fa pasticci», dice Cosimo. Ma il “fare pasticci” è il modo con cui George capisce come funzionano le cose. La scimmietta prova a fare qualcosa e poi osserva – talvolta con costernazione – le conseguenze della sua azione. Poi ragiona, riflette, si chiede cosa avrebbe potuto fare di diverso da quel che ha fatto, riprova e aggiusta la situazione.

Credo che questa sia una rappresentazione efficace del metodo scientifico e, per questo, credo che Curioso come George sia una una visione istruttiva  per chi bambino non è più da un pezzo. Penso, infatti, che il timore di fare pasticci sia un problema con cui ci confrontiamo a tutte le età e che, sciaguratamente, alle volte instilliamo anche ai nostri piccolini.

Verso gli errori, a parole, siamo tutti tolleranti. «Sbagliando s’impara», «Chi non fa non sbaglia», sono un paio di frasi che probabilmente tutti abbiamo detto, almeno qualche volta. In pratica, di fronte ai pasticci altrui non siamo poi così aperti.

Eppure, di fronte a qualcosa che è andato storto, la domanda non dovrebbe essere «chi è stato?» ma «cosa è successo?». La seconda domanda, naturalmente, implica anche il capire chi ha fatto cosa, ma in un contesto generale più ampio.

Proviamo a essere più curiosi, verso i nostri errori. Sennò vincerà l’idea che la cosa migliore da fare, per avere successo, è non toccare niente.

 

strada senza sfondo

Passau, che si trova in Baviera, e Vienna sono unite da quella che è probabilmente la più bella ciclabile al mondo. È una pista che segue il corso del Danubio in un tratto verde e movimentato. Si passa di paese in frutteto, di bosco in abbazia, di castello in birreria. Si transita anche a Mathausen, un piccolo paesino fiorito, poco lontano dal quale è stato costruito il terribile campo di concentramento omonimo.

Poco dopo essere entratWachaui nella Wachau, una regione che è una grande distesa di meli, si arriva a Spitz. La chiesa parrocchiale di questo paesino ha una particolarità: gira. Una volta dentro, per raggiungere il coro dietro l’altare maggiore, bisogna svoltare a sinistra.

La navata centrale curva, di poco ma lo fa, come se dovesse evitare un ostacolo. Non ho mai visto nient’altro di simile e non so se esista un’altra chiesa con una caratteristica del genere. I suoi costruttori potevano abbandonare il progetto, potevano cambiare zona. Invece, di fronte a quell’ostacolo – che immagino fosse un terreno non adatto, che magari nel tempo è pure andato giù – decisero d’inventarsi qualcosa di nuovo.

Chiaro che una chiesa ‘fisica’ capace, per affrontare una situazione, di cambiare direzione – andando a sinistra, per di più – si presta a un sacco di metafore. Ma a me colpisce la funzione dell’ostacolo, che è stata quella di produrre qualcosa di inedito e, probabilmente, anche eccezionale.

strada senza sfondo quadroNella formazione spesso ci si fabbricano condizioni di difficoltà, per mettersi alla prova e, possibilmente, imparare qualcosa di nuovo. Si usa dire che dobbiamo uscire dalla nostra comfort zone, per fare dei passi avanti.

Eppure, la vita è così generosa nel proporci ostacoli su cui mettersi alla prova. A me, ad esempio, ne è arrivato uno in un bel giorno dello scorso agosto, quando mi è stato comunicato che il mio posto di lavoro era svanito, da un’ora all’altra (qui racconto qualcosa di più).

Andare a sbattere contro un ostacolo non è una fortuna, sia chiaro. Però, una volta che capita, tanto vale provare a cogliere l’occasione. Magari ne viene fuori qualcosa di straordinario. Magari s’impara qualcosa. Oppure, banalmente, magari si vedono le cose sotto una luce diversa.

La diffrazione è proprio questo: è la luce che incontra un ostacolo e, di conseguenza, illumina tutto in modo diverso.

P.s. Fare un giro sulla ciclabile Passau-Vienna merita, merita davvero. La guida migliore l’ha scritta Alberto Fiorin, e l’ha pubblicata Ediciclo.