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In un paio di giorni in cui era costretto a letto dall’influenza – racconta Lawrence Krauss ne L’uomo dei quanti – Richard Feynman lesse un libro sulla fisica dei metalli. Me ne guardo bene dall’accostarmi a uno dei più grandi fisici del ‘900 (e dunque uno dei più geniali fisici di tutta la storia dell’umanità).

Però… un libro sulla fisica dei metalli? Con la febbre? Io, quando ho l’influenza o anche solo il momento di picco dei raffreddori, sono in grado di leggere al massimo una spy story che sia molto lineare. Con i fumetti già vado in crisi, perché decifrare testo e immagini al tempo stesso mi risulta complicato.

Durante l’ultimo malanno mi hanno tenuto compagnia dei racconti di Richard Castle, che è uno scrittore che non esiste. Cioè, esiste come personaggio di una delle tante serie TV americane e in questo ruolo è diventato talmente popolare da far sì che dei libri – veri – escano a nome suo. Cosa che trovo piuttosto bizzarra, invero: sarebbe come dire che Frank Underwood corre davvero contro Hillary Clinton, nelle primarie dei democratici per la presidenza USA.

Purtroppo, però, la mia lettura di opere per cui è sufficiente l’attivazione di un numero ristretto di neutroni non è andata oltre il primo giorno di malattia. Nel secondo e nel terzo sono dovuto andare in aula, per una docenza su conflitto e negoziazione.

Rispetto alla vita di prima, quella in cui le docenze erano un’attività marginale del mio lavoro – mentre ora ne costituiscono la parte principale – il cambiamento è evidente. Prima potevo annullare eventuali appuntamenti, chiudermi in casa e aspettare la fine della malattia. Ora no.

Ora in aula ci devo andare. Ci sono persone che aspettano, che hanno organizzato la loro agenda intorno alla formazione che faranno con me, magari si spostano – o si sono già spostati – da altre città. Certo, nel caso che il malanno sia uno di quelli che ti fanno andare in bagno ogni mezz’ora, posso provare a trovare qualcuno che mi sostituisce (se lo trovo) o, in casi estremi, ad annullare.

Ma nella grande maggioranza dei casi no, annullare o farsi sostituire non si può, e dunque confido negli effetti miracolosi del mix tra aspirina, tachipirina e adrenalina.

Eppure, rispetto a prima, rispetto a quando bastavano pochi messaggi e poi mi sprofondavo nel letto, non credo che ciò sia un peggioramento. Perché prima, la decisione di non andare al lavoro – e disdire gli appuntamenti – non era mai facile. Quanto sto male? Se è 38 sto a casa, se è 37.9 vado? E se il 37.9 poi diventa 38.1? UnoSchermata 2016-03-23 alle 00.12.02 stress.

Invece, adesso, il dubbio non c’è, l’ansia dell’indecisione non esiste. Vado.

Poi, al rientro, mi accascio sul treno, leggendo Dampyr. Perché se ce l’ho fatta a reggere due giornate su conflitto e negoziazione, posso anche leggere uno splendido fumetto.

 

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Lo scorso ottobre, verso le cinque del mattino, mio nipote Giacomo e io siamo saliti in auto sino al Tracciolino, la strada che collega il santuario di Oropa a quello di Graglia. Eravamo a circa 1200 metri sul livello del mare, la temperatura era abbastanza fresca. Avevamo in programma di provare Arturo, il mio nuovo telescopio.

Ma il cielo era talmente bello che la tentazione di lasciare lo strumento nel bagagliaio della macchina e accontentarci dei nostri occhi è stata forte. Sotto di noi, verso sudest, avevamo la Serra, la formazione morenica che parte dal Mombarone e si estende sino al lago di Viverone. Naturalmente al buio non potevamo vederla, ma da lì dietro spuntavano via via i pianeti del sistema solare.

Giove, Marte, Venere e pure Mercurio, che non è uno che si faccia vedere sempre facilmente. Non così bene, almeno. Sopra di noi il gigante Orione regnava e ne scorgevamo i dettagli più piccoli.

Quando la luce del mattino ha cominciato a illuminare tutta la scena ci siamo resi conto che Biella e dintorni, da cui eravamo saliti, erano completamente immersi nelle nuvole. Ma è bastato salire un poco più su, davvero poco, per cambiare prospettiva e trovarsi di fronte a uno spettacolo straordinario.